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Archivio Novembre 2006

"Bombón – El Perro" di Carlos Sorin

29 Novembre 2006 2 commenti


Patagonia. Argentina. Juan Villegas è un uomo di mezz’età appena licenziato dal distributore nel quale ha lavorato per tutta la vita e si ritrova a fare i conti con lo spettro della disoccupazione in un paese fantasma come l’Argentina, attanagliata da una delle più feroci recessioni che si ricordino. Senza buttarsi giù di morale, Juan prova ad imbastire un’attività col suo hobby per i coltelli senza riuscirci, ma non per questo perdere la grande umanità e generosità che lo contraddistinguono. Proprio per le sue qualità verrà ricompensato dalla vita: da una ragazza cui da un passaggio riceve infatti uno splendido esemplare di Dogo Argentino che, dopo un’iniziale titubanza, accetta di tenere con se, finendo col diventarne inseparabile e grazie all’aiuto di Walter, un uomo che nel tempo libero prepara i cani per le esibizioni , riuscirà a trovare un futuro più roseo.

Delicato film di Carlos Sorin, regista argentino autore in vent’anni di quattro pellicole, che racconta la sua martoriata nazione attraverso un quadro umano convincente e toccante, lungi dal rischio del bozzettismo. A colpire è l’uso degli spogli paesaggi della Patagonia contrapposti ad un’ umanità che invece ancora crede nell’amicizia, nel sostegno reciproco e nella vita. Juan incarna una delle due anime del paese, quella positiva e propositiva che vuole farcela, che vuole traghettare l’Argentina fuori dalla stagnazione, al contrario di troppi biechi uomini d’affari che badano solo al tornaconto personale (e purtroppo la classe politica sudamerica non sempre è esente da tale difetto, anzi).

Il forte legame per il proprio amico a quattro zampe era già il tema di uno dei due episodi di “Piccole Storie”, film del 2002 diretto dallo stesso regista, mentre Alejandro González Iñárritu in “Amorres Perros” aveva parlato anche di vittime e carnefici, ovvero i padroni che fanno combattere i propri cani, esempi di cinema del Sud America che finiscono per collimare con le realtà dei rispettivi paesi di provenienza.

Ci si diverte, ci si commuove e si riflette, oltre a provare un senso di liberazione quando il buon Bombón si decide finalmente ad accoppiarsi assicurando così al suo proprietario un barlume di quella tanto agognata sicurezza che nel film sembra venir meno in quanto sembra di non potersi fidare di nessuno (più volte si dubita delle reali intenzioni dell’amico Walter) ma la disperazione si sa è un peso difficile da scrollare.

Indimenticabile il volto dell’esordiente Juan Villegas, semplice, dalla recitazione minimalista e dai grandi occhi sognanti.

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Invasioni: La guerra dei mondi

27 Novembre 2006 Commenti chiusi


New Jersey, Stati Uniti. L’operaio divorziato Ray Ferrier (Tom Cruise) deve badare per il fine settimana ai suoi due figli, Rachel (Dakota Fanning) e Robby (Justin Chatwin) con i quali stenta a mettersi in sintonia. Sembrerebbe pura routine ma l’improvvisa manifestazione di strani fenomeni atmosferici prelude a qualcosa di ben più grave ed inaspettato: un’invasione aliena. Per il trio ha così inizio un viaggio nella Costa Est durante il quale non mancheranno difficoltà, contrasti e separazioni ma che si concluderà con la vittoria del genere umano il cui istinto di soppravvivneza finirà col prevalere.

Atteso da molto tempo, sostenuto da un’efficace campagna promozionale che ne ha avvolto nell’ombra il contenuto fino a pochi giorni prima dell’uscita, “La guerra dei mondi” è il remake dell’omonimo lungometraggio degli anni ’50, il secondo tratto dal romanzo di H.G.Wells, scrittore inglese che pubblicò il racconto a fine Ottocento.
Il ventiduesimo film di Steven Spielberg è riuscito ad affermarsi al botteghino italiano e statunitense (contribuendo al tentativo, poi fallito, di allungare la stagione cinematografica nostrana, essendo uscito ai primi di giugno) pur non convincendo pienamente la critica ed incominciando a far dubitare anche ampi strati del pubblico su quale sia tutt’oggi lo stato di salute del cinema dell’autore statunitense che da qualche tempo inanella una pellicola dopo l’altra (un tour de force di cui già parlai nel post su “Munich”, l’ultimo, per il momento, capitolo di questa frenetica escalation) ottenendo risultati altalenanti.

