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Archivio Settembre 2006

"Profumo – Storia di un Assassino" di Tom Tykwer

29 Settembre 2006 3 commenti


Tratto dal bestseller di Patrick Süskind (al quale si era interessato anche Kubrick salvo abbandonare il progetto ritenendolo ?infilmabile?) ?Profumo ? Storia di un assassino? racconta la breve e triste esistenza di Jean-Baptiste Grenouille, un orfano nato nel mercato del pesce della Parigi del 18mo secolo poi venduto come schiavo.
Privo di cultura e d?affetti, Grenouille è però dotato di uno straordinario olfatto che gli permette di riconoscere e ricordare qualsiasi odore egli senta ma, a dispetto di questo senso così acuto, Grenouille è invece privo di un profumo proprio il che provoca repulsione nei confronti di chi gli sta intorno.
Diventato assistente di un profumiere italiano ormai in disarmo, Grenouille apprende presto i segreti di quell?arte ovvero come ogni essenza contenga in se dodici note avvertibili col passare del tempo dalla prima all?ultima (quella testa, di cuore e il di fondo di un profumo) e di come da sempre l?uomo sia alla ricerca della tredicesima, quella in grado di creare la fragranza perfetta.

Il giovane inizia da inizio ad una serie d?esperimenti fino a quando non si rende conto che solo dagli esseri umani potrà estrarre ciò che cerca diventando in questo modo un assassino scomunicato e ricercato dalla polizia.

Assai atteso dagli appassionati del romanzo, ?Profumo? di Tom Tykwer (regista tedesco salito alla ribalta col movimentato ?Lola Corre? nel 1998) delude gran parte delle aspettative risultando riuscito a metà o perlomeno in piccola parte.
Se la ricostruzione d?epoca è di gran classe, sono semmai le scelte registiche a non convincere per via dello stile adottato dal regista, fatto di rallenti, accelerazioni, un eccessivo ricorso alle inquadrature dei particolari (a volte davvero stomachevoli) che in qualche modo finiscono per rendere il tutto assai patinato e kitsch nonostante le velleità pittoriche mentre neppure la colonna sonora riesce ad incidere.

Ma al di là delle battute facili( ?un film inodore??) il film possiede un indiscusso e assai forte fascino concettuale: un uomo dotato di un dono straordinario ma privo di un?anima e di un proprio odore, incapace quindi di amare e di essere amato. Un uomo ossessionato da una missione che non gli risparmierà di mietere vittime ma motivato dalla ricerca di un veicolo capace di inebriare l?uomo, di diffondere pace e amore ma soprattutto di renderlo finalmente visibile agli occhi della gente cosa che avviene verso la fine del film quando la folla inferocita che circonda il patibolo dove Grenouille sta per essere giustiziato si ammansisce non appena egli diffonde il profumo contenente la tredicesima nota dando via ad un immenso amore di gruppo.
A questo punto Grenouille, libero e dotato di un?arma invincibile, fa ritorno nel poverissimo quartiere dove nacque e, cosparsosi di profumo acquisisce finalmente il suo profumo finendo per scomparire conteso dalla folla accorsa, la stessa miserabile gente fra la quale nacque a cui Grenouille regala un breve ma intenso sussulto d?estasi.

Un po? troppo immobile il ventiseienne Ben Whishaw, attore teatrale inglese per la prima volta protagonista assoluto e dalla vaga somiglianza con l?Hayden Christensen di ?Star Wars?, mentre Dustin Hoffman, pur nella brevità della sua parte, e Alan Rickman confermano tutta la loro classe.

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"Little Miss Sunshine" di Jonathan Dayton e Valerie Faris

28 Settembre 2006 1 commento


Gli Hoover sembrerebbero la tipica rappresentazione della middle class statunitense: coppia sposata, due figli, casa in una di quelle interminabili strade con villette a schiera? Insomma una famiglia in cui fila tutto liscio e si discute amabilmente: sbagliato.
Se Richard (Greg Kinnear) è insoddisfatto del proprio lavoro e non riesce a trovare un editore che pubblichi il suo libro, Sheryl (Toni Colette) deve fare i conti col volontario mutismo del figlio maggiore Dwayne mentre suo fratello Frank (Steve Carrel), professore gay reduce da un tentativo di suicidio, finisce per trasferirsi da loro, secondo ospite insieme al nonno (Alan Arkin) col vizio dell?eroina.
L?unica eccezione sembra rappresentata dalla piccola di casa, Olive (Abigail Breslin) che pare non accorgersi dei problemi degli adulti, forse perché presa da cose ben più importanti quali ad esempio la partecipazione a ?Piccola miss California?, un concorso per aspiranti reginette.

A questo punto la famiglia, cui tutto sommato non dispiacerebbe i soldi del premio, si mette in moto (anzi in pulmino, peraltro senza freni) e, tra mille inconvenienti, alcuni più o meno grossi e tristi (la morte del patriarca), riuscirà nell?impresa di percorrere mezza America per un viaggio che sarà di maturazione e confronto per tutti quanti loro.

