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Archivio Ottobre 2005

"The Interpreter" di Sidney Pollack

29 Ottobre 2005 1 commento


Dopo sei anni Sydney Pollack, autore di film memorabili quali “Come Eravamo”, “Corvo Rosso Non Avrai il Mio Scalpo” e “La Mia Africa”, torna alla regia e lo fa con “The Interpreter”, thriller fantapolitico interpretato da Nicole Kidman e Sean Penn.
Silvia Broome, nativa di un immaginario stato africano, lavora come interprete all’ONU. Casualmente un giorno le capita di ascoltare una conversazione tra due uomini che progettano un attentato a danno del leader politico del suo paese.
In pochi però le credono a parte Tobin Keller, agente dei servizi segreti incaricato comunque di proteggere non lei ma l’uomo politico in pericolo mentre sono in tanti a voler morta la ragazza.
Il film non mi ha pienamente convinto pur offrendo qualche spunto interessante: l?iniziale citazione di “Intrigo Internazionale” di Hitchcock, con una strada polverosa in piena zona desertica con ai bordi dei tralicci, non è per niente casuale in quanto il tentativo di avvicinarsi al ?maestro del brivido? è evidente (il regista inglese a suo tempo non ottenne il permesso di girare all?interno del palazzo di vetro mentre per questo film la produzione ha strappato il si direttamente al segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan).
Ma aldilà dell?accostamento, forse azzardato, la suspance latita, il complotto non si regge in piedi dimostrandosi troppo nebuloso per coinvolgere davvero il pubblico e il capolavoro ?I Tre Giorni Del Condor? è solo un triste ricordo.
Ciò che di nuovo la pellicola può offrire oltre all’ambientazione è la personalità dei due protagonisti. Attenzione: ho detto personalità, non interpretazione. Questa anzi è abbastanza insignificante perché i due attori sono assolutamente fuori parte ma la testimone della Kidman non è la solita donna impaurita da proteggere ma è capace di mostrare lati del suo carattere del tutto inaspettati mentre il poliziotto Sean Penn non è lo stereotipato super uomo dalla pistola facile ma mostra semmai qualche debolezza di troppo. Entrambi i personaggi hanno subito recenti drammi e un senso di solitudine e dolore li accomuna.
Questo è l’aspetto migliore del film che da molta importanza al tema della comunicazione (e dell’interpretazione), non tanto per il più immediato messaggio a favore della diplomazia come risorsa da sfruttare sempre e comunque, ma come soluzione ai problemi più personali dell’individuo. Dopotutto se non c?è più dialogo fra di noi, nella sfera privata, nel nostro piccolo, di conseguenza a livello di nazioni il tutto appare ulteriormente complicato.

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"La Tigre e la Neve" di Roberto Benigni

