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Archivio Febbraio 2006

"Walk The Line" di James Mangold

28 Febbraio 2006 4 commenti


Il film si apre con l’attesa dell’artista sul palco improvvisato nel penitenziario di Folsom per poi proseguire, attraverso un lungo flashback, mostrando la vita di John R. Cash noto al grande pubblico come Johnny, il più importante cantante country della storia.
Ne seguiamo successi e tormenti partendo dall’infanzia segnata dalla povertà nel profondo Sud e dalla tragica morte del fratello al servizio militare in Europa fino al ritorno in patria e alla conversione alla musica diventata sua vera, unica ragione di vita.
Ma anche i problemi con la droga (Cash era dipendente dalle anfetamine) e il grande amore per la compagna di scena June Carter con la quale darà vita ad un tormentato sodalizio sentimentale e artistico durato fino alla morte di entrambi, a quattro mesi di distanza l’uno dall’altra, nel 2003.
Il film tutto sommato mi è piaciuto ma non tantissimo. Effettivamente sono andato a vederlo nutrito da un po? di pregiudizi data la notevole somiglianza con “Ray” di Taylor Hackford del quale condivide tantissimi aspetti (la vita di un cantante al centro della storia, lo stesso percorso povertà – ascesa – caduta, la droga, l’alcool e le donne, l’impegno sociale fino alla candidatura del protagonista all? Oscar) ma il punto non è questo.
Io stesso definivo prima Cash re del country ma si tratta solo di un’ etichetta: egli in realtà fu un profondo innovatore del genere al quale infuse nuova linfa creando una commistione col nascente rock’n?roll e con la sua rabbia e i suoi tormenti che ben emergono dalle note dei suoi testi. Il film, se non in rari frangenti, tutto questo non lo mostra e quindi. se della vita privata dell?artista si viene a sapere tutto o quasi, della sua poetica musicale si apprende molto poco.
Forse si tratta di un?operazione che risente della sua concezione rivolta al pubblico statiunitense che con la musica di Cash è cresciuta e magari vuole conoscerne gli aspetti più intimi mentre per noi europei sarebbe stata più utile una analisi maggiormente approfondita.
Bravi in ogni caso Reese Whiterspoon – June Carter e Joaquin Phoenix – Johnny Cash scelti dopo l’avvallo dato dai rispettivi cantanti prima di morire e interpreti di tutte le canzoni del film (mentre Jamie Foxx – Ray Charles eseguì solo alcuni pezzi) e in lizza per l’Oscar anche se, proprio per la premiazione l’anno scorso di un film tanto simile, potrebbero restare a bocca asciutta.