L?opera prima della coppia Dayton-Faris, provenienti dal mondo dei videoclip (video per i R.E.M. e Red Hot Chili Peppers tra i tanti), è quanto di meglio si potrebbe volere al proprio esordio cinematografico: con un cast in parte e pimpante, una sceneggiatura ricca di battute e situazioni divertenti e la scelta di raccontare un mondo (quello dei baby concorsi) per noi sconosciuto ma istituzionale negli USA, ?Little Miss Sunshine? riesce a divertire e lo fa velenosamente.

Non mancano infatti riferimenti e frecciate alla politica di casa (in un motel durante un litigio tra i genitori, Dwayne accende la tv per non sentirli ma, trovandosi di fronte Bush, preferisce spegnere) e al sistema sanitario nazionale e ai suoi eccessi.
A proposito di esagerazioni la principale naturalmente è quella del mondo dei concorsi per bambini, vere e proprie sfide generazionali per trovare la più rapida e facile via al successo che registrano tantissime adesioni e un grande seguito (qualche cifra? Quasi cinquemila l?anno, un milione le bambine partecipanti e quote d?iscrizione dai 20 ai 150 dollari per un giro d?affari per cinque miliardi).

Il riaccendersi improvviso della misteriosa scomparsa della piccola JonBenet Ramsey, piccola miss uccisa nel ?96, dimostra poi come la pellicola tocchi un tasto dolente della nostra società che non è solo razzismo o obesità ma anche insana voglia di competere e sfruttamento (e la tv in questo caso ha grosse responsabilità) non solo di se stessi ma anche, appunto, dei propri figli.

A questo mondo d?alienati (impressionanti certe partecipanti alla finale, agghindate come delle bambole, esseri di plastica senz?anima) i registi contrappongono gli Hoover che se all?inizio appaiono abbastanza squinternati alla fine sembrano risultare le uniche persone vere dell?intera pellicola, tali perché coerenti a se stesse nel bene e nel male.

Tante le scene indimenticabili (il trasporto del corpo del nonno fuori dall?ospedale; la perquisizione del pulmino da parte della polizia; il numero di Olive per la sua esibizione) così come le battute contenute nei dialoghi di una sceneggiatura davvero ben scritta.

Successo anche al botteghino: costato 8 milioni di dollari, il film ne ha portato a casa più di 50 e, dopo nove settimane, continua a figurare nella top ten USA.

"Heat ? La Sfida" di Michael Mann

26 Settembre 2006 2 commenti


A Los Angeles s?incrociano le vicende di una quindicina di persone rispettivamente coinvolte nella vita e nel lavoro di due uomini, Vincent Hanna (Al Pacino) e Neil McCauley (Robert De Niro), il primo sergente della squadra anticrimine, il secondo infallibile rapinatore.
Nell?arco di un paio d?ore, giorni (o settimane: in questo film d?ambientazione notturna la cognizione del tempo viene presto a mancare) il gangster tenta di mettere appunto il colpo perfetto, quello della vita mentre il suo inseguitore ne studia affondo le mosse cercando di comprenderne non solo l?intelligenza criminale ma anche la componente umana.
Incontro fatidico in una tavola calda e sparatoria finale all?aeroporto.

?Heat? è uno dei più bei film del passato decennio, di sicuro il più riuscito della filmografia di Michael Mann, ex produttore televisivo passato alla regia alla fine degli Ottanta e da subito impostosi all?attenzione come uno migliori conoscitori del genere poliziesco.
A lui si devono infatti l?esordio di Hannibal Lecter sullo schermo con ?Manhunter?, l?affresco in costume de ?L?ultimo dei Mohicani? e il biopic sul mitico Cassius Clay meglio noto come ?Ali?.

Ma ciò in cui Mann eccelle è il film d?ambientazione metropolitana, losangelina per l?esattezza, possibilmente notturna. Negli ultimi anni il regista statunitense ha dimostrato di saper coniugare un notevole stile di ripresa ad una profonda analisi psicologica dei suoi personaggi, quasi sempre dei perdenti anche se apparentemente vincitori, uomini fondamentalmente soli (?Sono un solitario ma non mi sento solo? recita una battuta del McCauley di ?Heat?) e dolenti, incapaci di trovare vero conforto alle sofferenze dell?anima proprio come il chimico boicottato dalla multinazionale del tabacco in ?The Insider? e il tassista coinvolto in una serie di efferati omicidi in ?Collateral?.

Figure contro tutto e tutti, forse anche contro se stessi ma fondamentalmente coerenti (?Dico quello che penso e faccio quello che dico? afferma Hanna in una scena) che ritornano nel tanto criticato in patria ?Miami Vice?, il quale sembra porsi sulla stessa frequenza d?onda ribadendo ancora una volta come Mann sia l?ultimo romantico del cinema americano di oggi.

