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Archivio Ottobre 2006

Al Lido sì. Su altri lidi, no 2 (Ovvero miglioriamo i nostri blog)

31 Ottobre 2006 7 commenti

Grazie, davvero grazie per le vostre risposte e proposte. Mi fa piacere constatare quanto sia forte la voglia di avere a portata di mano blog più facili da usare e personalizzare.
Roberto hai ragione: vedere degli utenti lasciare l’attuale piattaforma per sceglierne un’altra sarebbe per Tiscali controproducente e quindi nel suo interesse offrirci qualcosa di più.
Anna invece ha espresso delle opinioni che credo siano da tutti condivisibili, ovvero quei pregi che comunque Tiscaliblog offre (visibilità, filtro contenuti e divisione dei post per categorie) per quanto sia maggiormente arretrata rispetto ad altri servizi di blog hosting. Al tempo stesso sottolinea come gestire più contenuti multimediali richieda più tempo da dedicare al blog ma se ce ne venisse data comunque la possibilità ognuno poi sceglierebbe se integrarlo o meno.
Salvatore conferma il suo impegno e giustamente domanda: come dovremmo muoverci? A chi dovremmo rivolgerci?
A questo punto faccio riferimento a Darjus il quale in passato (eravamo ai primi di giugno) portò avanti un’iniziativa analoga ora ripresa ma che a suo tempo (complice la stagione) finì coll’arenarsi e che adesso occorre appunto sostenere adeguatamente. In quell’occasione si parlò dello spazio concesso da Tiscali all’Heineken che finiva col pubblicizzare il suo Festival sulle nostre pagine ed emersero tante proposte interessanti e in tale proposito, se non ricordo male, proprio Darjus era riuscito a mettersi in contatto con una responsabile della Tiscali la quale aveva dichiarato come al momento stessero già apportando delle migliorie al servizio blog (il tutto mi sembra essersi tradotto nella pur utilissima funzione “ultimi commenti”, non credo di averne notato altre).
Perciò potremmo sollecitare nuovamente la Tiscali in questo modo oppure fare diversamente, magari raccogliendo un tale numero di firme (intendo i nostri pseudonimi e nickname oppure coi nostri stessi nomi, di questo possiamo discutere) e inviare per email questa nostra petizione. Ognuno di noi potrebbe pubblicare un post, magari con un link permanente, sulla propria pagina relativo alla proposta che potrebbe assumere un titolo in grado di rappresentare tutti i bloggers (dato che posto nella sezione cinema quello che ho scelto io fa ironicamente riferimento al Festival di Venezia ma mi rendo conto che ce ne sono di più efficaci) e magari comparire tra gli articoli scelti dalla stessa redazione di Tiscali e quindi finire sull’home page ed essere visualizzata da tutti. Magari creiamo una specie di logo, non sò.
Ecco, credo che questi possano essere alcuni dei canali attraverso i quali muoverci. Fate altre proposte, cerchiamo di far rimballare la notizia e iniziamo un passaparola.

"Babel" di Alejandro González Iñárritu

28 Ottobre 2006 1 commento


In Marocco un pastore cede ad un suo amico un fucile da caccia ma i figli di quest’ultimo sparano per gioco contro un autobus di turisti ferendo un passeggero, una donna statunitense in viaggio col marito dopo la perdita del loro terzo figlio. Negli Stati Uniti la governante messicana incaricata di badare agli altri due bambini decide di portarli con sé oltre il confine pur di non mancare al matrimonio del figlio. E mentre la notizia del ferimento fa il giro del mondo, in Giappone una ragazza sordomuta, incapace di relazionarsi col mondo non solo per via dell’handicap, riceve la visita della polizia in quanto il fucile potrebbe essere di proprietà di suo padre…

Interrogandosi sui meccanismi, talvolta incomprensibili e ingovernabili, che regolano il mondo nel quale viviamo, il regista messicano Alejandro González Iñárritu conclude la sua personale trilogia sulla Morte (iniziata nel con “Amores Perros” e proseguita con “21 Grammi”) ampliando confini geografici e ambizioni per mostrarci come un singolo evento, partorito agli estremi del globo, possa provocare conseguenze funeste ai suoi antipodi finendo per abbracciare nel suo percorso la totalità dei sentimenti e degli spazi.