26 Ottobre 2005 Commenti chiusi


Ormai l’uscita di ogni film di Roberto Benigni viene accolta come un vero evento da quando, nel 1998, l’autore toscano vinse tre premi Oscar per “La Vita è Bella” diventando così il simbolo del cinema italiano nel mondo.
Se “Pinocchio” lasciò delusi critica e pubblico, “La Tigre e La Neve” invece ha convinto e infatti i giudizi positivi e gli incassi non sono mancati.
Protagonista della pellicola il poeta Attilio, docente universitario, innamorato pazzo di Vittoria (Nicoletta Braschi), la quale invece lo ignora del tutto, e amico dell?autore iracheno Fuad (Jean Reno).
Ogni notte Attilio sogna di sposarsi con Vittoria in una cerimonia celebrata da un prete ortodosso di fronte a letterati quali Montale, Borgess, Ungaretti seduti tra gli invitati ma la cerimonia non riesce mai a concludersi positivamente.
L’occasione per cercare di dimostrare alla donna tutto il suo amore coincide con l’arrivo di una tragica notizia che la vede direttamente coinvolta: in Iraq per un?intervista, Vittoria è rimasta ferita sotto i bombardamenti alleati e rischia di morire per la mancanza di farmaci.
Attilio non ci pensa su due volte, molla tutto e parte per Baghdad spacciandosi per chirurgo della croce rossa internazionale.
Nel paese dilaniato dalla guerra e dalla follia (alla quale non sopravvivrà Fuad che arriverà a suicidarsi) l?omino supererà mille ostacoli, venendo addirittura scambiato per kamikaze da alcuni soldati statunitensi ad un posto di blocco, fino a salvare la donna che ama.
Benigni firma un film dominato da due temi: il primo, il più evidente, è quello della poesia; il secondo, che emerge con più difficoltà e che non prende mai il sopravvento, è quello della guerra che più che altro fa da sfondo alle vicende del protagonista anziché essere un vero e proprio personaggio.
A chi è rimasto scontento per il poco impegno del film, dall’assenza di una presa di posizione “gridata” da parte di Benigni contro la guerra (si capisce in ogni caso la sua opinione in merito) e aspettava una sorta di dichiarazione politica bisognerebbe ricordare che in fondo tutti i suoi film parlano di una sola cosa: dell’amore rappresentato nella sua pienezza dalla moglie Nicoletta Braschi. Che Benigni interpreti un piccolo diavolo, un internato in campo di concentramento, Pinocchio o il poeta Attilio ciò che lo muove è sempre lei.
Al cinema solo Federico Fellini, autore cui è stato più volte accostato e che cita all’inizio del film con una scena ambientata in un circo, esaltava tanto la propria compagna e nella letteratura solo Dante scrisse un?opera immensa come la “Divina Commedia” per la sua Beatrice

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"Oliver Twist" di Roman Polanski

23 Ottobre 2005 1 commento


Roman Polanski è uno tra i più importanti autori contemporanei e alcuni dei suoi film sono delle vere e proprie pietre miliari della settima arte.”Rosemary’s Baby”, “Chinatown”, “Frantic” e “Il Pianista” hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema.
Dotato di un gusto per il fantastico e un senso del grottesco molto sviluppati (come dimostrano i primi film), Polansky ha rivelato col tempo di possedere anche una profonda sensibilità, rappresentata al meglio proprio dal “Pianista” che un po? è la summa della sua carriera.
Con “Oliver Twist” il regista torna alla letteratura classica, già portata sullo schermo con ?Tess?, e al racconto di formazione (come in ?Pirati?) offrendo la miglior trasposizione del romanzo di Charles Dickens.
Il piccolo Oliver, rimasto orfano, passa da un orfanotrofio all’altro, nella Londra del XIX secolo, tra i quali quello gestito dal perfido sig. Bumble e vi rimane per nove anni, fino a quando, stanco di subire vessazioni di ogni genere, decide di scappare.
Raggiunta la città, si unisce così a un gruppo di ladruncoli di strada che fanno capo al vecchio Fagin (uno straordinario Ben Kingsley), ma viene arrestato e portato in prigione. Ad aiutarlo sarà il ricco sig. Brownlow (Edward Hardwicke), che dopo averlo fatto scagionare da ogni accusa lo accoglie in casa sua.
Una bellissima favola narrata con grande classe da Polanski che ha ricreato nei minimi dettagli la capitale inglese con la differenza che stavolta nn si vuole stupire lo spettatore con l’accuratezza dei dettagli (sono del tutto assenti panoramiche a questo proposito) ma attraverso la miseria e il degrado urbano che sono gli stessi dei viscidi personaggi che ne popolano i bassifondi.
Polanski rappresenta i contorti vicoli dei quartieri popolari probabilmente ispirandosi a quelli del ghetto della Varsavia occupata dai nazisti (i genitori del regista furono deportati in campo di concentramento), mostrando in tutta la sua durezza quella che all’epoca era una vera e propria piaga: quella dell’abbandono, dello sfruttamento e della prostituzione minorile.
Tutto ciò ormai riguarda sempre meno il mondo occidentale, ma in altri continenti queste realtà ancora permangono, basti pensare alla Cina (simbolico in merito a ciò l’abbandono della campagna rurale da parte di Oliver e il suo trasferirsi in città) o all’India.
Un film che ha in se una finalità didattica e ke è cmq superiore (xkè forse nn lo è proprio) ai cosidetti “film per ragazzi” che nn offrono modelli di vita altrettanto veritieri e convincenti.