Per ?Heat? Mann ha tratto ispirazione dal suo film per la tv ?Sei solo, agente Vincent? da cui ha ripreso il personaggio del poliziotto meticoloso e inarrestabile cui ha affiancato l?altrettanto scrupoloso quanto letale rapinatore McCauley, ruoli affidati a due mostri sacri del cinema quali Al Pacino e Robert De Niro per la prima volta insieme oltre che nello stesso film (il precedente de ?Il Padrino – Parte seconda? non fa testo) anche nella stessa inquadratura.

Tante le scene memorabili, a partire da quelle comuni dei due protagonisti: la prima ambientata nel tipico diner statunitense caratterizzata da una composizione formale dell?inquadrature straordinaria, un campo-controcampo scandito alla perfezione e con uno scambio di battute sulle rispettive vite, dalle quali si evince come tra il buono e il cattivo, e quindi tra il bene e il male, il confine sia davvero labile, sopratutto se per ognuno dei due ciò coincide con la rispettiva professione.
La seconda invece è quella conclusiva dell?aeroporto con lo scontro frontale che consegnerà McCauley alla morte ma non al carcere e che si chiude sulle note della straordinaria ?God moving on the face of the water? di Moby, uno dei tanti brani che compongono la bellissima soundtrack in cui vi sono anche i Passengers (ovvero gli U2 e Brian Eno), Lisa Gerrard, William Orbit, e i Kronos Quartet che compongono anche le musiche.

Straordinaria fotografia di Dante Spinotti che ritrae una Los Angeles buia, mistica e letale, quasi la vera protagonista della città nella quale vivere e morire (per citare lo straordinario film di William Friedkin del 1985) è assai facile nella quale tutto e tutti sembra così indelebilmente segnati dal destino, stretti e schiacciati nelle highways riprese dall?elicottero. ?Heat? è anche un film sul caso. E? un film sulla libertà, quella che vorrebbe raggiungere McCauley abbandonando la sua vita per le lontane Fiji proprio come uno dei tanti antieroi del cinema di Sam Peckinpah alla ricerca di un luogo dell?anima lontano dalla civiltà e dal suo caos.

Sceneggiatura del regista che segue le fila di una quindicina di personaggi di contorno dei quali, anche se pur con poche inquadrature a disposizione. Ashley Judd, Diane Venora, John Voight, Val Kilmer, William Fichtner, Mykelti Williamson, Natalie Portman, Tom Sizemore compongono il resto del cast.

Tre ore di grandissimo cinema per un film indimenticabile.

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"The Queen" di Stephen Frears

21 Settembre 2006 1 commento


La domenica del 31 agosto 1997 fu diffusa la notizia della morte in un incidente stradale della Principessa Diana che colpì l?intera opinione pubblica inglese ma non solo.
Il film ricostruisce la delicata settimana successiva all?evento e fatta di contrasti e decise prese di posizione da parte della Regina Elisabetta II, restia ad un pubblico tributo e funerale, e l?avversità dei suoi sudditi. Grande mediatore e fautore della mancata crisi fu il neo primo ministro Tony Blair che sondando gli umori popolari e comprendendo la difficile mentalità della sovrana riuscì a farla tornare sui suoi passi rinforzandone l?immagine.

Raccontare una vicenda tuttora controversa come quella della morte di Diana ma soprattutto mostrare da vicino personaggi storici viventi senza scadere nella polemica ha costituito la sfida più affascinante per Stephen Frears il quale l?ha accettata vincendola in pieno.

I meriti vanno egualmente distribuiti tra lo stesso Frears, lo sceneggiatore Peter Morgan e la protagonista Helen Mirren che si cala alla perfezione nei panni di Elisabetta II e, come negli ultimi anni hanno saputo fare Cate Blanchett in ?Elizabeth? o Judi Dench in ?Shakespeare in Love?, riesce a rappresentare l?austerità del suo personaggio rendendolo al contempo adorabile e insopportabile, umano e non, fiero e ligio alla tradizione ma preoccupata al bene dei suoi nipoti. Un?interpretazione alla quale la Coppa Volpi rende merito e che costituisce il trampolino per una quasi certa nomination ai prossimi Oscar.

La sceneggiatura di Peter Morgan (anch?essa premiata al Festival) è un insieme di dialoghi e battute perfettamente incasellati, momenti assai arguti e silenziosamente acidi ma anche di rara e profonda misura nel rapportarsi alla davvero impegnativa materia che si trova a trattare e apprezzandola per la scelta di non assumere una visione delle cose né dichiaratamente filo monarchica né populista.

Memorabile la scena (che vale più di mille parole) in cui Elisabetta, bloccata in mezzo al guado di un torrente, vede comparire nel pieno della sua tenuta uno splendido cervo braccato da suo marito e da altri cacciatori. In poche inquadrature dal volto della regina traspare l?emozione per una così eccezionale visione al quale, per metterlo a riparo, fa segno di andare via, di scappare e, infatti, dopo essersi voltata per un istante, non lo vede più salvo poi apprenderne tempo dopo l?uccisione.

Si tratta di una tanto semplice quanto pregnante metafora del destino della stessa Diana, splendente e angelicata creatura prigioniera di un mondo (la tenuta dei reali), alla ricerca della libertà e uccisa o da persone a lei vicine (Filippo che mal la tollerava) o da qualcun altro (i cacciatori, ovvero gli 007 francesi).

