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Archivio Aprile 2006

"Casinò" di Martin Scorsese

20 Aprile 2006 9 commenti


Las Vegas, primi anni ?70. Nella patria del gioco d?azzardo è la mafia a controllare ogni attività e a gestire un giro di denaro da milioni di dollari.
Per far quadrare meglio i conti la Famiglia mette alla guida del casinò Tangiers l?ex giocatore d?azzardo Sam ?Asso? (Ace in inglese) Rothstein, un uomo preciso, metodico e soprattutto competente, la persona giusta per far funzionare alla perfezione la macchina succhiasoldi.
Successo, fama e ricchezza giungono rapidamente ma appaiono terribilmente effimeri di fronte ai problemi causati dalle scelte di vita di Asso, infatuatosi della prostituta d?alto bordo Ginger, e da quelle dei suoi capi, con la costante presenza del temibile gangster Nicky Santoro.
L?amore non corrisposto per la donna e le manie di grandezza del secondo faranno crollare un impero dalle fragili fondamenta con un conseguente ridimensionamento per tutti, mafiosi compresi.
Splendido film di Martin Scorsese, un vero e proprio capolavoro ignorato dal pubblico e da parte della critica (oltre che dagli Oscar) a causa della vicinanza, tematica, stilistica e cronologica a ?Quei Bravi Ragazzi? dal quale invece differisce non poco.
Se nella pellicola del 1990 ad esser protagonisti erano gli ?operai? dell?onorata società qui invece ci vengono mostrati i suoi vertici, rappresentati come un?opulenta e affamata aristocrazia del crimine con i padrini considerati quasi delle divinità da adorare.
Come in tutto il cinema del regista italoamericano ritornano personaggi capaci di compiere una straordinaria quanto repentina ascesa per poi finire dimenticati e poveri oppure uccisi dagli amici di un tempo (la testa calda Nicky) o d?overdose (la squillo Ginger).
A salvarsi è solo Asso che sfiora sì la morte ma viene graziato dal Signore, quasi strappato con forza al suo destino già segnato e rispedito di nuovo alla vita attraverso una catarsi purificatrice dopo un attentato dinamitardo alla sua macchina che va in fiamme, non per nulla è lui il primo a giocare e trattare col frutto del peccato: il denaro.
Il denaro domina la prima parte del film dove non si parla d?altro in quanto sono gli stessi tre protagonisti ad illustrarne meccanismi e fascino, capacità corruttiva e influenza su ogni uomo, potente (politici compresi) o comune che sia.
In questo modo il casinò diventa luogo dell?anima, tempio pagano dove sacrificare i risparmi di un?esistenza alla ricerca di un sogno sempre cullato: la felicità.

?Las Vegas era per noi un autolavaggio della moralità, quello che Lourdes rappresenta per i ciechi e gli storpi?

Asso vorrebbe conquistarla proprio con i soldi pagando a caro prezzo (banconote, pellicce, gioielli) l?amore dell?avida Ginger la quale gli dice subito di non essere la persona adatta con cui mettere su famiglia, soprattutto gli dice di non amarlo.
Ma per i personaggi di Scorsese la volontà di cercare e raggiungere ?il magico accordo?, ovvero il successo professionale unito a quello del cuore, è qualcosa di irrefrenabile pur essendo un?utopia irrealizzabile (si pensi alla coppia di musicisti di ?New York, New York? o allo stesso Gesù de ?L?Ultima Tentazione Di Cristo? impossibilitato dall?amare la Maddalena).
Conosciamo bene la visione religiosa di Scorsese, nato e cresciuto in un ambiente rigidamente cattolico come la Little Italy newyorchese: ognuno di noi porta la sua croce, ognuno di noi ha qualcosa di cui pentirsi, di cui farsi perdonare. Ognuno di noi ha un peccato da espiare: è la visione cristologica dell?uomo che torna in tutto il suo cinema in maniera cosciente (il Jake La Motta volontariamente vittima dei suoi avversari sul ring in ?Toro Scatenato?) o meno (lo sfortunato protagonista dell?odissea urbana di ?Fuori Orario?).
Da brividi il finale dove la voce di Asso (doppiato da Gigi Proietti, una scelta decisamente felice) commenta la fine dei casinò di un tempo demoliti dalle multinazionali giunte al potere e sostituiti da nuove strutture ancora più grandi e faraoniche (non per nulla a Las Vegas è stata ricostruita la stessa sfinge di Giza) ad uso e consumo di pensionati in gita premio, una sorta di ?Disneyland per anziani?.
Si tratta dello stesso pessimismo che contraddistingue le ultime parole dell? Harry Hill protagonista de ?Quei Bravi Ragazzi? ma che è anche metafora della fine di un epoca, di un?America e di un cinema, quello statunitense degli anni ?70, fatto di eccessi e in mano per la prima volta ai registi ma ritornato alle corporation interessate esclusivamente ad una cosa: l?intrattenimento.
Splendido cast con un Robert De Niro in stato di grazia, la conferma Joe Pesci e la sorprendente Sharon Stone nella migliore interpretazione della sua carriera.
Straordinario l?apporto tecnico a partire dai bellissimi titoli di apertura di Saul ed Elaine Bass, dalla sfolgorante fotografia di Robert Richardson, dal montaggio serrato di Thelma Schoonmaker che alterna sapientemente dialoghi, commenti fuori campo e vicende dei tre personaggi principali, dalla maniacale ricostruzione scenografica di Dante Ferretti e dalla ricca colonna sonora fatta di brani d?epoca e supervisionata da Robbie Robertson.