Riferimenti: Walk The Line – Sito Ufficiale

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"Syriana" di Stephen Gaghan

27 Febbraio 2006 2 commenti


E? possibile rappresentare cinematograficamente la complessità delle vicende di nazioni e persone legate alla gestione del petrolio e se la risposta è si, come?
La soluzione sembra offrirla Stephen Gaghan, premio Oscar per ?Traffic?, che del film di Steven Soderbergh riprende la struttura a mosaico, la narrazione non lineare e la notevole ampiezza del cast tutti elementi che, uniti alla durata superiore alle due ore, mettono in forte difficoltà lo spettatore che si vede costretto a uno sforzo continuo per mantenere alta la concentrazione.
Chi guarda il film non fa che essere la pedina di un gioco molto grande voluto dal per favorire un?empatia con i personaggi che vediamo sullo schermo, ognuno dei quali è coinvolto in scenari che vanno ben oltre a quelli professionali e personali.
E? un sottile filo nero (il petrolio) quello che lega la morte del figlio del consulente finanziario Matt Damon a quella del giovane mussulmano convertitosi alla causa integralista fino a quella dell?agente CIA George Clooney e del principe arabo che tenta disperatamente di salvare.
Proprio quest?ultima è forse la più toccante perché voluta e compiuta a distanza dai suoi stessi colleghi attraverso un missile satellitare, una scena perfettamente costruita in cui il pathos raggiunge il suo apice al pari dello sdegno dello spettatore di fronte ad un?azione tanto fredda quanto, permettetemi di dirlo, criminale.
Ad essere ucciso è anche il rampollo del monarca (saudita?) che avrebbe voluto piegare l?esportazione del petrolio alle sue esigenze politiche, in primis il raggiungimento della democrazia nel suo paese. Una scelta naturalmente scomoda per chi vorrebbe ridisegnare l?assetto medio ? orientale a proprio piacimento: Syriana, infatti, è il nome del piano degli Stati Uniti per rimodellare i confini di quell?area attraverso la costituzione di governi amici, progetto che vale ben più di qualche vita innocente.
I riferimenti all?attualità sono quindi numerosi e molto evidenti: non ci si stupisce di apprendere l?esistenza dell??Associazione per la liberazione dell?Iran? o per certe affermazioni come quella del principe sui rapporti con gli USA :? Sino a ieri ero vostro amico. Oggi che decido di stringere accordi con i cinesi invece mi chiamate terrorista?.
Anche l?aspetto puramente economico rientra nel discorso generale con la potenza asiatica a fare capolino tra quelle più tradizionali dell?Occidente e del mondo arabo. Di conseguenza si sostiene la tesi che a dominare il futuro sarà proprio il colosso cinese, pronto ad offrire più soldi di qualunque altro concorrente, USA compresi.
Altro tema analizzato è quello dell?avvicinamento al terrorismo: qui un giovane impiegato in una compagnia petrolifera viene licenziato, picchiato dalla polizia e espulso dal paese. Ad accoglierlo la moschea e un himam che gli offre cibo e lavoro ma anche indottrinamento religioso convincendolo a compiere l?inevitabile passo verso il raggiungimento di dio, ovvero quello di farsi saltare in aria in un attentato.
E? importante la descrizione questo delicato passaggio dell?esistenza di quei giovani al momento senza punti di riferimento per i quali scegliere la via della violenza sembra la cosa migliore. Di conseguenza si capisce come questi siano vittime di guide religiose pronte a farne i propri burattini da manovrare a piacimento (è successo così anche ai mussulmani di terza, quarta generazione protagonisti delle bombe di Londra)
C?è poi l?avvocato deciso a far luce all?interno di una società petrolifera vicina alla fusione con una sua concorrente, un?operazione non priva di ombre e segnata dalla corruzione: si tratta del segmento più ostico da seguire ma che arriva a sostenere come sia la corruzione ? a tenerci al caldo, in salute, a farci vincere. E le nostre leggi sono fatte a suo favore?.
Infine la vicenda dell?agente Bob Barnes il quale, una volta aver appreso di essere sempre stato una pedina dei servizi segreti, cerca di opporsi ad un destino gia segnato dopo esser stato vittima di un complotto del quale si accorge troppo tardi.
Al pari della cocaina di ?Traffic? qui la droga è il petrolio di cui tutti noi siamo assuefatti e insaziabili consumatori (soprattutto gli Stati Uniti, come ha affermato lo stesso Bush), un rapporto complicato ma strettissimo come quello tra padre e figlio che accomuna molti dei quadri della pellicola.
Dalle memorie del vero Barnes (?La Sconfitta della CIA?) è tratto il film che vanta nel cast anche William Hurt, Christopher Plummer, Jeffrey Wright, Chris Cooper e Amanda Peet.
Per Clooney (che ha preso all?ultimo il posto di Harrison Ford), nominato miglior regista e sceneggiatore per ?Good Night, and Good Luck?, la vittoria come attore non protagonista non sarebbe un premio di ripiego ma un risultato che darebbe maggior lustro ad un opera priva di enfasi, di ricercatezze stilistiche (e qui si prendono le distanze proprio da ?Traffic?) ma ricca di coraggio.