La pellicola in questione non è estranea a questa logica che si avverte nella netta spaccatura fra la prima parte del film, dettata da ritmi serratissimi, encomiabile per la sua trasposizione delle angosce post 11 settembre incarnata dai tripodi (che non a caso memergono dal suolo americano, quasi a dire che i mali poi emersi dopo quel giorno fossero in seno agli USA) ed una seconda decisamente ridotta per durata ed emozioni che un pò troppo frettolosamente raggiunge la sua conclusione dopo la non del tutto riuscita parentesi cluastrofobica ambientata nella cantina del reazionario Tim Robbins (comunque interessante vedere un liberal come lui vestire i panni del nazionalista sfegatato deciso a far a cazzotti con gli invasori).

Probabilmente l’incompiutezza del film deriva dalla sua intrinseca natura di prodotto ad alto budget di matrice digitale: l’aver accorciato i tempi (dall’inizio delle riprese alla fase di post produzione sono trascorsi, e si tratta di un record, appena cinque mesi di riprese) in maniera netta deve aver pur influito sul risultato, in quanto non tutte le colpe sono ascrivibili alla sceneggiatura di David Koepp (suoi gli script di “Carlito’s way” e “Spider-Man”) o tanto meno alla crisi d’ispirazione di Speilberg (che fa ricorso per la prima volta a storyboard computerizzati, a quando il definitvo passaggio al digitale?), i cui sintomi sono comunque avvertibili, per quanto si registrino nel corso dei film cali di tensione o comparsa e conseguente sparizione, gli amici, vicini di casa (ma chi sono?) di Ray nella scena dell’imbarco sul traghetto, di alcuni personaggi, cedendo poi al principio della mostrazione rappresentando, secondo una visione stereotipata (alzi la mano chi non ha pensato ad “Indipendence day”), gli alieni.

Eppure le scene di massa sono girate con indubbia maestria: la comparsa del tripode nella strada principale della città e la conseguente distruzione della chiesa (facile metafora) è orchestrata alla perfezione con attimi di palpitazione non appena questo incomincia a muoversi per le vie mietendo vittime tra la folla urlante datasi alla fuga (con reminescenze de “L’impero del sole”, solo che lì la minaccia era incarnata dalle truppe giapponesi), una sequenza in cui al dinamismo della macchina da presa fa da contrappunto la musica tambureggiante di John Williams.
Altri i momenti riusciti che colpiscono lo spettatore: dal passaggio del treno dai vagoni fiammeggianti alla comparsa del tripode tra le fronde degli alberi nei pressi del molo (una scena che si rifà, così come la posa del comandante dell’esercito di li a poco impegnato in un attacco, all’iconografia della fantascienza Anni ’50, ripresa ad esempio da Tim Burton nel suo “Mars Attack!”), sino alla sequenza della sonda aliena nella cantina che, snodandosi fra varie superfici, finisce per essere una quasi citazione di quella ambientata nelle cucina in “Jurassic Park”.

Con la pellicola del ’93 c’é più di un elemento in comune: anche lì un uomo finiva, contronatura, per doversi assumere le sue responsabilità sino a diventare il genitore che all’inizio del film non sapeva o non voleva essere, arrivando a difendere due ragazzini con tutte le sue forze. Ma è in generale col cinema spilberghiano che “La guerra dei mondi” si dimostra in tema mettendo ancora una volta al centro del racconto la famiglia, mostrando l’insensatezza delle scelte degli adulti e i rischi cui finiscono per essere vittima i bambini. Per la prima volta invece gli alieni assumono una valenza negativa, per un regista che, negli anni ’70, si era fatto promotore della cosiddetta “fantascienza positiva” i cui protagonisti erano creature dello spazio per nulla aggressive ma in grado semmai di fraternizzare (“Incontri ravvicinati del terzo tipo”) ed insegnare (“E.T.”).