La costruzione frammentata, la sovrapposizione dei piani narrativi, la difficoltà a collocare i fatti in un corretto ordine cronologico ha la finalità di evidenziare la labilità dell’ordine precostituito delle cose, degli schemi, del modo in cui vorremmo che la vita girasse e dalla difficoltà nel trovare la chiave di volta che ne regoli gli equilibri che deriva dalla sostanziale incapacità di ascoltare e ascoltarsi, di relazionarsi col prossimo, di arretrare d’un passo dalle proprie convinzioni. Ecco spiegato il concetto di Babele che dà il nome al film, abbozzato da Iñárritu nel collettivo “11 settembre 2001″ nel quale sovrapponeva voci provenienti da tutto il mondo creando un incomprensibile insieme d’idiomi che finivano per essere suoni e rumori recepiti ma non ricambiati e/o scambiati per via della punizione divina abbattutasi sull’uomo, ovvero l’impossibilità di parlare un’unica lingua.

Il dolore e la disperazione mostrati da “Babel” vengono sbattuti in faccia allo spettatore privato di qualsiasi filtro, possibilità di mediazione o diritto di replica. Bisogna esclusivamente prendere atto che certe cose procedono in un certo modo e così si concludono. Peccato però che alla fine paghi solo chi appartiene al cosiddetto Sud del mondo anche se il barlume di speranza offerto all’Oriente e all’Occidente (in Giappone padre e figlia si ritrovano, in Marocco la coppia statunitense si ricompone) potrebbe spegnersi facilmente.

A differenza dei due film precedenti che funzionavano nel loro insieme, stavolta avviene il contrario in quanto le quattro parti di cui è composto “Babel” non si fondono del tutto e così certe situazioni hanno minore incisività o finiscono addirittura per essere prevedibili.
Il cast multietnico affianca nomi a noi sconosciuti a quelli di Cate Blanchett, Gael García-Bernal e Brad Pitt che nella sua interpretazione di uomo disperato vicino alla perdita di tutti gli affetti offre una buona prova.

Iñárritu è stato premiato a Cannes per la Miglior regia. Come sempre la crew tecnica è composta dai medesimi collaboratori del regista con la sceneggiatura di Guillermo Arriaga (che riprende l’attualità del passaggio dal Messico agli USA alla base della sua storia ne “Le Tre Sepolture”), Rodriego Prieto alla fotografia, Stephen Mirrione al montaggio e Gustavo Santaolalla alle musiche (ripresa la sua ormai celebre Iguazu utilizzata anche da Michael Mann in “The Insider”).

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"Fur" di Steven Shainberg

28 Ottobre 2006 1 commento


New York, 1958. Sposata con un fotografo di moda e madre di due bambine, Diane Arbus (Nicole Kidman) è una donna infelice, prigioniera di una realtà che non le appartiene. L’arrivo di un nuovo vicino, il misterioso Lionel (Robert Downey jr.) sviluppa in lei un’irresistibile attrazione che la porterà a (ri)scoprire la sua vera natura e un mondo che credeva aver abbandonato per sempre.

Come precisato in apertura da un cartello, “Fur” non è un biopic bensì un ritratto immaginario della fotografa Diane Arbus (nata nel 1923 e morta suicida nel 1971) liberamente ispirato alla biografia firmata da Patricia Bosworth portata sullo schermo da quel Steve Shainberg che col precedente “Secretary” aveva affrontato una storia affine in quanto protagonista era sempre una donna a disagio che finiva per trovare conforto nell’unico uomo in grado di capirla e ricambiare il suo particolare modo d’amare.

L’intento programmatico del regista è quello di rappresentare la trasformazione interiore di Diane Arbus, il suo passaggio dalla sfera della “normalità” ad una realtà popolata da persone che vivono ai margini della società, i cosiddetti freaks (oltre all’omonimo film, Tod Browning viene omaggiato attraverso la figura della donna monca che ricorda il Leon Chaney de “Lo Sconosciuto”) ovvero nani, giganti e travestiti esclusi dal grande circo della vita e relegati in quegli ambienti insoliti e alternativi dove solo il suo occhio di fotografa saprà spingersi.

Troppo poco invece viene pronunciato riguardo l’identità concettuale dell’arte della Arbus per la quale la fotografia era più un atto di relazione col mondo che uno strumento per produrre l’opera, in quanto il procedimento stesso era ormai slegato da una sorta di “perfezione” alla quale l’artista non veniva più sottomesso e alla quale non si sottoponeva più il soggetto ritratto che non doveva più mettersi in posa e fissare l’obiettivo risultando così più estraneo e potente grazie al ricorso della Arbus al negativo di formato quadrato e all’uso costante (anche di giorno) del flash. Per Diane Arbus la fotografia doveva “turbare”

La Arbus ben rappresenta il passaggio da una fase segnata dalla prevalenza dell’opera a quella del comportamento dell’artista contribuendo in tal senso alla trasformazione della fotografia negli anni ’60 e nel decennio successivo conosciuto come periodo della “Popular photography”.