Riferimenti: Il Mereghetti su "Syriana"

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?Jarhead? di Sam Mendes

25 Febbraio 2006 Commenti chiusi


In gergo militare il termine ?jarhead? corrisponde al taglio corto dei capelli che portano i marines ma anche alla loro presunta mancanza d?intelligenza e quindi il suo significato è anche quello di ?testa vuota?.
Il giovane protagonista del film (Jake Gyllenhaal) ha preferito la carriera militare a quella accademica arruolandosi nel prestigioso corpo una scelta di cui inizialmente si pente ma che finisce per diventare la sua ragione di vita.
Della vita del soldato dapprima ci viene mostrato l?addestramento, fase di scrematura per gli elementi più deboli, in cui le reclute devono resistere a pressioni tanto fisiche quanto psicologiche, aspetto ben noto visto che il personaggio di “Palla di lardo” di ?Full Metal Racket? di Stanley Kubrick è ben radicato nell?immaginario cinefilo al pari del sadico istruttore Hartman, qui sostituito dal ben più comprensivo, ma non meno inflessibile,Jamie Foxx.
L?occasione per mettere in opera le capacità acquisite, nel caso del protagonista un?ottima mira, arriva con lo scoppio della prima Guerra del Golfo Persico in seguito all?invasione da parte dell?Iraq del Kuwait: il piccolo stato produttore di petrolio si appellò alla comunità internazionale che rispose inviando propri contingenti militari dando via all?operazione ?Scudo nel deserto?.
Carichi di adrenalina, pronti al confronto col nemico e all?azione, i marines, vere e proprie macchine da guerra, si vedono invece costretti ad una lunga, stressante attesa prima di poter ingaggiare il combattimento.
I mesi passano, il numero di uomini stanziati aumenta e finalmente arriva l?ordine di attaccare: è iniziata la ?Tempesta nel deserto?. Peccato che i soldati di terra non spareranno mai finendo per essere dei semplici comprimari alle azioni dell?aviazione.
Il romanzo omonimo da cui è tratto mi è stato regalato qualche anno fa: non l?ho mai iniziato ma appena ho saputo della sua trasposizione sono andato a vederla e, se pur deluso dall?esito finale, probabilmente inizierò a leggerlo.
Per il resto Sam Mendes ha realizzato un film che paga in termini di originalità non tanto per propri demeriti ma perché il cinema ha sempre affrontato il genere bellico in tutte le sue sfumature, dall?aspetto puramente militare a quello psicologico.
Di conseguenza i debiti nei confronti della tradizione sono ben riconoscibili: dal gia citato Kubrick ad ?Apocalypse Now? di Coppola (alla cui proiezione assistono gli esagitati protagonisti che impazziscono letteralmente di fronte al bombardamento del villaggio vietnamita) fino al ?Cacciatore? di Michael Cimino per via dell?ossessione del ?un solo colpo?, quello da far esplodere come segno tangibile della propria partecipazione alla guerra e a qualcosa di più grande, la divinizzazione raggiungibile privando una vita umana, ma che invece rimarrà in canna.
C?è poi una sproporzione tra la prima parte del film e la seconda che invece riesce a dire qualcosa di originale, ad esempio mostrando la snervante attesa delle truppe i cui passatempi vengono minuziosamente descritti (?Pulizia del fucile ? masturbazione ? lettura delle lettere della fidanzata ? di nuovo masturbazione etc.) scene attraverso le quali si penserebbe ai militari come a un gruppo di casinisti, in parte impreparati all?azione ma dediti allo scherzo, al football o ai festeggiamenti per l?anno nuovo.
Suggestive le scene dei pozzi bruciati con la pioggia di petrolio e quelle dell?autostrada bombardata coi civili iracheni carbonizzati che appaiono come statue, una sorta di mostra temporanea della follia bellica.
Il film in sostanza non è entusiasmante anche perché a dirigere è un regista abile a scegliere soggetti interessanti (come per i precedenti ?American Beauty? e ?Era Mio Padre?) ma in difficoltà nel prendere le distanze da un certo manierismo e dalla ricerca della scena ad effetto che incanti lo spettatore.