Onore perciò a Stephen Frears che già vent?anni fa aveva mostrato il volto più moderno dell?Inghilterra (?My beautiful laundrette?) e al contempo esplorato le vie del potere e della sua seduzione (?Le relazioni pericolose?) e che qui dirige con gran classe il suo cast basato sulla somiglianza (talvolta impressionante) degli attori con i veri personaggi: Michael Sheen credibilissimo come Tony Blair, Helen McCrory è Cherry Blair, James Cromwell (il fattore del maialino ?Babe?) l?arcigno principe Filippo mentre Carlo viene ritratto degnamente sul piano umano senza crearne una facile macchietta.

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"11 settembre 2001" di autori vari

20 Settembre 2006 1 commento


Nel 1995, centenario della nascita del cinema (la prima proiezione pubblica risale, infatti, al 28 dicembre 1895), in Francia si decise di celebrare l?evento attraverso la pellicola ?Lumiere e Company.?nella quale più di cinquanta maestri(da Wim Wenders a Spike Lee, da Zhang Yimou a David Lynch ) in altrettanti segmenti raccontavano il proprio rapporto con la settima arte.

Sei anni dopo un altro eccezionale evento, di medesima portata ma opposta natura ha offerto la possibilità di riunire per l?occasione registi di diverse nazionalità, stili e posizioni politiche per confrontarsi sull?11 settembre.

In questo modo è nato il singolare film che qui recensisco, un?operazione a tratti controversa considerata da molti uno squallido tentativo di strumentalizzazione, al tempo stesso reputata il primo vero, sincero approccio del cinema alla tragedia newyorkese.

Ed è proprio per quest?ultima ragione che a seconda del cortometraggio (11 dalla durata, simbolica, di altrettanti minuti e nove secondi e un fotogramma) muta l?atteggiamento nei confronti dell?evento:

1) Samira Makhmalbaf ? Iran: Una giovane maestra elementare afgana cerca di far commemorare il crollo delle Torri ai suoi alunni i quali però non riescono ad immaginarsele.

2) Claude Lelouch ? Francia: Una coppia litiga. Lei è sordomuta, lui esce di casa la mattina presto. Solo al suo ritorno si rende conto dell?accaduto.

3) Youssef Chahine – Egitto: Un dialogo immaginario tra un regista e due soldati morti in battaglia, uno palestinese, l?altro statunitense.

4) Danis Tanovic – Bosnia-Erzegovina: L?anniversario della strage di Sebrenica, in Serbia, coincide con la tragedia di New York. Le giovani vedove della città decidono di condividerne il lutto.

5) Idrissa Quedraogo ? Burkina – Faso : Cinque ragazzini credono di aver visto Osama Bin Laden e decidono di catturarlo per riscuotere l?ingente ricompensa e curare i propri parenti malati.

6) Ken Loach ? Inghilterra: Un esule cileno rifugiato a Londra fa un parallelo tra l?undici settembre e quello vissuto trent?anni prima dal suo paese con l?uccisione del presidente Allende.

7) Alejandro Gonzalez Iñárritu – Messico: Su uno schermo nero si alternano flash delle torri e di coloro che si buttarono dalle finestre con un puzzle di voci (dai tg alle chiamate delle vittime) in sottofondo.
8) Amos Gitai – Israele: Una reporter presente sul luogo di un attentato non riesce a spiegarsi il disinteresse della sua emittente per il suo caso non essendo al corrente dei fatti di New York.

9) Mira Nair – India: Una donna pakistana e la sua famiglia sono trattate e guardate con diffidenza solo per via dell?attentato al quale il loro figlio scomparso misteriosamente potrebbe esservi collegato. Si scoprirà che invece morì da eroe sotto le macerie. Da una storia vera.

10) Sean Penn ? Stati Unititi: Un anziano vedovo vive come se la moglie scomparsa fosse ancora viva ma purtroppo non riesce a curarne i fiori, privi della luce sufficiente per crescere. Il crollo delle Torri ne illuminerà l’appartamento e la vita.

11) Shohei Imamura – Giappone: L?unico episodio non ambientato ai giorni nostri. Un reduce dell?esercito giapponese torna a casa e si comporta come un serpente fino a, quando, scacciato dai parenti, si butta in un fiume.

Un film corale sul valore universale ed unificante della tragedia americana, mostrata nel pieno della sua collettività. La violenza provoca riflessi sull?intero pianeta, non è circoscritta ed inoltre colpisce non solo noi occidentali ma anche il resto del mondo che merita uguale rispetto.

Se questi sono i due temi comuni del film, divergenti sono le posizioni assunte da ogni singolo regista ad esempio l?episodio di Ken Loach, forse quello che stona maggiormente rispetto al contesto ma che trova il coraggio di parlare di un altro 11 settembre che forse sarebbe rimasto sepolto dalla storia.