Il film, tra riferimenti all’atto del guardare e citazione di Alice nel paese delle meraviglie (il cui autore Lewis Carroll fu anche fotografo) e La bella e la bestia in certe situazioni sfiora il parossismo (il marito di Diane che si fa crescere la barba per piacerle di uovo; la rasatura di Lionel) ma a tenerlo in piedi e a condurlo in porto ci pensano Nicole Kidman, bella quanto brava ma troppo fredda per risultare simpatica, e soprattutto il notevole Robert Downey jr. nei panni dell’irsuto Lionel che
per gran parte del film recita unicamente con i movimenti degli occhi e delle labbra.

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"A Scanner Darkly" di Richard Linklater

21 Ottobre 2006 3 commenti


In un futuro quanto mai prossimo, il poliziotto Fred Arctor (Keanu Reeves) viene incaricato d’infiltrarsi all’interno un gruppo di tossicomani (nel film Winona Ryder, Woody Harrelson e Robert Downey jr.) che potrebbero avere in cantiere un attentato e sui quali Fred indaga assumendo l’identità fittizia di Bob. Ben presto la sua vita finisce per incrociarsi fino a confondersi del tutto con quella immaginaria complicata dalla nascente dipendenza per la droga sintetica assunta dai suoi finti amici i quali sembra invece conoscerli da una vita e così la missione finisce per essere un percorso scandito da segni indecifrabili e privo di certezze.

Meno intellettualoide di “Waking Life”, di cui riprende la tecnica del rotoscope, consistente cioè nel disegnare o dipingere su riprese dal vivo (e digitali), ma non meno cervellotico, il discontinuo Richard Linklater (da “Prima dell’alba” a “School of Rock”) firma forse il più fedele tra i film tratti da Philip K. Dick ,uno degli autori maggiormente saccheggiati dal cinema la cui opera, visionaria e disperata, è stata spesso travisata o piegata verso il versante puramente dell’azione. Infatti ad alimentare pellicole come “Atto di Forza” di Paul Verhoeven, il brutto “Paycheck” di John Woo e l’altrettanto meno riuscito “Minority Report” di Spielberg era la componente della fuga del protagonista intenzionato a scoprire quelle terribili verità che i suoi inseguitori vorrebbero celare, ma che qui invece non compare e di conseguenza il dinamismo viene meno.
Linklater per questo si riavvicina all’ “debutto” cinematografico di Dick, quel “Do Androids Dream of Electric Sheep?” da tutti conosciuto come “Blade Runner” il cui punto di forza era il buio pessimismo in cui lo spettatore veniva gettato e nel quale era avvolta la società del Terzo Millennio in cui l’impossibilità del singolo di presindere dall’opprimente sistema in vigore corrisponde ad un’altra dipendenza, quella indotta dalla droga (nel film la terribile “D” ovvero death, morte) che alla fine si rivela essere l’altra faccia di una stessa medaglia.

Capire a chi appartenga il punto di vista assunto, chi sia chi e la difficoltà a discernere tra vero e falso (il cognome del protagonista, A(r)ctor rimanda alla natura del doppio attoriale, dell’interpretazione) corrisponde alla comprensione del film talvolta ardua, al pari quasi della realtà.

“A Scanner Darkly” è un thriller claustrofobico, in cui la dimensione lisergica e allucinata nella quale si muove il personaggio di Reeves (ormai affine col mondo del virtuale, da “Johnny Mnemonic” a “Matrix”) è la stessa in cui precipitò lo stesso Dick, morto nell’82 poco prima dell’uscita del film di Ridley Scott, così come suoi tanti amici, scomparsi o resi irrimediabilmente dei vegetali dall’abuso di sostanze stupefacenti, tutti ricordati in un asciutto quanto commovente epitaffio che il film riporta doverosamente in maniera integrale.

Musiche dei Radiohead.