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"L’Esercito Delle Dodici Scimmie" di Terry Gilliam

18 Aprile 2006 5 commenti


Alle soglie del Ventunesimo Secolo l?umanità è stata vicina all?estinzione a causa di un?inspiegabile e micidiale epidemia. Nel 2035 i pochi sopravissuti sono rintanati sottoterra impegnati nella ricerca di una cura e nel tentativo di capire la dinamica del contagio.
Grazie ad una macchina del tempo vengono inviate nel passato persone incaricate d?indagare, generalmente uomini che non hanno nulla da perdere proprio come James Cole (Bruce Willis), un galeotto speranzoso di ottenere la libertà grazie all?aiuto offerto e di far luce su un ricorrente sogno al quale non riesce a dare spiegazione.
L?unico indizio a sua disposizione è un nome, quello del gruppo eversivo chiamato ?Esercito delle dodici scimmie? ritenuto implicato nel caso.
Dapprima Cole finisce nel 1990 ma viene internato in un ospedale psichiatrico dove fa conoscenza di Jeffrey Goines (Brad Pitt), figlio di uno stimato scienziato premio Nobel (Christopher Plummer), un tempo attivista del movimento e della dottoressa Kathryn Reilly (Madeline Stowe).
Riesce ad evadere sequestrando la donna la quale, dapprima riluttante di fronte alle sue assurde affermazioni sull?imminente fine del mondo, incomincia a convincersi che ad avere torto potrebbe non essere Cole il quale viene nuovamente richiamato nel futuro e rispedito finalmente nell?anno esatto per poter tentare di arginare la nascente pandemia e comprendere le sue visioni.
Ispirato dal cortometraggio ?La Jetée? del francese Chris Marker, Terry Gilliam ha costruito un film straordinario che mescola sapientemente fantascienza, giallo e thriller con risultati davvero eccezionali.
Il talento visionario dell?autore partorisce una visione angosciosa e cupa del futuro indicando le cause della crisi come figlie della follia dei nostri giorni, della cecità della moderna società e della sua incapacità di raddrizzare il corso degli eventi alle soglie dell?imminente apocalisse coincidente con la fine del millennio.
La presenza di Pitt non risulta casuale dato che nello stesso periodo era protagonista di un’altra pellicola inquietante come lo splendido ?Se7en? di David Fincher uscito proprio in quel 1995 che aveva gia visto l?affermazione del pessimista ?I Soliti Sospetti? diretto da Bryan Singer.
Grazie a questi titoli Hollywood riscopriva la sua vena più crudele, quella che non concedeva seconde possibilità ed escludeva il tanto abusato ?happy ending?.
Gilliam non si sottrae a questa tendenza aggiungendo al suo film un forte richiamo cinefilo rappresentato dalla visione che fanno i due protagonisti de ?La Donna Che Visse Due Volte? ovvero ?Vertigo? di Alfred Hitchcock in quanto anche qui l?amore per una donna rivissuto al pari della propria vita è parte integrante del racconto.
Ottima la prova dell?allucinato Bruce Willis ben coadiuvato da Madeline Stowe e, soprattutto, dallo schizzato Brad Pitt giustamente nominato all?Oscar insieme ai costumi mentre la fotografia di Roger Pratt e l?indimenticabile tema di Astor Piazzolla contribuiscono a rendere tutto più decadente.