Il più drammatico è senza dubbio quello di Iñárritu: le immagini dei jumpers delle due Torri sono sconvolgenti mentre il crescente sibilare delle voci in sottofondo rimanda alla frammentazione del nostro mondo e delle lingue (la peggior punizione inflitta da Dio all?uomo coincise con la distruzione della Torre di Babele che da quel momento impedì di esprimersi nello stesso modo).

Poetici invece i segmenti di Penn e Lelouch che mostrano come da una giornata di così buia disperazione qualcuno trovò la forza per ricominciare a vivere; Gitai fa notare come a fare i conti con la paura gli israeliani siano ormai abituati mentre Quedraogo scherza sulle paranoie verso Bin Laden riuscendo a mostrarlo sotto una luce ?positiva?, ovvero come mezzo per il riscatto dei suoi poveri protagonisti.

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"La Stella che non c?è" di Gianni Amelio

17 Settembre 2006 2 commenti


Manutentore di un impianto siderurgico prossimo alla vendita ad una multinazionale cinese, Vincenzo Buonavolontà sente sempre più vicino il distacco dal ?figlio? cui ha dedicato le cure e il tempo di una vita.
Scoperto un malfunzionamento nella centralina dell?altoforno Vincenzo isola il difetto modificandone il componente che cerca di far avere ai nuovi proprietari i quali però hanno già lasciato l?Italia.
Spinto dall?esigenza di riparare il guasto tecnico ma anche qualcosa dentro di se, Vincenzo parte alla volta della Cina dove tra mille difficoltà ma grazie all?aiuto di una giovane interprete riuscirà nel suo compito ma soprattutto scoprirà l?anima di un paese immenso e affascinante.

Liberamente ispirato al romanzo ?La dismissione? di Ermanno Rea, di cui costituisce un ideale seguito, il film di Gianni Amelio è un efficace spaccato di ?Quella grande pentola a pressione priva di valvola? che è la Cina, osservata e mostrata dal regista senza alcuna concessione alla visione stereotipata che l?uomo comune occidentale potrebbe averne.

Del gigante asiatico ci vengono mostrati quelli squilibri coi quali facciamo sempre più i conti: il divario tra città e campagna e tra costa e interno; la grande ricchezza e la più buia miseria; l?invasione delle mode e gusti d?importazione e le millenarie tradizioni. E poi il lavoro sottopagato e quello minorile, la piaga degli orfani, le distanze enormi da percorrere, i grattacieli sempre più numerosi ma ciò che davvero colpisce è il cielo terribilmente grigio, quello di un paese schiacciato da un?immensa, soffocante cappa i cui plumbei colori vengono riportati con forte aderenza dalla fotografia di Luca Bigazzi.

Particolarmente efficaci la scena nel commissariato di polizia la quale mostra quanto rigide siano le autorità cinesi ma che, come spiega la protagonista, ?prima ti fanno uno sgambetto e poi ti aiutano ad alzarti?, e quella della crociera lungo lo Yangtze verso la gigantesca Diga delle Tre Gole.

Ma ?La stella che non c?è? è anche un film di silenzi, di sguardi, di attesa e di attese dove le parole vengono soppesate e i sentimenti suscitati con una tale grazia da lasciare lo spettatore affascinato.

Insomma è un film di Gianni Amelio, da sempre attento alle problematiche sociali della contemporaneità (?Lamerica?) ma anche alla dimensione del viaggio come esperienza di formazione e presa di coscienza di realtà contrastanti (?Il ladro di bambini?) e alla difficoltà di comunicare nel mondo di oggi (?Le chiavi di casa?).

Ottima la prova del misurato ma intenso Sergio Castellitto ma anche l?esordiente Tai Ling (perché non premiarli a Venezia?) non è da meno.

?La Cina non la immaginavo così? dice ad un certo punto Vincenzo. A dir la verità neanche noi.

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"Pirati dei Caraibi – La Maledizione del Forziere Fantasma" di Gore Verbinski

15 Settembre 2006 1 commento


Eccoli di nuovo tra noi i Pirati dei Carabi! Jack Sparrow, pardon Capitan Jack Sparrow (Johnny Depp) e gli amici ? nemici Will Turner (Orlando Bloom) e Elizabeth Swann (Keira Knightley) alle prese con una nuovo avventura.
Ancora una volta (e che sfiga!) lo sciroccato pirata si trova a dover saldare un debito di sangue, stavolta col temibile Davy Jones il capitano del vascello Olandese Volante e a capo di una ciurma di anfibi umanoidi.
Pur di salvarsi dall?eterna dannazione di servire Jones, Jack non rinuncia ad interrompere le nozze tra Will ed Elizabeth coinvolgendoli in una nuova girandola di emozioni fatte di capovolgimenti di fronte, sorprese, duelli e fughe.