Alcune innovazioni rispetto alla prima versione del 1953 : rispetto all’originale, nel quale la dominante cromatica era il verde, quì la fotografia (del fedele Janusz Kaminski) ha un blu livido come tonalità principale; se nell’originale gli alieni giungevano sulla terra dallo spazio qui invece si trovano sottoterra, trovata assai curiosa, mentre il commento d’apertura e chiusura è affidato, nell’originale, a Morgan Freeman (quasi un narratore divino, dopotutto Freeman era già stato un’entità superiore nella commedia “Una settimana da dio”).

Protagonista assoluto il baldo Tom Cruise che trova un film adatto alla sua migliore qualità: la corsa. Dopo “Minority report” un’altra fuga in grande stile. Insieme a lui l’arrabbiato Justin Chatwin, l’allucinato Tim Robbins e, sopratutto, la piccola, insopportabile Dakota Fanning, forse la vera aliena del film.

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"L’Amico di Famiglia" di Paolo Sorrentino

27 Novembre 2006 4 commenti


In una imprecisata città dell’Agro Pontino. Geremia de’ Geremei è quanto di peggio si possa trovare sulla propria strada: di età indecifrabile, un fisico sgraziato, l’ignoranza dettata dalle umili origini nascosta da una cultura da Reader’s Digest infarcita di proverbi ed aforismi, Geremia è soprattutto una cosa: un usuraio.
L’intera città è ai suoi piedi, chiunque si è indebitato con lui e le frequenti visite a chi non restituisce i soldi avuti in prestito ne ribadiscono la temibilità. Geremia è solo. Vive con un ingombrante madre con cui condivide il letto e la visione di documentari su famelici predatori. Solo Gino, Cowboy di provincia, si dichiara suo amico ma non ricambiato, con Geremia intento esclusivamente ad ottenere più denaro possibile sino a quando finisce per innamorarsi di Rosalba, figlia di una sua vittima e futura sposa. L’imprevedibilità della situazione farà sfuggire le cose di mano a Geremia, incapace di gestirne gli sviluppi.

Giunto al suo terzo lungometraggio, Paolo Sorrentino continua imperterrito e solitario (Matteo Garrone sembra essersi perso per strada) il suo percorso tra “l’ umanità degli altri” ribadendo l’interesse per personaggi e situazioni ai margini, muovendo la sua macchina da presa per i sordidi ambienti dell’animo umano.
Sorrentino pare categorico nella sua assiomatica dichiarazione sul funzionamento delle cose nel mondo: gli equilibri di chi detiene il potere, scanditi da ritmi svizzeri (e difatti in Svizzera era ambientato il film precedente) e ormai cristallizzatisi, di colpo crollano se colui che li detiene (è indifferente che si tratti di un commercialista che ricicla denaro sporco o di uno strozzino) il potere cede alle “conseguenze dell’amore” capaci di far intravedere a chi nel buio vive o è costretto a viverci (Geremia e Titta) una via di fuga dalla propria autoemarginazione, ma che finiscono per essere esclusivamente nefaste.
Sono il denaro, la sua sete e la vanagloria che finiscono per dominare l’uomo accrescendone l’ambizione, portandolo a vivere in realtà distorte come quella dell’Agro Pontino, un mondo, una comunità a sè che la macchina da presa del regista amplifica gli effetti stranianti con un forte richiamo all’astrattismo di De Chirico a dispetto della geometria e della linearità dell’architettura fascista.
La continuità con la pellicola del 2004 è poi rappresentata dall’attenzione riposta in soggetti particolari, atipici come i nomi che portano (Titta e Geremia).