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"N – Io e Napoleone" di Paolo Virzì

21 Ottobre 2006 2 commenti


Costretto da un esilio forzato, Napoleone Bonaparte (Daniel Auteuil) raggiunge nel 1814 l’isola d’Elba dove viene accolto con entusiasmo da quel popolino che ancora vede in lui il faro della speranza e della libertà per l’Europa e non il monarca assoluto che è divenuto in seguito. L’unico a fare eccezione è Martino Papucci (Elio Germano), giovane e idealista maestro elementare appena cacciato dalla scuola per le sue ferventi idee politiche ma soprattutto ragazzo deluso dal tradimento, da parte del sovrano francese, di quel credo rivoluzionario in cui un’intera generazione aveva dato credito.
Indispettito quindi dalla sola presenza fisica sull’isola del condottiero francese, per Martino ecco giungere la più grande delle beffe: viene scelto infatti su richiesta esplicita di Napoleone come suo segretario personale, un compito certamente gravoso per il ragazzo che da subito mostra avversione e sdegno per gli aforismi e i pensieri che viene costretto ad annotare ma capace d’intuire come solo un simile incarico possa dargli la possibilità di rimanere a stretto contatto col francese e portare a compimento quindi il suo reale scopo: uccidere il tiranno.

Per la prima volta alle prese con la materia storica, il toscanaccio Paolo Virzì non cambia affatto genere ne tanto meno forma per raccontare la breve “intromissione” sul suolo dell’Elba della più importante figura politica e militare dell’ Ottocento: ricorre alla commedia di ambientazione familiare, popolare e, appunto, toscana che fece la sua fortuna con l’applauditissimo “Ovosodo” nel 1997 da cui ultimamente aveva preso le distanze (esclusivamente geografiche) per le trasferte negli USA e a Roma di “My Name is Tanino” e “Caterina va in città”.

Lecito quindi il non aspettarsi una ricostruzione didattica o politica della vicenda (eppure quanto hanno battuto i critici su questo tasto: se un malizioso “mi consenta” pronunciato da un contadino a Napoleone non può non alimentare un bonario riferimento, è la rete di allusioni nascoste che dovrebbe costituire il parallelo: Napoleone e Berlusconi, entrambi assurti a gloria e potere e poi scalzati dal trono, entrambi simboli di un nuovo fare politica e amministrare, capaci di incarnare coi loro proclami valori di riferimento salvo tradirli repentinamente… Si potrebbe andare avanti a oltranza, ognuno è naturalmente libero di interpretare il film a proprio piacimento salvo travisarlo come accadde per lo splendido “Caimano” morettiano, penalizzato in parte proprio da questo approccio) bensì un kolossal nazional-popolare-toscano per nulla intimistico ma incentrato sulla fascinazione esercitata (sopratutto nel nostro Paese) dal potente sul piccolo, sull’uomo comune, quell’ “Io” incarnato dal maestrello di Elio Germano.

“N” alla fine non lascia interamente appagati, eppure il cast è di tutto rispetto e va oltre i due protagonisti, Germano (attore di rara antipatia) a Daniel Auteuil che finisce per non incidere significativamente, dai fratelli di Martino, il commerciante Ferrante e la zitellaccia Diamantina (i romani Valerio Mastrandea e Sabrina Impacciatore, bravi entrambi a mascherare l’accento di provenienza) allo scemo del villaggio (uno straordinario Massimo Ceccherini, dall’Elba all’Isola dei famosi) fino alla procace Emilia di Monica Bellucci che stavolta oltre alle forme tira fuori anche il talento (non recitava così bene da “I Mitici” dei Vanzina, forse perché anche li sfoggiava un accento umbro-marchigiano) per vestire i panni dell’amante di Martino, una baronessa “un pò mignotta” (come affermato dalla stessa attrice) che finirà irretita dal fascino di Napoleone.

Forse la nota mancante (non mi sento di dire stonata) è costituita dallo stesso Virzì che si piega su se stesso, compie un percorso all’inverso che lo tiene ancorato ad un modello unico di cinema che in qualche modo continua a nasconderne le doti d’autore che prima o poi si spera tiri fuori. Potrei anche sbagliarmi, in ogni caso sarà la Storia a farcelo sapere.

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"Il Diavolo Veste Prada" di David Frankel

21 Ottobre 2006 2 commenti


New York. Andy (Anne Hathaway), neo laureata col sogno di scrivere per un grande quotidiano, accetta di lavorare per un anno come assistente del direttore della più importante rivista di moda statunitense, Runway, convinta che si tratti unicamente di una formalità. Per sua sfortuna alla guida del magazine c’è Miranda Priestly (Meryl Streep) vera e propria autorità del settore, una donna inflessibile e con un enorme senso dell’estetica che esige dai suoi collaboratori sempre e solo una cosa: l’assoluta perfezione sul lavoro pena l’immediato licenziamento.