Giunta al suo secondo episodio la nuova, fortunatissima serie ispirata ad un?attrazione dei parchi a tema Disney (chiamata appunto Pirati dei Carabi, ?La maledizione della prima luna? lo abbiamo inventato noi) promette scintille e fa affidamento all?affiatato team del precedente film: Gore Verbinski alla regia, Jerry Bruckheimer a produrre ma soprattutto il trio di ormai stelle (tre anni fa la pellicola lanciò sia la Knightley che Bloom) guidate dallo straordinario Johnny Depp che torna a prodursi nel più alternativo pirata della storia, con l?ormai mitica camminata barcollante, gli occhi bistrati e i modi effeminati.

Nel cast si segnalano nuove entrate: l?inglese Bill Nighy (visto in Love Actually) come Davy Jones ma soprattutto Stellan Skarsgård (da Lars Von Trier fino a ?Ronin?) in quelli di Bill ?Sputafuoco? Turner, il padre di Will.

Tre anni fa non rimasi particolarmente colpito da ?La maledizione della prima luna?: trovai il film ripetitivo, privo di efficacia, certamente capace di stupire con alcune trovate ma non a tal punto da poterlo definire memorabile.
Ciò che restava impresso era proprio il Jack Sparrow di Johnny Depp, freak frutto del suo istrionismo e ispirato al Keith Richards degli Stones (che sarà suo padre nel terzo capitolo) capace di proiettarlo finalmente (ma alcuni lo preferivano prima) nell?olimpo di Hollywood (ma non è che a lui importi tanto) e di regalargli una nomination agli Oscar come miglior attore.

Il pubblico però continua a gradire: se ?La maledizione? raggiunse la più che onorevole cifra di 650 milioni di dollari, ?Pirati dei Caraibi? ha ampiamente sfondato il muro del miliardo d?incasso posizionandosi al terzo posto tra i film più ?ricchi? (dopo ?Titanic? e ?Il ritorno del re?).
Al contrario la critica ha fatto un passo indietro e anche il giudizio medio è sceso, vedere la scheda su IMDb per credere.

In ogni caso il film offre più di due ore di puro intrattenimento grazie le studiate coreografie dei duelli (notevoli quelle del duello a tre tra Jack ? Will e il redivivo Commodoro) e agli effetti speciali (il Kraken evocato da Jones completamente digitale) e pur mantenendo i suoi difetti (la sceneggiatura mostra sempre qualche falla, ma dopotutto si tratta di una storia sviluppata da un?attrazione appunto) riesce ad intrattenere senza mai stancare almeno fino alla prossima puntata: ?Pirates of Carribean ? At Worlds End? è già in preparazione ed uscirà nel 2007.

"9/11" di Gédéon e Jules Naudet

14 Settembre 2006 1 commento


Tra i tanti sostantivi riconducibili al giorno dell?11 settembre a ricorrere frequentemente è uno: casualità.
A pensarlo devono esser state le migliaia di vittime intrappolate negli edifici in fiamme, i newyorkesi, i poliziotti e i vigili del fuoco accorsi sul posto oltre, naturalmente, a tutti coloro assistettero all?evento in diretta Tv tutti convinti che si trattasse solo di un incidente aereo, di una fatalità appunto mentre di lì a poco emergerà una realtà ben più sconvolgente.

Anche i fratelli Jules e Gedeon Naudet devono aver pensato ad uno strano scherzo del destino, non immaginavano assolutamente che il loro documentario su una recluta del corpo dei pompieri si sarebbe trasformato nella più importante testimonianza visiva del più grande vento mediatico della storia.
Di colpo i due fratelli si sono trovati su un improvvisato set, con centinaia di comparse non professioniste e con degli effetti speciali che neanche il miglior cinema di Hollywood avrebbe saputo creare. Eppure i Naudet erano lì, di fronte non a fiction ma a fatti veri, armati dell?unico strumento in grado di immortalare quei terribili istanti.
Grazie a loro (fa un certo effetto dirlo) tutto il mondo ha potuto guardare e riguardare all?infinito lo schianto del primo aereo sulla Torre Nord, lo sgomento dei passanti, la corsa dei primi soccorritori giunti sul posto registrandone le paure e totale inadeguatezza di fronte ad un qualcosa ?Al quale nessuno ci aveva preparato?.

I volti, la polvere, il sangue, le urla: attimo per attimo l?obbiettivo dei Naudet cattura le sensazioni di quegli attimi, le voci, la pianificazione del tentativo di salvataggio ma anche i salti dei jumper, ovvero coloro che ad una morte per asfissia preferirono gettarsi dai grattacieli, si ode solo il terrificante rumore dell?impatto col suolo, immagini riprese dai Naudet ma così forti da essere omesse dal DVD anche per rispetto nei confronti delle vittime.

Ciò che rende credibile sul piano umano, oltre che incredibile su quello mostrativo, il documentario è l?empatia che si sviluppa tra le vicende dei vigili del fuoco e quella dei due fratelli:
mentre Jules segue i pompieri impegnati nelle operazioni di controllo per una perdita di gas, l?altro rimane in caserma.
Subito dopo lo schianto del primo aereo Jules si dirige verso le Twin Towers con la videocamera appresso mentre Gedeon rimane in caserma insieme alla recluta mentre tutti gli altri membri della squadra si spostano verso il luogo dell?incidente.