Brutto, sporco e cattivo, Giacomo Rizzo (caratterista dal percorso cinematografico davvero unico, dai film di serie Z passando per Pasolini e Bertolucci fino (!) a Billy Wilder) è perfetto nel ruolo del laido (fisicamente e nell’animo) strozzino, quasi un moderno Shylock ma con dei rimandi profondi (la deformità e la sete di potere) anche al Riccardo III (per il riferimento ad entrambi si noti il ritratto di Shakespeare che compare in una scena). Laura Chiatti, nel ruolo di Rosalba, continua inarrestabile la sua ascesa (quest’anno nel cast di “A casa nostra” della Comencini) mentre il personaggio di Fabrizio Bentivoglio non viene interamente sviluppato nonostante l’interesse suscitato dal mondo country de noantri.

Sorrentino conferma l’ampia padronanza del mezzo nonostante un certo equilibrismo stilistico che talvolta passa per autocompiacimento ma che non stona nel complesso, risultando in piena antitesi alle “Conseguenze dell’amore”: Se lì i movimenti di macchina erano calibratissimi ed essenziali, qui invece lo sfoggio di tecnica è superiore. Se lì l’interpretazione di Servillo era in sottrazione, quella di Giacomo Rizzo tende a caratterizzare il suo personaggio. Lì dialoghi ridotti all’osso, qui fluviali. Insomma il difetto, e mi si passi la battuta, è che il film, pur ambienato in una zona un tempo paludosa, è eccessivamente paludato, con troppi fronzoli, barocco, secondo l’ammissione dello stesso regista.

La copia che circola nelle sale non è comunque l’originale: Sorrentino infatti ha apportato delle modifiche alla versione presentata a Cannes mettendo mano ad un finale, a detta di chi il film lo vide allora, irrisolto. Ma anche dopo questa “risciacquatura de panni” il risultato rimane incerto, con una netta spaccaura tra la prima parte del film, nella quale Sorrentino indugia forse troppo nel descrivere il mondo dei suoi personaggi, e la seconda, che finisce per far accadere troppe cose in successione troppo rapida.

Ricercata fotografia di Luca Bigazzi al pari delle musiche dei Sigur Ròs e Lali Puma.

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Per un ultimo colpo di reni: partecipate all’ASSEMBLEA BLOGGER TISCALI!

24 Novembre 2006 2 commenti

Ancora per pochi giorni (per l’esattezza sino al 29 novembre) sarà possibile esprimere la propria opinione in merito al grande dibattito proposto da alcuni di noi per il miglioramento dei blog Tiscali.
Sul sito di Anna Nihil e del Giomba (trovate i link alle rispettive pagine sulla colonna a sinistra) potete partecipare a due grandi assemblee alle quali sono pervenuti, complessivamente, più di 150 messaggi che grazie a voi possono ora aumentare.
Di sicuro, pur avendo raccolto tante idee, qualcosa ci sarà sfuggito perciò, se qualche difetto/aspetto particolare del vostro blog non vi convince o funziona come dovrebbe segnalatelo, vi prego.
Affrettatevi però, rimangono solo 5 giorni prima che venga stilata una lista con le questioni principali da presentare alla Tiscali.

Se volete grazie a Giomba è possibile inserire nella vostra pagina il banner ufficiale della campagna. E’ un piccolo gesto ma che può far tanto. Coraggio!

Caos prossimo venturo – I figli degli uomini, Alfonso Cuarón

24 Novembre 2006 1 commento

"Nel 2027 il governo autorizza i kit per il suicidio, ma la marijuana è ancora illegale"

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"Marie Antoinette" di Sofia Coppola

22 Novembre 2006 6 commenti


Versailles, 1770. Figlia dell’Imperatore d’Austria Francesco I, Marie Antoinette sposa Luigi XVI, delfino del Re di Francia Luigi XV. Lei ha solo quattordici anni, lui sedici. Si tratta classico matrimonio di stato, un’unione che dovrà suggellare la ritrovata amicizia tra le due potenze europee ristabilendo così gli equilibri politici del continente. Per i due giovani amore e complicità tardano ad arrivare così come il tanto sospirato erede al trono, il tutto reso più difficile dai rituali della reggia e dall’inesistente vita privata, una situazione la cui vittima principale è “l’austriaca”, mal sopportata dalla corte. Solo con l’incoronazione e la nascita del primogenito Marie Antoinette riuscirà ad affermarsi ma non a fare breccia nel cuore del popolo. Ormai la monarchia ha segnato il passo: la rivoluzione è alle porte.