Se il primo periodo si rivela disastroso oltre che insostenibile (sempre più pretese da parte di Miranda, alcune impossibili da soddisfare come quella di avere per le sue due figlie una copia del manoscritto dell’ultimo e ancora inedito Harry Potter) lentamente Andy entra a far parte di un mondo e dei suoi meccanismi dai quali era del tutto estranea aiutata in questo dal consulente artistico della rivista (Nigel, stilista gay interpretato da un magnifico Stanley Tucci) e dalla sua ferrea volontà, l’unica risorsa per resistere a Miranda che rimarrà affascinata dalla determinazione della ragazza. Ma si sa, nella vita tutto ha un prezzo e così per Andy col successo professionale coincide la crisi nel privato ,dal rapporto col fidanzato che cola a picco agli amici di una vita sempre più distanti. Andy ha stretto un patto che deve rispettare, un patto col diavolo. Un diavolo che veste Prada.

Dotata di tutti i crismi per piacere e per farsi piacere al pubblico più ampio, la commedia diretta da David Frankel (già regista di “Sex and the City”) tratta dall’omonimo best seller di Lauren Weisberger (ispirato alla sua esperienza di assistnte di Anne Wintour, diretrice di Vogue USA) risulta uno dei migliori prodotti recentemente offerti dal cinema statunitense oltre ad essere la riprova di come solo in quel paese si riescano a preparare ricette su celluloide tanto semplici quanto accativanti. Gli elementi giusti il film li ha per intero: dalla movimentata colonna sonora (con Madonna, Jamiroquai, U2 e Alanis Morissette) al montaggio tanto elementare quanto inappuntabile alle location più cinematografiche del mondo, ovvero New York e Parigi, capitale della moda nella quale il film si chiude.

Basandosi poi su un caso letterario è logico che il film ne tragga giovamento ma stavolta ad essere superiore è la trasposizione e non il contrario anche se, del brand presente nel titolo e tanto strombazzato non vi è il benché minimo accenno ma alla fine non è che ci si badi molto. A restare indelebilmente impressa nello spettatore invece è la prova monstre dell’impagabile Meryl Streep, perfida, inflessibile diavolessa su tacchi a spillo che con piglio ditattoriale dirige la sua rivista come se si trattasse di tenere le redini di un governo o di un industria, anzi dell’industria, quella della moda il cui giro d’affari è inimmaginabile e al quale Miranda contribuisce promuovendo o bocciando dalle sue pagine o personalmente il lavoro degli stilisti reputati comunque veri e propri maestri (come Valentino, suo un cammeo nel finale) di quella che a tutti gli effetti può essere considerata un’arte.

Entrambi gli aspetti sono sconosciuti ad Andy, sciatta ragazza di provincia priva di gusto nel vestire e molto alla mano che proprio non ci si ritrova in un mondo nel quale crede di essere solo di passaggio ma che alla fine la coinvolgerà trasformandola da brutto anatroccolo a donna dotata di eleganza e classe, cambiamento in linea con la più classica delle favole come Cenerentola (stessa cosa succedeva in “Pretty Princess”, il film che lanciò la Hathaway capace poi di offrire una prova ben più matura ne “I Segreti di “Brokeback Mountain”) del quale sembra tornare anche il personaggio della terribile matrigna, che naturalmente qui corrisponde a Miranda.

Di superiori e capi di lavoro luciferini al cinema ne abbiamo visto tanti, sia uomini (l’Al Pacino de “L’ Avvocato del Diavolo”) che donne (Glenn Close/ Crudelia De Mon della “Carica dei 101″ o la Sigourney Weaver di “Una Donna in Carriera” di Mike Nichols) e mai vorremmo essere alle loro dipendenze, ma Miranda Priestly batte tutti perché tratteggiata con gran maestria senza rischio di farne una caricatura dalla Streep dalle cui labbra finiamo per pendere poi tutti e che risulta grandiosa anche solo nel muoversi o cambiare espressione, donna impossibile da scrutare nell’animo ma che alla fine compare sfatta, struccata e distrutta (quasi come l’Elisabetta di Helen Mirren di “The Queen” ripresa nella sua intimità) o come nell’ultima sequenza quando rivede per strada Andy, ormai abbandonato il lavoro e assunta presso un quotidiano, e lascia trasalire un accenno di soddisfazione per la “creatura” da lei plasmata salvo poi ricacciare tutto dentro ed esclamare un indispettito “parti!” al suo autista.

Ma il messaggio forse più importante (e decisamente attuale, sopratutto per un Paese come il nostro) è legato al ruolo della donna al vertice del potere, aziendale ma non solo: se è un uomo a dimostrarsi inflessibile nei confronti dei suoi dipendenti si parla di etica professionale mentre se è qualcuno dell’altro sesso a farlo si considera questi cattivo, perfido e via dicendo a riprova dell’inguaribile maschilismo che ancora alberga nella diffusa mentalità appartenente alla nostra società.