Riferimenti: Il Mereghetti su "Jarhead"

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"Truman Capote – A Sangue Freddo" di Bennett Miller

23 Febbraio 2006 6 commenti


Genesi di un capolavoro: ovvero come Truman Capote, all?apice della popolarità, rivoluzionò il giornalismo e la letteratura dando vita al primo esempio di ?fiction – novel? ovvero la tecnica del romanzo applicata al racconto di fatti realmente accaduti.
Siamo alla fine degli anni ?50: l?opinione pubblica è sconvolta da un brutale omicidio avvenuto in Kansas, lo sterminio di una famiglia di coltivatori, i Cutters, notizia che Capote apprende dalle pagine del ?New York Times?.
Reduce dal successo di ?Colazione da Tiffany? e star degli ambienti più chic, lo scrittore decide di basare su questa terribile storia di sangue il suo prossimo lavoro che prenderà appunto il titolo di ?A Sangue Freddo?.
Accompagnato dalla fedele amica e confidente, nonché scrittrice (vincerà il Pulitzer per ?Il Buio oltre la siepe?) Harper Lee, Capote parte alla volta della provincia USA addentrandosi in un universo che sembra respingerlo ma dal quale lui si sente irresistibilmente attratto.
A dare una svolta alle loro ricerche sarà l?incontro con i due assassini Dick Hickock e Perry Smith coi quali Capote avvia un rapporto molto fitto aiutandoli, nel frattempo vengono condannati a morte, riuscendo a farne rinviare l?esecuzione di qualche anno.
Se Perry si affeziona, forse s?innamora di Truman, è difficile dire lo stesso di quest?ultimo che sembra volerlo utilizzare esclusivamente come strumento per riuscire a scrivere il libro: Capote infatti gli nega di leggere quanto scritto fino ad allora, sostenendo anzi di non aver neanche incominciato la stesura del romanzo e sforzandosi di estorcergli quella confessione che gli permetterebbe di concludere il suo lavoro.
Il film non è solo una delle tante biografie in circolazione in questi ultimi anni, non vuole mostrare la traumatica infanzia dello scrittore (abbandonato dalla madre), i suoi eccessi legati all?alcool (che lo porteranno alla morte) oppure la sua vita di dandy ma i limiti legati al compromesso, il confine tra compatimento e strumentalizzazione, facendo emergere la sconvolgente personalità dello scrittore che a tratti appare davvero inquietante.
Dall?iniziale empatia per Perry, dovuta alla comune, difficile infanzia, e dalla volontà di mostrarlo come uomo e non solo come carnefice si passa, man mano che il romanzo prende corpo, al desiderio che l?ora della condanna arrivi al più presto così da poter mettere la parola fine tanto sul romanzo quanto su questo rapporto a tratti ai limiti del morboso.
La provincia statunitense appare sempre più inquietante e sfuggente, portatrice di segreti, pulsioni e violenze nascoste ma pronte ad esplodere proprio come l?efferatezze commesse dai due assassini, ambiente dove Capote si sente indifeso, dove la sua intelligenza e la sua cultura non sono sufficienti a dominare quella realtà (cosa che vorrebbe fare e che a New York gli riesce), un esperienza dalla quale non si riprenderà mai, senza più riuscire a portare a compimento un romanzo
Un film davvero insolito per gli standard attuali, probabilmente non adatto a tutti i palati, ma che rivela un giovane talento dietro la macchina da presa e conferma quello di Philip Seymour Hoffman (gia visto in ?Magnolia?, ?La 25^ Ora?, ?Hollywood, Vermont?, solo per citarne alcuni) che imita alla perfezione pose, gesti e voce flebile del vero Truman Capote riuscendo soprattutto a farne emergere l?anima.