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"I Guardiani Della Notte" di Timur Bekmambetov

20 Ottobre 2005 Commenti chiusi


Arriva direttamente dalla Russia il film che in patria ha ottenuto incassi superiori a blockbuster quali ?Spider-Man 2? e che lo scorso anno ha sfiorato la candidatura all’ Oscar come miglior film straniero.
Una produzione da 4 milioni di euro diretta dal regista Timur Bekmambetov (che proviene dal mondo dei videoclip, e si vede) con grande uso (e abuso) di effetti speciali e citazioni a palate (da “Il Signore degli Anelli” a “Matrix”) per la pellicola che ha sdoganato nel suo paese il genere fanta ? horror.
Ma veniamo alla storia: in tempi ormai remoti le forze delle tenebre e della luce si scontrarono in campo aperto dando vita ad una battaglia dall?esito alquanto incerto per via dell?equivalente potenza dei propri eserciti.
Le due fazioni decisero di firmare una tregua e aspettare, dando ascolto ad una profezia, l’arrivo di un eletto (vi viene in mente niente…?) il quale, una volta scelto con chi schierarsi, avrebbe permesso il prevalere dell’una sull’altra.
La vicenda allora si sposta ai nostri giorni, nella “moderna” Russia in cui quale i guardiani della notte vigilano sulle forze del male che a loro volta fanno lo stesso su quelle della luce.
L’inizio di strani avvenimenti di entità apocalittica fa capire che il momento è arrivato: il prescelto è venuto al mondo, non si tratta altro che convincerlo di stare dalla propria parte.
Il film mi ha convinto a metà, anzi per un terzo. Se da un lato infatti ci sono trovate interessanti, specie nell’ambientazione e nella descrizione dei personaggi per niente stereotipata coi presunti buoni che sono tali solo sulla carta, dall’altra il ritmo confuso è a tratti insostenibile.
La sceneggiatura, tratta dal primo volume della trilogia dello scrittore Sergej Lukyanenko, presenta troppi buchi narrativi che non permettono di capire perché certe cose accadano il che rende difficile apprezzare un film che mischia le leggende e i miti della tradizione dell’Est alle paure e ai drammi della Russia contemporanea (ci sono riferimenti alla pedofilia e agli aborti clandestini, due delle tante piaghe di questo paese) e che nella contrapposizione tra Luce e Ombra ricorda quella tra i due blocchi della Guerra Fredda.
Passato inosservato nel nostro paese, un po? più di visibilità l?ha avuta negli Stati Uniti dove la Fox Searchlight ha acquistato i diritti dei due successivi capitoli.

"Le Conseguenze dell’Amore" di Paolo Sorrentino

10 Ottobre 2005 Commenti chiusi


Paolo Sorrentino è un autore anomalo per il nostro cinema basti pensare allo stile cha adotta: veloce, capace di stacchi improvvisi, fatto d?inquadrature realizzate da prospettive assai azzardate mente definirei chirurgica la precisione con la quale va a scandagliare l?animo del suo protagonista: Titta Di Girolamo. Un uomo misterioso, riservato, solo.
L?unica cosa che cede alla serietà è il nome (?così puerile? per usare le sue stesse parole) che quasi disprezza perché ne smonta l?impalcatura fatta di seriosità e minacciosa freddezza.
Lo vediamo muoversi per le stanze del lussuoso albergo in Svizzera presso il quale soggiorna e compiere con meticolosità le solite, ripetitive azioni che occupano la prima parte del film: si tratta di riciclaggio di denaro della mafia, processo al quale Titta prende parte depositandone ogni settimana presso una banca una grossa quantità.
Titta la notte non dorme, è eroinomane (ma si droga solo una volta alla settimana, sempre lo stesso giorno alla stessa ore per non creare una dipendenza) ed è confinato da 20 anni nel suo dorato ritiro tra le Alpi, quasi a ricordargli in eterno lo sgarbo commesso anni prima nei confronti della sua cosca.
Il film potrebbe andare avanti così per ore, attraverso il ripetersi delle stesse azioni ma la vita del protagonista prende una piega inaspettata quando incomincia a frequentare la barista dell’albergo, una ragazza della quale si è invaghito per la quale mette da parte tutti i ragionamenti sulle possibili conseguenze di quella relazione, sulle conseguenze dell’amore che saranno tanto imprevedibili quanto irrimediabili.
Il film ha un avvio scoppiettante per poi perdere ad un certo punto il ritmo riescendo a risollevarsi nel poetico, struggente finale.
Merito della riuscita del film va, in grandissima parte, a Toni Servillo che offre una straordinaria interpretazione giustamente ricoperta di premi mentre la ?nipote d?arte? Olivia Magnani nel ruolo della barista, pur con poche scene a disposizione, lascia il segno.