In questo modo è possibile assistere alla visione delle cose sotto una doppia prospettiva, con i due operatori all?oscuro di ciò che accade all?altro e della recluta per i suoi compagni (forte, infatti, è lo spirito di fratellanza tra i componenti del corpo dei pompieri) fino a quando i due si dirigono alla ricerca della squadra sette tra le macerie trovandoli miracolosamente vivi.

I due fratelli si possono riabbracciare, i vigili pure. E? una pagina di speranza e di felicità all?interno di uno dei giorni più bui del nostro tempo oltre che l?incredibile testimonianza dell?orrore e del terrore per un avvenimento così inaspettato e inspiegabile.

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"Gangs of New York" di Martin Scorsese

13 Settembre 2006 2 commenti


1846. A New York si affrontano due bande rivali, i ?Conigli Morti? e i ?Nativi?, capitanate rispettivamente da Padre Vallon (Liam Neeson) e da Bill il macellaio (Daniel Day-Lewis). Oltre a dispute relative all?espansione delle proprie zone d?influenza, all?interno della faida s?inserisce anche una contesa sul piano religioso in quanto i primi sono cattolici mentre i secondi di fede protestante.
Dalle schermaglie iniziali, nelle quali perde la vita Vallon, hanno la meglio i ?Nativi? che affermano così la propria superiorità sui Five Points e la città bandendo i rivali tra i quali il figlio del prete, Amsterdam, a cui Bill risparmia la vita ma non di assistere all?uccisione del padre.
Dopo anni di riformatorio il ragazzo, fattosi ormai uomo (Leonardo DiCaprio), celando abilmente la sua identità fa prima ritorno al suo quartiere e poi addirittura diviene il favorito del macellaio sempre più figura paterna oltre che mentore.
A dividerli, oltre all?amore per la stessa donna, la borseggiatrice Jenny (Cameron Diaz), la sete di vendetta di Amsterdam, troppo a lungo covata e pronta ad esplodere in un tentativo poi fallito di omicidio del nemico. Scoperto, torturato e salvo per miracolo, Amsterdam, recuperate le forze, riunisce la vecchia banda e lancia una pubblica sfida a Bill. Ma la Storia fa la sua parte, coinvolgendo l?intera città nei moti di protesta per la leva obbligatoria durante la Guerra di Secessione, rivolte poi sedate nel sangue.

Tre anni dopo ?Al di là della vita?, Martin Scorsese porta finalmente sullo schermo una storia a lui molto cara frutto di una lunghissima gestazione. Con l?aiuto di tre sceneggiatori di punta di Hollywood (Jay Cocks, Steven Zaillian e Kenneth Lonergan), di un budget imponente (produce la Miramax) e di un cast di primissima scelta (presenti anche Jim Broadbent, John C. Reilly e Brendan Gleeson) Scorsese può portare a compimento il sogno di una vita: un film in costume nella sua città raccontata attraverso gli occhi degli irlandesi lì emigrati.

E? chiaro quindi come il regista fosse intenzionato a raccontare la nascita del suo paese, in particolare della sua città, facendo riferimento alla realtà delle comunità d?origine europee e quindi alla sua di figlio di italo americani.
A differenza de ?L?età dell?innocenza? ambientato in epoca coeva ma nelle alte sfere della società newyorkese, ?Gangs of New York? mostra invece la vita di strada, la stessa affrontata da Scorsese durante un? adolescenza stretta tra pulsioni mistiche (era iscritto in seminario) e l?influsso dei compagni delle mean streets.

Il protagonista infatti sin da bambino ha vissuto la religiosità in maniera violenta vedendo in essa la causa delle lotte tra bande ma anche la giustificazione delle stesse. Insomma, lo scannarsi reciprocamente trovava sostegno nell?intento di diffondere un unico credo, un credo giusto. Le guerre di religione e le guerre giuste esistevano già allora.

Bill il macellaio è sì un violento ma anche un patriota (nel suo occhio di vetro è raffigurata l?aquila, uno dei simboli statunitensi) e soprattutto una guida tanto per una città priva di giurisdizione quanto del suo nemico, figlio mai avuto e adottato sotto la sua ala protettiva. Amsterdam Vallon raffigura in sé la città (prima di nuova York ci fu nuova Amsterdam) e le sue contraddizioni, l?insostenibile necessità di avere una guida (forte) in grado di reggerlo salvo poi opporsi e liberarsene.

Oltre alle vicende dei suoi personaggi, Scorsese riesce ad affrontare i fermenti che animavano un paese dilaniato dall?odio reciproco del Nord per il Sud, impegnato in una sanguinosa guerra civile mossa sì da nobili intenti (la difesa dei diritti della popolazione afro americana; interessi puramente egemonico economici in realtà) proprio come la moderna America di Bush, nata nelle strade, nella violenza e nel sangue.

Il film non è esente da difetti: vittima di tagli e accorciamenti da parte della produzione, la pellicola pur nelle sue oltre due ore e mezzo di durata sembra incompleta, priva di un qualcosa probabilmente perso in sede di montaggio che non impedisce comunque di apprezzare la regia di Scorsese e comprenderne la componente ideologica.