Riferimenti: Capote – Il Trailer

?Prime? di Ben Younger

22 Febbraio 2006 Commenti chiusi


Donna in carriera e reduce da un divorzio, Rafi (Uma Thurman) si rivolge alla sua analista per affrontare questa delicata fase della sua vita: Lisa (Meryl Streep) le consiglia di non buttarsi giù ma di voltare pagina e di guardarsi intorno perché le occasioni di rifarsi non le mancheranno di sicuro e, infatti, non passa molto tempo prima che la ragazza s?innamori, ricambiata, del giovane pittore David.
Preoccupata per il divario d?età (i suoi 37 contro i 24 del ragazzo), Rafi non se la sente di continuare il rapporto, ma Lisa la incoraggia: dopotutto al giorno d?oggi le barriere e i tabù crollano facilmente e quindi dove sta il problema?
I due allora si lasciano trascinare dalla passione e dall?entusiasmo il tutto con grande gioia della psicanalista la quale però, mettendo insieme le poche informazioni tratte dalle descrizioni del ragazzo, incomincia a sospettare che possa trattarsi di suo figlio. Qual è il problema? Semplicemente la famiglia di David è ebrea osservante e rigidamente legata alla tradizione che vorrebbe vederlo sposare una ragazza della stessa religione.
All?oscuro della situazione Rafi non ha alcun problema a raccontare i particolari più piccanti della relazione a Lisa la quale, visibilmente imbarazzata, cerca di contenerne l?impeto per poi, ormai esasperata, rivelarle la verità fatto che mette in crisi la coppia, già minata da limiti derivanti dalla differenza d?età che ogni tanto torna a galla prepotentemente (lui incomincia a preferire i videogames al sesso, lei si dimostra troppo severa nei suoi confronti).
Tirando le somme si rimane un po? perplessi: la feroce critica alle manie e all?ottuso tradizionalismo della famiglia ebraica, i duetti tra paziente e analista e proprio questo personaggio, che propone le più moderne e aperte soluzioni di coppia per poi rivelarsi terribilmente castrante e ossessiva nei confronti del figlio, costituiscono punti a favore del film che perde immediatamente quota quando vuole farsi più serio proponendo una morale abbastanza scontata (per la quale le eccessive differenze di età possono essere letali ai rapporti di coppia) dimostrandosi tradizionalista, proprio l?aspetto che invece si vorrebbe prendere di mira.
Peccato perchè le premesse erano davvero buone ma Ben Younger non è riuscito a mantenerle facendo pesare tutto il film sulle spalle delle due protagoniste per le quali il tutto finisce per diventare vetrina per riconfermare il proprio, straordinario talento.

Riferimenti: Il Mereghetti su "Prime"

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Festival di Berlino 2006

19 Febbraio 2006 2 commenti


Avrei voluto partecipare, l’avrei potuto anche fare, ma… domani ho un esame e quindi niente!
In ogni caso ecco un breve resoconto di quanto avvenuto nei dieci giorni dell’ultima “Berlinale”, come viene chiamata dai tedeschi, segnata da star, film di forte impegno e denuncia e, soprattutto, spettacolo.
L?Orso d?Oro è andata al bosniaco ?Grbavica? che ricorda le violenze e gli stupri compiuti durante la guerra dei Balcani di dieci anni fa, mentre il riconoscimento per la miglior regia è toccato a Mat Whitecross e Michael Winterbottom.
In ?The Road to Guantanamo ? il regista inglese ha mescolato fiction e documentario per mostrare le violenze compiute sui detenuti del carcere – prigione da parte dei soldati statunitensi, fatti tristissimi di cui si discute sempre di più.
Storia recente e attualità: questi i temi dominanti della 56ma edizione e per questo in concorso era presente il ?Romanzo Criminale? di Michele Placido, accolto abbastanza bene, mentre George Clooney ha portato quel ?Syriana? che lo vede in lizza per l?Oscar ma che a Berlino era solo evento speciale così come il ?Capote? di Bennett Miller.
Da segnalare poi l?ultimo lavoro del grande Robert Altman (81 anni!) dal titolo ?A Prairie Home Companion? con un cast da urlo, in tutti i sensi visto che si tratta di un musical, con Meryl Streep, Lindsay Lohan e Woody Harrelson protagonisti.
Prima della chiusura grande show dell?applauditissimo Roberto Benigni che con ?La Tigre e la Neve? ha commosso e divertito la platea della mostra.
Ma ecco l?elenco dei premiati:

Orso d’Oro Miglior Film:
“Grbavica” di Jasmila Zbanic

Gran Premio della Giuria – Orso d’Argento ex aequo:
“En Soap” di Pernille Fischer Christensen
“Offside” di Jafar Panahi

Orso d’Argento per la Miglior Regia:
Michael Winterbottom e Mat Whitecross “The Road to Guantanamo”