Se volete capire qualcosa in più sul mondo della moda non cercate da queste parti ma neppure aspettatevi grandi approfondimenti dai maestri Altman e Allen e dai rispettivi “Pret-a-Porter” e “Celebrity” mentre non rifuggite dalla commedia di Frankel che è certamente cinema commerciale ma di grandissima fattura.

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"La Schivata" di Abdel Kechiche

17 Ottobre 2006 Commenti chiusi


Periferia di Parigi: il giovane d’origine magrebina Krimo s’innamora della compagna di classe Lydia, interprete di Lisette nell’imminente rappresentazione scolastica de Il gioco del caso e dell’amore di Marivaux e cerca in tutti i modi di strappare la parte del protagonista Arlecchino per poterle stare più vicino. Ma gli amici, le dure convenzioni sociali del suo mondo e la timidezza impediscono a Krimo di aprirsi nei confronti della ragazza, in più se ci si mette in mezzo un’ex fidanzata che non vuole saperne di lasciarselo scappare le cose si fanno davvero complicate per il giovane afflitto dalle pene d’amore. Nato in Tunisia ma conoscitore del difficile ambiente della banlieu, Abdellatif Kechiche racconta in tutta la sua durezza (verbale, urbana, sociale) quel mondo senza cedere alla retorica o ricorrere a filtri per ovattarla offrendo al contrario uno spaccato realistico e veritiero. Se ne "L’Odio" di Matthieu Kassovitz era proprio il sentimento espresso dal titolo a stagliarsi prepotentemente, nel film di Kechiche è invece l’Amore il centro di gravità cui ruotano le vite dei protagonisti e la commedia del ’700 è il veicolo attraverso il quale diffondere il messaggio dell’importanza di comunicare: se nella pièce padroni e servi invertivano i propri ruoli ma mantenevano intatti comportamenti finendo per non incrociarsi, nella pellicola invece le due parti vengono ad incontrarsi quando scoprono il reciproco amore e si mettono in giovo le relazioni coi propri gruppi d’appartenenza. La macchina da presa si sofferma sul volto di Krimo, sui suoi occhi pensanti mostrandolo nella sua incapacità di agire che a tratti è quasi irritante tanto da far venir voglia allo spettatore di gridargli "fai qualcosa, dì una parola" salvo poi rendersi conto che la sua passività è la nostra, quella indotta dall’innamoramento ed acuita dal suo ambiente sociale. Straordinari per spontaneità i giovani Osman Elkharraz e Sara Forestier (una via di mezzo tra Emmanuelle Béart e Misha Barton) che irradia lo schermo con la sua "grazia rabbiosa" (si potrebbe parlare, senza incappare in errore, di fotogenia) entrambi ripresi in primi piani da cui ne trasudano i palpiti, le emozioni, i pensieri resi e mostrati senza intermediazioni dalla purezza del digitale.

"Thank you for Smoking" di Jason Reitman

17 Ottobre 2006 Commenti chiusi


Portavoce della Big Tobacco, Nick Naylor (Aaron Eckhart) è l’uomo adatto per rappresentare la multinazionale leader nel settore delle sigarette: possiede fascino, qualità oratorie impareggiabili, presenza mediatica e fiducia nelle proprie capacità, doti che gli permettono di tener testa a difensori della salute pubblica come il senatore Finistirre (William H. Macy) e di ottenere i favore del magnate della compagnia, il “capitano” Boykin (Robert Duvall).

Nick alterna gli incontri con due i suoi colleghi della squadra dei MDM (mercanti di morte), rappresentanti del mercato delle armi e degli alcolici con cui compone con cui discetta di marketing e incidenza delle dipendenze sulla società mentre nel privato prova a recuperare il rapporto col figlio Joey (Cameron Bright) prima che sia irrimediabilmente compromesso.
Purtroppo però anche i grandi sbagliano e così qualche confessione (tra le lenzuola) di troppo alla rampante giornalista Heather Holloway (Katie Holmes) rischia di inguaiare lui e la ditta ma Nick riuscirà a rimediare con l’unico mezzo in suo possesso: la parola.