La scena finale si svolge di fronte alla skyline della città mostrata nel suo sviluppo lungo i decenni fino ai nostri giorni, arricchita ancora dalla sagoma delle Twin Towers mantenute dal regista e celebrate in quanto, pur se distrutte nella loro materialità, immortali nel ricordo di ognuno di noi il tutto sulle note della splendida ?The hands that built America? cantata dagli U2.

Straordinario apporto tecnico grazie alla fotografia di Michael Ballhaus, al montaggio di Thelma Schoonmaker (straordinaria la sequenza d?apertura con lo scontro epico, fisico, sporco tra le due bande girato a ritmo frenetico tra rallenti e accelerazioni sulla musica di Peter Gabriel) e alla scenografia di Dante Ferretti che ha ricostruito a Cinecittà la New York d?epoca.

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"La 25ª Ora" di Spike Lee

13 Settembre 2006 Commenti chiusi


Vittima di una soffiata, lo spacciatore Montgomery ?Monty? Brogan riflette sulla sua vita nel corso delle ventiquattrore precedenti la sua incarcerazione attraverso l?incontro col padre, gli amici, la sua ragazza ma anche i ricordi di una vita e un dubbio che lo rode: chi lo abbia incastrato.

Spike Lee non poteva non parlare dell?undici settembre e lo fa prendendo una piega intimista, uno sguardo indiretto e mai polemico sull?evento ma sottintendendo nelle domande e nelle azioni del suo protagonista quelle di una città e di una nazione intera.

Il film sia apre con un flashback che mostra Monty salvare un cane dalla strada, sfidare la sua violenta reazione e portarlo via con sé per poi curarlo. Chiusasi la sequenza ecco i titoli di testa che ci mostrano i fasci di luce commemorativi proiettare nel cielo buio della città fino alle stelle le ormai impalpabili figure delle due torri.
Terminati i titoli troviamo Monty seduto su una panchina: noi non lo sappiamo ma il suo futuro è già segnato, siamo già nel suo ultimo giorno di libertà.
Ecco, il senso è proprio questo: la perdita dell?innocenza. Tra il Monty delle prime scene e quello che abbiamo di fronte ora è capitato qualcosa di straordinario e irreparabile, tanto nel suo privato quanto nella sua comunità: è avvenuto l?11 settembre.

Un?altra sequenza rimane memorabile:

Quel finale sognato, frutto di pura fantasia immaginifica, capace di prevedere il futuro corso degli eventi sotto una diversa luce non può che essere quello vagheggiato ogni giorno dai cittadini newyorkesi ma anche da noi, l?idea che le cose potessero prendere un?altra, inaspettata, piega e concludersi con un finale differente, magari altrettanto sofferto perché frutto di una riflessione e di una redenzione, mentre invece ci si risveglia e avvia inesorabilmente verso la cruda realtà delle cose.

Così come il personaggio di Ed Norton fantastica per qualche minuto su una possibile fuga, salvo poi ritrovarsi diretto al penitenziario, anche noi ci riprendiamo consapevoli dell?essenza delle cose e non possiamo fare altrimenti.

Monty arriva a sospettare persino della sua compagna (portoricana, che sia stata lei a fregarlo magari per ottenere prima la cittadinanza?) a dimostrare che nel mondo post 11 settembre nessuno può essere esente da sospetti mentre il dubbio s?insinua in noi con grande facilità
Anche il padre, la ragazza, gli amici fraterni non sono privi di difetti, angosce e turbamenti. Ognuno di loro porta avanti la sua vita ma non certo spinti da qualcosa, bensì essi si trascinano segno che forse da cinque anni fa nessuno si è più ripreso bensì si trova in un limbo.

Lo sfogo davanti ad uno specchio (una situazione ripresa da Fa la cosa giusta del 1989, quasi a dire che le tensioni razziali a New York non si sono mai sopite) contro portoricani, ebrei, russi, italo americani, coreani, afro americani, amici, ragazze, padri ma anche contro “Osama Bin Laden e i suoi cavernicoli retrogradi del cazzo”.
Peccato però che le accuse siano rivolte al proprio riflesso, quindi a se stesso, Montgomery Brogan: è lui ad aver sbagliato, ad essersi giocato sette anni della sua esistenza. Soprattutto le accuse alla città, alla sua città, non potranno mai renderlo diverso da chi la abita o da chi la vuole distruggere e questo per un?unica ragione: anche lui è New York.

La 25ª Ora è il primo film a mostrare le immagini di Ground Zero, ripreso dall?alto e accompagnate dalla musica di Terence Blanchard: un lamento, un urlo accorato di fronte alla distruzione, ad un luogo angusto simbolo di morte e desolazione, mausoleo di un mondo/città che non sarà più come prima (per quanto inarrestabile: “You cannot stop New York City? recita una scritta mostrata verso la fine).

Ecco cos?è il film di Lee: è un?elegia.

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