Miglior Attrice:
Sandra Hueller in “Requiem”

Miglior Attore:
Moritz Bleibtreu in “Le particelle Elementari”

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"North Country" di Niki Caro

17 Febbraio 2006 3 commenti


Mobbing ovvero la discriminazione sul lavoro, fenomeno che avviene in quelli manuali e da scrivania, nelle piccole e grandi industrie, nei confronti di uomini e donne passando dagli scherzi alle minacce arrivando, nei casi più gravi, alla violenza e agli abusi.
Proprio contro questo clima intimidatorio condusse la sua battaglia alla fine degli anni ?80 Josey Aimes trascinando in tribunale la compagnia per la quale lavorava ottenendo risarcimenti, indennizzi e, soprattutto, rispetto.
La protagonista, in fuga dal violento e manesco marito, con due figli a carico e poche opportunità lavorative a disposizione, si spinge nel nord del paese raggiungendo i genitori. Ma Josey, donna fiera e volitiva, non avendo intenzione di essere mantenuta, si rivolge all?unica fonte di benessere della zona quella miniera di ferro che poi rappresenta anche l?impiego del padre, da subito contrario alla sua scelta.
Vittima dei continui soprusi dei colleghi, tra l?indifferenza generale della comunità, l?ostracismo dei superiori e senza l?appoggio delle poche compagne di lavoro timorose di essere licenziate, ormai stanca e umiliata, Josey decide di compiere il passo più importante della sua vita: denunciare l’azienda, impresa nella quale sarà coadiuvata da un?amica sindacalista e da un comprensivo avvocato arrivando ad ottenere una storica vittoria.
Vedendo ?North Country? mi sono venute in mente certe pellicole degli anni Settanta nelle quali la denuncia e l?impegno civile s?intrecciavano con i problemi familiari delle protagoniste: titoli come ?Norma Rae?, ?Silkewood?, ma anche il più recente ?Erin Brocovich?, non possono non essere evocati dal film il quale affida a Charlize Theron quel ruolo di madre – coraggio interpretato in passato da Sally Field, Meryl Streep e Julia Roberts.
Il cast è di ottima lega con Woody Harrelson (gia avvezzo alle aule di tribunale ma nel ruolo d?imputato, vedi ?Larry Flint?), Sean Bean, i premi Oscar Frances McDormand e Sissy Spacek oltre alla già citata Theron per la quale un bis sembra difficile in quanto, nonostante la bravura, sembra?troppo bella? per la
parte riuscendo a mantenere, nonostante sporco e violenza, una sorta di aurea immacolata, mentre il film non è sincero al punto giusto, lascia lo spettatore troppo distante dalla sofferenza della protagonista (tra le altre cose vittima di uno stupro da ragazzina, cosa che apprenderemo solo alla fine) mentre la parte giudiziaria sa di già visto e stereotipato, con l?avvocato sensibile da una parte e la rivale cinica e spietata dall?altra.
A dirigere, la neozelandese Niki Caro (?La Ragazza Delle Balene?): la presenza di una donna dietro la MdP è in ogni modo funzionale, dopotutto anche quello del cinema è un mondo assolutamente maschilista, ma se proprio si volesse ragionare in questi termini sarebbe preferibile vedere ?Mobbing? di Francesca Comencini, ben più riuscito e in grado di suscitare comprensione e indignazione.

Riferimenti: Il Mereghetti su "North Country"

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"The Libertine" di Laurence Dunmore