Terribilmente caustica quanto diretta, la commedia dell’esordiente figlio d’arte (papà Ivan, un titolo su tutti: “Ghostbusters”) Jason Reitman ha tutte le caratteristiche per piacere (e per lasciare il segno): uno stile scaltro alla moda (stop frame, sovrimpressioni, fotografia tiratissima) e mai tronfio, un cast azzeccato e in palla, un soggetto davvero niente male.
Come capita ultimamente nel cinema statunitense è la dialettica lavoro – vita privata al centro della storia che permette di mostrare come, se nell’uno si abbia successo o viceversa, sia l’altro a fornire il sostegno (o lo spunto) per un riscatto, non solo in ambito professionale, ma nella vita di tutti i giorni.
Quest’anno già il meno riuscito “Elizabethtown” di Cameron Crowe e il ben più efficace “The Weather Man” di Gore Verbinski hanno utilizzato il medesimo schema, ora è la commedia di Reitman a farlo ottenendo il risultato migliore.

Nel frullatore del regista passano i valori orma andati in fumo della moderna società, il potere delle lobby e la loro influenza, il primato della parola sulla sostanza e quindi della superficialità (ogni riferimento a Bush è del tutto voluto), Hollywood e le sue strategie di comunicazione, la finta sensibilità dei politici per la salute e l’ambiente incarnata dal senatore Boykin (dal nome non casuale:Ortolan) pronto ad osteggiare il tabacco ma di difendere a spada tratta il formaggio ad alto tasso di colesterolo tipico del suo Vermont.

Ottima la prova di Aaron Eckart (che faceva ben sperare per “Black Dahlia”), cinica, impenitente faccia di bronzo in grado di bagnare il naso a qualunque suo avversario, ben coadiuvato da una squadra di ottimi interpreti quasi tutti efficaci (convince meno Katie Holmes) tra i quali l’onnipresente Robert Duvall.

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"World Trade Center" di Oliver Stone

13 Ottobre 2006 2 commenti


Tra i primi ad accorrere alle Twin Towers poco dopo l?impatto del primo aereo, Neil McLoughlin (Nicolas Cage) e Will Jimeno (Michael Peña, già visto in “Crash”), poliziotti presso l?autorità portuale di New York, finiscono travolti dal crollo delle torri.
Pur se intrappolati sotto i detriti, feriti gravemente e a corto d?ossigeno i due riescono a farsi forza l?un l?altro fino all?intervento salvifico dei soccorritori mentre a casa le rispettive famiglie e compagne (Maria Bello e Maggie Gyllenhaal) soffrono per la spasmodica attesa. Saranno tra gli unici venti sopravissuti rinvenuti tra le macerie.

Basandosi sulla testimonianza dei veri McLoughlin e Jimeno, l?ex regista d?assalto Oliver Stone, una vita e una filmografia controcorrente, passa dall?altra parte della barricata dirigendo la prima vera produzione ? ricostruzione (il ben più asciutto ?United 93? sfruttava meglio un budget inferiore) statunitense sulla più grande tragedia della Storia comune mostrata attraverso gli occhi degli eroi di quella nefasta giornata.

Messa da parte la propria verve polemica e la capacità di rischiare e stupire, Stone assume un atteggiamento di profondo rispetto nei confronti della tragedia mostrata in tutta la sua drammaticità (efficace la prima parte in cui si avvertono echi ?platooniani?, con i due protagonisti intrappolati in una ?giungla? di cemento e acciaio) ma anche, e qui viene meno l?obbiettività del regista, in tutta la sua magniloquente retorica patriottica e fondamentalista rappresentata dalle famiglie dei poliziotti e incarnata dalla figura dell?ex (non si capisce bene che faccia: l?avvocato, l?impiegato, che altro? Fatto sta che appena viste le immagini in tv del crollo dice ai colleghi ?Signori non so se l?abbiate capito ma la nostra nazione è in guerra?) marine pronto a indossare di nuovo la mimetica e accorrere a Ground Zero salvo esser passato prima in chiesa a contemplare la sacra croce e capire di avere il Signore con se.

Il difetto del film di Stone è proprio questo, quello di essere un grondante e limaccioso affresco del ?God Bless America? (sentimento morto più di trent?anni fa proprio dopo il Vietman, ?Il Cacciatore? di Cimino esplicava molto bene il concetto), del più profondo, radicato sentimento nazionalistico che alberga all?interno dell?America e che viene profuso in maniera talmente sfacciata che finisce per essere irritante e non ci si commuove..

Personalmente spero che Stone torni al suo cinema, questo film non so quanto possa appartenergli, magari realizzando (come sta facendo Clint Eastwood col suo doppio lavoro sulla battaglia di Iwo Jima vista dalla prospettiva statunitense e giapponese) una rilettura dei fatti affrontando l?11 settembre sotto un’ottica differente. Ma forse, al lento processo di metabolizzazione del cinema d?oltreoceano, è chiedere un po? troppo.