"Four Brothers" di John Singleton

8 Ottobre 2005 Commenti chiusi


Dopo l?11 Settembre affrontare una storia incentrata sul tema della vendetta appare quantomai difficile, se poi a farlo è un regista statunitense le cose si complicano ulteriormente ma in questo caso non ci si deve preoccupare più di tanto perché a John Singleton interessa esclusivamente raccontare la sua storia.
I quattro fratelli Mercer, due neri e due bianchi, sono stati strappati dall?emarginazione e cresciuti da una donna coraggiosa che ne è poi diventata a tutti gli effetti la madre e questa viene uccisa a sangue freddo durate una rapina, l?idea di vendicarsi è la prima che gli passa per la testa: metteranno a ferro e a fuoco mezza città e arrivando a scoprire insospettabili legami tra malavita e polizia con un intricato caso di abusi edilizi connesso.
E? facile notare una classicità volutamente ricercata e orientata verso il western (al quale il regista dichiara di essersi ispirato) genere di cui si evocano le atmosfere: strade deserte, rese dei conti fra privati cittadini, forze dell’ordine inesistenti? Ciò che differisce è l’ambientazione: niente sole accecante o deserto bensì una Detroit completamente innevata e minacciosa.
Il degrado urbano di questa città era stato mostrato precedentemente al cinema, si pensi al recente ?8 Mile? di Curtis Hanson con Eminem protagonista, con ?RoboCop? di Paul Verhoeven che gia vent?anni fa ne denunciava le miserie umane dovute alla crisi industriale, in particolare quella del comparto dell?auto, con la General Motors costretta a licenziamenti di massa.
Singleton torna alle storie di strada quattordici anni dopo l?acclamato “Boyz n The Hood”, riconfermando, dopo alcune esperienze commerciali e deludenti quali “2 Fast 2 Furious” e il remake di “Shaft”, la capacità di raccontare il ghetto e la cultura popolare nera.
Menzione particolare agli interpreti di questa storia dai sentimenti forti tutta declinata al maschile: se Mark Wahlberg, è una garanzia, stupiscono l’ex rapper Tyrese (Gibson) ma soprattutto André “3000″ Benjamin, leader del gruppo degli Outkast sempre più a suo agio sul grande schermo.

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"Romanzo Criminale" di Michele Placido