14 Febbraio 2006 7 commenti


?Sono John Wilmot, secondo conte di Rochester e non ho alcun?intenzione di piacervi. Le signore si sentiranno attratte, i signori disgustati, ma io non ho alcuna intenzione di piacervi e non lo farò?
Inizia con queste poche ma significative parole il film di Laurence Dunmore incentrato sulla figura dello scandaloso poeta vissuto sotto il regno di Carlo II d?Inghilterra alla fine del diciassettesimo secolo.
Licenzioso, sottaniere incallito e alcolizzato prima malato di sifilide e scacciato da corte poi, Wilmot è un personaggio che rientra a pieno nelle corde di Johnny Depp per vari motivi, artistici e non.
Se l?interpretazione di questo genio sregolato rappresenta per Depp un nuovo freak da aggiungere alla sua galleria di ?mostri?, al tempo stesso costituisce per lui il confronto con un passato fatto di eccessi e dissolutezza, di talento sprecato e di vita ai margini, da vero borderline (come Hunter S. Thompson, scrittore maledetto cui il film è dedicato).
E? forse la presenza di Depp a costituire il traino per una pellicola altrimenti senza mordente, fatto sì di ottimi costumi, scenografie e trucco ma che non va oltre il consueto apparato scenico di base. La fotografia cita ?Barry Lyndon? di Kubrick, il protagonista ricorda l?Amadeus dell?omonimo film di Milos Forman, ma di quei capolavori il film di Dunmore non possiede la capacità di rappresentare lo strazio dell?uomo, di condire con la giusta dose di pessimismo quella che dovrebbe essere una tragedia nel senso più classico del termine ma che solo in apparenza si configura come tale (ci si limita al monologo iniziale recitato del fantasma di Wilmot).
Alla fine si assiste al disfacimento morale di un mondo paradossalmente uscito dalla Restaurazione ma sporco quanto la grana della fotografia o le fangose e nebbiose strade di Londra, con lo Shakespeare di quell?epoca trasformato in un ?Michael Jackson ante litteram” con tanto di mascherina calata sul viso ormai mangiato dalla malattia
Rochester morirà a soli 33 anni, assistito dalla moglie, abbandonato dall?amante ? attrice e dal suo re che scelleratamente provò ad usarlo come mezzo per raggiungere la stabilità politica del suo traballante trono per poi essere offeso pubblicamente da una messinscena fatta di falli giganteschi simbolo della corruzione istituzionale.
Se di fonte alle continue allusioni sessuali e ai dialoghi assai licenziosi qualche risata scappa non preoccupatevi non siete voi a essere banali, lo è il film e dopotutto Wilmot ci aveva avvisati ?Non vi piacerò? diceva. Ma chi poteva pensare che si riferisse non solo a lui ma all?intera pellicola?

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"Le Tre Sepolture" di Tommy Lee Jones

13 Febbraio 2006 9 commenti


Texas, al confine col Messico. Il mandriano Melquiades Estrada, lavoratore clandestino, viene assassinato e la polizia locale, impegnata nel controllo dei continui tentativi di passaggio oltre il confine, tenta d?insabbiare il caso.
Pete Perkins, uomo dai duri lineamenti e saldi valori morali, affezionato amico di Melquiades, davanti al rifiuto di compiere le indagini, decide di fare di testa sua mettendosi sulle tracce dell?assassino arrivando a scoprirne l?identità: si tratta di Mike Norton, agente da poco trasferitosi nella zona che ha si ucciso il messicano ma perché vittima di un errore del quale non ha mai parlato con nessuno, neanche con la giovane e annoiata moglie.
Pete fa irruzione nel suo appartamento sequestrandolo e obbligandolo a riesumare il corpo dell?amico per trasportarlo in Messico e dargli degna tumulazione seppellendolo così per la terza volta (da qui il titolo del film).
I due compiono una lunga discesa verso Sud sempre accompagnati dalla salma di Estrada che viene riempita d?attenzioni da Pete come se l?amico fosse ancora vivo.
Tra il tentativo di fuga di Mike e il rischio che il paese indicato da Melquiades come natale possa non esistere realmente, la coppia porterà a termine il suo viaggio per poi dividere le proprie strade.

Una storia d?altri tempi, raccontata con grande stile e finezza nella descrizione di un mondo al confine tra moderno e arcaico, tra civiltà e barbarie, abitato da uomini d?onore e vigliacchi, buoni e cattivi, nella tipica contrapposizione di caratteri che contraddistingue il genere western.

Ancora una volta il ?film di cowboy? conferma di essere il più longevo, il più duttile, quello capace di parlare dei veri problemi e della vera natura degli Stati Uniti e, più in generale, dell?uomo e della nostra società con i suoi eccessi, la sua arretratezza e le sue piaghe. In questo senso emerge l?atto d?accusa del regista nei confronti della connivenza tra le forze dell?ordine dei due paesi e della pessima gestione dell?immigrazione clandestina (il flusso proveniente dal Messico è tuttora uno dei più consistenti).