"Gli Ultimi Fuochi" di Elia Kazan

13 Aprile 2006 2 commenti


All?interno di una rassegna dedicata al grande drammaturgo inglese Harold Pinter, amico di Samuel Beckett, simbolo del teatro dell?assurdo e Premio Nobel per la letteratura, ho visto ieri ?Gli Ultimi Fuochi? da lui sceneggiato e diretto da Elia Kazan.
Alla base del film il romanzo di Francis Scott Fitzgerald ?The Last Tycoon? il cui intento era quello di offrire uno spaccato dell?allucinata vita di Hollywood seguendo le vicende di Monroe Stahr, giovane e rampante produttore alla disperata ricerca di un cinema slegato dai limiti di budget e dall?ottusità delle majors e proiettato verso la creatività.
L?incontro con una giovane ragazza incredibilmente somigliante alla moglie scomparsa distrae Monroe dal lavoro visto che il suo amore non viene interamente ricambiato provocando in lui nuovi sussulti e inevitabili problemi di cuore, i suoi ?ultimi fuochi? appunto.
Recentemente dove abbiamo visto vicende private e di cinema così ben amalgamate? Nel ?Caimano? di Nanni Moretti il produttore Silvio Orlando, in piena crisi con moglie e lavoro, aveva nel proprio ufficio proprio il poster di questo film che all?epoca non fu apprezzato nonostante la buona ricostruzione della Hollywood classica, la sceneggiatura dello stesso Pinter e la regia di Kazan.
Forse proprio quest?ultimo il punto debole: il regista turco, al suo ultimo film dopo cinque anni d?inattività, fu incapace di realizzare quello che gli venne richiesto, ovvero un caustico affresco della Mecca del cinema mantenendo al contrario un atteggiamento abbastanza compiacente.
Originariamente, infatti, venne scritturato Mike Nichols, autore di rottura per l?epoca, ben presto sostituito dal più accondiscendente Kazan che fu comunque vittima nella sua vittima dei meccanismi degli studios prima e del maccartismo poi nonché autore di una biografia nella quale svelava particolari abbastanza piccanti dei divi dello star system.
Bisogna ricordare come fino agli anni ?50 nel cinema d?Oltreoceano abbiano dominato esclusivamente produttori e attori mentre ad esser messi nell?angolo erano i registi. Solo grazie allo stesso Kazan e a Nicholas Ray si ebbe una sostanziale modifica dapprima dei generi tradizionali e poi, grazie alla cosiddetta ?Sentenza Paramount?, l?affermazione di produttori indipendenti che finalmente potevano sfidare il monopolio costituito dalle case storiche che si occupavano interamente di produzione, realizzazione e distribuzione dei film.
Un precursore fu Roger Corman che con la sua factory permise a giovani autori e attori di emergere, proprio come Jack Nicholson che iniziò come sceneggiatore per poi passare davanti alla macchina da presa e non si tratta di un particolare indifferente visto che figura nel cast protagonista de ?Gli Ultimi Fuochi?: Robert De Niro, Tony Curtis, Robert Mitchum e Jeanne Moreau sono solo alcuni dei nomi di spicco di questa produzione.

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"La Pantera Rosa" di Shawn Levy

6 Aprile 2006 5 commenti


Durante un incontro di calcio tra le nazionali di Francia e Cina l?allenatore della squadra transalpina viene misteriosamente assassinato e il preziosissimo diamante Pantera Rosa che portava al dito scompare.
Per risolvere il caso l?ispettore capo Dreyfus decide di affidarlo non ad un agente navigato ma ad un totale imbranato, il gendarme di provincia Jacques Clouseau prontamente promosso ispettore.
Infatti la preoccupazione principale del superiore è di riuscire ad ottenere l?onorificenza della Legione d?onore e per questo non vuole che nulla vada storto, compreso il caso le cui indagini verranno compiute dal nuovo arrivato ma di cui il merito si prenderà lo stesso Dreyfus.
Peccato che Clouseau sia uno specialista nel combinare disastri e se con lui non ci fosse il fidato collega Ponton ad indirizzarlo sulla giusta pista, invece che seguire gli spostamenti della cantante Xania ex del coach assassinato, il colpevole la farebbe facilmente franca.
Per la nuova versione di uno dei più famosi film comici di sempre la produzione è stata chiara: nessuno parli di remake. Effettivamente questa pellicola difficilmente avrebbe potuto reggere il confronto con quella di Blake Edwards del ?63 soprattutto perché priva del genio di Peter Sellers ma anche della classe di David Niven e del brio di Capucine e Claudia Cardinale.
Al loro posto troviamo Steve Martin, Jean Reno, Kevin Kline e Beyoncé Knowles che svolgono il loro semplice compitino ma senza lasciare il segno e alla fine l?unico legame con l?originale è rappresentato esclusivamente dal mitico tema musicale di Henry Mancini (all?epoca candidato all?Oscar) qui riproposto, oltre che nei titoli di testa durante il film in più varianti.
Quanto a divertimento c?è davvero poco: se qualche gag riesce a strappare un sorriso è impossibile ritrovare le sequenze catastrofiche di Sellers che facevano piegare in due lo spettatore.
La colpa non è da attribuire esclusivamente al cast ma anche al regista di davvero poco spessore (Levy gia in coppia con Martin per ?Una Scatenata Dozzina?) e alla sceneggiatura scritta dallo stesso protagonista che quindi non può accusare nessuno di avergli fornito un copione scadente.
Un merito va in ogni modo riconosciuto al film, in altre parole quello di cercare la risata in tutti i modi ma mai in maniera volgare, caratteristica non comune per il cinema d?oggi.
Tra i soliti luoghi comuni sulle manie di grandezza dei francesi e i tanti, celebri marchi mostrati senza alcun pudore, vanno notato il ricorso alla Smart come auto principale, caratteristica che accomuna questo film all?imminente ?Il Codice Da Vinci? dove vedremo anche Tom Hanks alla guida lungo le vie, guarda caso, della stessa città: Parigi.

Riferimenti: La Pantera Rosa – Sito Italiano

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