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"Fahrenheit 9/11" di Michael Moore

12 Ottobre 2006 4 commenti


Con questo post chiudo, a distanza di un mese, il mio speciale dedicato all’11 settembre ricordato nel suo quinto anniversario attraverso la visione di cinque film e lo faccio solo ora perché volevo che la cosa non si esaurisse nel giro né di pochi giorni o settimane ma che, essendo un processo di rielaborazione, avesse i giusti tempi.

L’ultima pellicola di cui parlo presenta delle analogie con quelle che l’hanno preceduta (come “9/11″ dei Naudet è un documentario, della “25° Ora” ha lo stesso impeto nel raccontare gli USA del giorno dopo gli attentati) ma da queste si distanzia per la sua natura non descrittiva ma d’indagine, quella condotta dal regista Michael Moore nei confronti delle cause alla base della tragedia ma soprattutto delle sue conseguenze e dei tanti, troppi, punti finora privi di risposta che ancora oggi alimentano domande alle quali per il momento sembra non esserci risposta.

“Fahrenheit 9/11″ è stato il primo, vero atto d’accusa nei confronti dell’amministrazione Bush, quello più forte, diretto e di maggior successo, di critica (Palma d’Oro a Cannes) e pubblico (più di 100 mln di dollari, record per un documentario), in grado di generare dibattiti, di spingere ad andare oltre ciò che la stampa propina per vero, di contribuire al rilancio del cinema d’inchiesta

S’incomincia con una lunga (e necessaria) premessa che parte a pochi mesi dalle presidenziali del 2000 con immagini della campagna del candidato democratico Al Gore, allora in testa nei sondaggi, accompagnato da folle entusiaste e sostenitori eccellenti agli occhi di tutti il futuro presidente degli Stati Uniti. Improvvisamente s’insinua la figura di George W. Bush che la notte dello spoglio lentamente scalza il suo avversario dalla vetta dei sondaggi finendo per aggiudicarsi la vittoria elettorale seppur accompagnata immediatamente dall’accusa di brogli o comunque di scarsa trasparenza e che porta i cittadini di Washington a contestare il corteo d’insediamento del neo presidente che trascorrerà poi un’estate spensierata scandita da rapporti a lui sottoposti su un possibile attacco di matrice terroristica sul territorio nazionale ben presto gettati nel dimenticatoio salvo poi ricordarsene dopo l’inevitabile.

Seguono le dichiarazioni di Bush, la compilazione della lista dei cosiddetti “stati canaglia”, la nascita della coalizione internazionale contro il terrorismo, il discusso intervento militare in Iraq, le sue conseguenze con interviste ai militari li stanziati e alla madre di un caduto proveniente da una di quelle aree del paese dove non c’è lavoro e l’unico modo per tirare avanti è arruolarsi ed andare in guerra.

Ammiccando a Truffaut (se “Fahrenheit 451″ è la temperatura cui brucia la carta, “Fahrenheit 9/11″ è quella cui brucia la libertà) Michael Moore, assurto alla popolarità con “Bowling a Columbine”, realizza il film più discusso del 2004 cercando di smuovere attraverso il suo pamphlet le coscienze in vista delle nuove consultazioni elettorali negli USA che poi si sono concluse come tutti sappiamo (ovvero con la riconferma di Bush) e che proprio per questo ha perso parte di quella carica esplosiva (e quindi dello sdegno che originariamente suscitava) che lo contraddistingueva ma che rimane tuttora testimonianza della disperata voglia di sapere (questa rimasta inalterata) che tutti noi provavamo .

Certamente Moore può essere tacciato di partigianeria, gli si potrebbe ricordare che gran parte del materiale da lui utilizzato sia perlopiù d’archivio e che quindi di suo ci sia poco ma se quest’ultima accusa può essere scansata rispondendo che comunque il regista rielabora e piega alle sue esigenze l’immensa mole di documentazione filmata, con la prima invece bisogna fin parte fare i conti: Moore è sicuramente patriottico nel suo appellarsi ad uno dei principi cardine della costituzione del suo paese, ovvero l’onestà, e per la capacità di raccontare con la giusta dose d’indignazione e coraggio. Purtroppo imbocca spesso la via della demagogia e del protagonismo finendo per sovrapporsi troppo ai fatti diventando a tratti il soggetto del suo documentario.

Nonostante questo difetto, rintracciabile seppur in maniera minore nei suoi precedenti lavori (il già citato “Columbine”, “Roger & Me”), Moore conferma la sua natura di cantore dell’America più buia e sola, quella dei disoccupati e dei reietti, baluardo e simbolo di un mezzo libero da lacci e inibizioni e dalla maggiore immediatezza.

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