5 Ottobre 2005 2 commenti


?Romanzo Criminale?, diretto da Michele Placido e tratto dall?omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo, è uno dei migliori film italiani della stagione.
Ciò che mi ha spinto a vederlo è stato fondamentalmente il mio interesse per la recente storia del nostro paese, ancora ricca di misteri insoluti e zone d?ombra, che il film affronta attraverso le vicende della banda della Magliana, organizzazione criminale romana attiva dagli anni Settanta fino ai primi ’90.
Un ventennio questo caratterizzato da fermenti, attentati e da una profonda crisi, non solo socio-economica ma anche politica, che trasformò radicalmente l’Italia, rendendola, nel bene e nel male la nazione “moderna” che è oggi.
Anni davvero difficili che molti vorrebbero dimenticare ma che risulta invece doveroso cercare di ricordare e, in certi casi, scoprire del tutto: troppi sono infatti gli interrogativi che avvolgono fenomeni quali il terrorismo politico di sinistra e destra, la corruzione politica, il sequestro Moro, l’attentato a Giovanni Paolo II, la P2 insomma, una fitta serie di misteri su cui bisognerebbe fare luce.
Purtroppo neanche un regista intellettualmente onesto e sensibile come Placido ci riesce, ma come dargli torto? Dopotutto ciò significherebbe esporsi direttamente agli attacchi di quella classe politica che non vuole, in quanto coinvolta a suo tempo, che la verità salti fuori.
A parte ciò il film è davvero riuscito. Chi sostiene che il regista abbia fallito nel tentativo di imitare le epopee gangsteristiche alla Scorsese sbaglia in quanto il maestro statiunitense non era assolutamente il punto di riferimento principale bensì opere come “Novecento” di Bertolucci, oltre alle analisi sociali dei film di Rosi e Petri, hanno fornito la giusta ispirazione.
Si rivive infatti il gusto, quasi epico, della storia del nostro paese attraverso un gruppo di delinquenti i quali sono comunque uomini, amici e amanti le cui vicende scandiscono le quasi tre di questo ritratto della “peggio gioventù” nostrana ben resa dagli attori che compongono il ricchissimo cast.
Sullo schermo i vari Rossi Stuart, Favino e Santamaria dominano la scena, Stefano Accorsi è al di sopra della sua media mentre tra le protagoniste femminili ho preferito Jasmine Trinca alla francese Anna Mouglalis, troppo fredda e non all’altezza per il ruolo della donna divisa tra il criminale e il poliziotto.
Un investimento finanziario importante, il riconoscimento internazionale (la pellicola ha partecipato al Festival di Berlino dove è stata applaudita) e il tentativo di proporre un nuovo genere al nostro asfittico cinema. Questo è “Romanzo Criminale”.

"I Giorni dell’Abbandono" di Roberto Faenza

1 Ottobre 2005 Commenti chiusi


Ai primi di Settembre, colpito dalla veemenza con la quale i critici, perlopiù italiani, attaccarono il film di Roberto Faenza “I Giorni dell’Abbandono”, scissi che, una volta visto, sarei tornato sull’argomento ed esprimere il mio giudizio.
Ero curioso di sapere se la pellicola meritasse davvero le definizione (ridicola, misera etc.) dategli dagli spietati recensori o se il tutto fosse la tipica presa di posizione (puramente autolesionista) contro i film realizzati nel nostro paese.
La storia di una donna abbandonata dal marito per una ragazza più giovane l’abbiamo gia vista e sentita milioni di volte (dopotutto il tradimento è un qualcosa che sfiora moltissime coppie di amanti) ed effettivamente qui non viene detto nulla di nuovo in merito.
La visione lascia interdetti per una serie di motivi: alcune soluzioni stilistiche/registiche appaiono inappropriate o addirittura ridicole (la soggettiva di un ramarro, il cane morto che risorge sul palco, la figura della senzatetto etc.), certe drammatizzazioni sono eccessive mentre a volte, dove dovrebbe esserci più tensione, questa viene a mancare.
Il film è effettivamente girato male e gli attori mal diretti (come il musicista, nonché autore delle musiche, Goran Bregovic), particolari che saltano subito agli occhi e che hanno condizionato i critici sui quali hanno costruito leproprie accuse.
Può essere lodata la prova, abbastanza buona, di Margherita Buy la quale riesce perfettamente a vivere lo smarrimento conseguente alla rivelazione fatta dal compagno di avere un?amante, la difficoltà nel compiere anche i gesti quotidiani più semplici e comuni, un?interpretazione che la rende dominatrice assoluta della pellicola.
Forse il personaggio del marito, impersonato da Luca Zingaretti, avrebbe potuto avere più spazio mentre qualche spiegazione più approfondita del perchè della separazione poteva anche starci ma a volte fatti simili avvengono quasi per caso.
Se le violente critiche ricevute non erano tutte meritate, le possibilità di essere in lizza per un premio erano effettivamente poche e di fronte allo j?accuse di Faenza ?Zitti voi che non sapete piangere? (frase pronunciata da un bambino spettatore di un suo film fischiato dai più grandi) si potrebbe obbiettare il proprio diritto di critica ma in ogni caso veder vanificate le fatiche di mesi di lavoro per via di due parole deve essere molto frustrante, e su questo non gli si può dare torto.

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