Di nuovo il paese centro – americano si configura come luogo dell?anima, meta di persone che hanno ormai poco da perdere, che hanno un passato da dimenticare, che possono ormai solo decidere dove costruirsi un futuro o, più semplicemente, dove morire (è il caso di Melquiades).

L?unica cosa che spinge il protagonista a mettersi in viaggio è l?amicizia e la fedeltà nei confronti del defunto, atteggiamento che gli altri bocciano come assurdo e incomprensibile, difficile da capire per persone che vivono di finzione e valori oramai compromessi (c?è sempre un televisore acceso nel film e generalmente vanno in onda fiction di bassa lega) e questo lo sapeva bene Melquiades che a un certo punto dice di non voler ?essere sepolto tra i cartelloni pubblicitari?.

Questa serie di elementi rende evidente il riferimento al cinema di Sam Peckimpah ma anche a quello di Clint Eastwood, di cui Jones è amico.
Ottime le due interpretazioni maschili, tanto quella di Barry Pepper (gia visto ne la “25ª Ora?) quanto quella dell?attore ? regista premiato a Cannes insieme alla sceneggiatura di Guillermo Arriaga (lo stesso di ?21 Grammi?) di cui si riconosce il tocco, per via della narrazione non lineare, del consueto percorso colpa ? espiazione ? redenzione e la riflessione su vita, morte e spiritualità.

Paesaggi maestosi fotografati dal veterano Chris Menges, musiche di Marco Beltrami. Prodotto da Luc Besson.

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"Transamerica" di Duncan Tucker

11 Febbraio 2006 Commenti chiusi


Bree, timido e felice transessuale, sta per compiere il passo più importante della sua vita: sottoporsi ad un?operazione chirurgica per diventare definitivamente donna.
Nulla sembrerebbe ostacolare la sua decisione, ma una telefonata proveniente da New York gli fa apprendere di avere un figlio, avuto molti anni prima quand?era ancora uomo e si chiamava Stanley, momentaneamente in carcere per spaccio di droga.
Obbligata dalla sua analista che gli consiglia di affrontare la situazione per chiudere definitivamente i conti col suo passato, Bree paga la cauzione del ragazzo al quale non rivela la sua vera identità spacciandosi per delegata della comunità .
Inizia così il viaggio fino a Los Angeles della coppia che, attraverso vari incontri e qualche inconveniente, supererà le reciproche diffidenze fino alla rivelazione finale di Bree al ragazzo che dopo aver scoperto la sua vera natura apprende di esserne anche il figlio decidendo di scappare. Ma i due avranno modo di rincontrarsi e, forse, vivere insieme.
Una commedia fresca e per niente volgare, a partire dall?indovinato titolo, capace di affrontare (e mostrare) le diverse sfumature della sessualità senza pudori tenendosi sempre lontana dal cattivo gusto. Merito dei tanti azzeccati caratteristi scelti (dal gentile cowboy innamoratosi di Bree ai suoi stravaganti genitori) sui quali spicca la straordinaria e soprattutto convincente Felicity Huffman, salita alla ribalta per la serie ?Desperate Housewives?, che incarna un personaggio dolce e insicuro dotato di grande umanità e spirito. Una scelta coraggiosa quella dell’attrice, che appare anche nel primo (?) nudo frontale maschile e femminile della storia del cinema, sostenuta dal marito e produttore del film, l?attore William H. Macy.
La pellicola dura il tanto giusto, ha molte battute e dialoghi davvero divertenti, è ben girato e fotografato (aspetto che il genere raramente considera) e riesce a dimostrare che la vita e i sentimenti di un transessuale sono gli stessi delle altre persone e che nuove forme di famiglia (Bree e suo figlio si ritrovano, ma non ci è dato sapere per quanto questo durerà, per una volta niente happy ending quindi), magari meno tradizionali e ortodosse, sono possibili ed edificabili.

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