Giunta al suo terzo film, la figlia d’arte Sofia Coppola continua il suo personalissimo percorso cinematografico incentrato sull’esplorazione del mondo femminile-adolescenziale raccontato finora con una finezza ed una sensibilità che hanno prodotto convincenti risultati. Al pari de “Il Giardino delle Vergini Suicide” e “Lost in Translation”, l’ultima fatica della Coppola altro non è che il ritratto di una ragazza, un’adolescente appunto, prigioniera di un universo (indifferente che si tratti di una famiglia bigotta, di un matrimonio prematuro, o, come in questo caso, della reggia di Versailles) soffocante col quale finisce per scontrarsi prima e cercare una via d’evasione poi (il suicidio, un amore platonico, lo “shopping” anti litteram).

Punto di partenza, la biografia romanzata scritta da Antonia Fraser dal titolo “Maria Antonietta. La solitudine di una regina” alla quale il film liberamente s’ispira facendo propria l’intenzione dell’autrice non tanto di riabilitare il personaggio della regina di Francia, bensì di darne un’immagine priva di quegli stereotipi cui lo spettatore è saturo fin dai banchi di scuola, a partire dalla celeberrima frase delle brioche da elargire all’affamato popolino sino alla fama di impudente scialacquatrice, ampliando semmai il doloroso senso di non appartenenza ad un mondo governato (e così era l’Ancien régime) da assurdi codici comportamentali e dalla carenza di affetti.

“Marie Antoinette” dunque è tutto fuorché un biopic, definibile semmai come una “rivisitazione in chiave pop-glamour-rock” che fa della sovrana una moderna Diana o Paris Hilton (non in senso riduttivo) attraverso una forte contaminazione, soprattutto musicale (e la colonna sonora è ancora una volta il pezzo forte dei film della Coppola) resa mediante l’accostamento di arie a brani di gruppi come New Order, Cure, Air e Bow Wow Wow.
Facile per il pubblico, in particolare per quello femminile, identificarsi con una ragazza che partecipa a balli in maschera, organizza feste scatenate che durano sino all’alba, scherza o spettegola con le amiche e che quando è giù di morale (un po’ come il personaggio di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”) scarica la frustrazione facendo shopping (contribuendo al dissesto del bilancio) o gustando variopinti dolci che sazierebbero solo a guardarli.

Da non tralasciare poi la componente autobiografica alla base dell’ empatia da parte della regista nei confronti della sua protagonista: come Maria Antonietta anche Sofia Coppola ha vissuto fin dalla nascita in un mondo a se, quello del padre Francis, certamente fatato ma anche distorto essendo, già dopo pochi mesi di vita e per tutta l’adolescenza, sotto i riflettori (il bambino battezzato ne “Il Padrino” era proprio lei) sino allo scotto in seguito all’interpretazione da protagonista dell’ultimo capitolo della trilogia mafiosa (si parlò di nepotismo, e la scelta di sostituire Winona Ryder venne duramente criticata) senza tralasciare l’infanzia segnata dalla burrascosa lavorazione di “Apocalypse Now” che finì per tracimare oltre lo schermo squassando gli equilibri dell’intera famiglia (il difficile periodo è raccontato dalla madre di Sofia, Eleonor, con estrema cura nelle memorie da poco pubblicate anche in Italia).

Ma come nella realtà Sofia si è riscattata lo stesso avviene nella finzione per Marie Antoinette che trova il suo equilibrio attraverso i figli ed un insospettabile fuga verso una parentesi bucolica scandita dalla cura dell’orto secondo la lettura (e qui sì che ci si stupisce) di Rousseau dimostrando poi, nelle concitate giornate dei tumulti, la sua statura mantenendosi ferma nella volonà di stare al fianco del re e di non abbandonarlo in un tale momento di crisi, una straordinaria prova di maturità che ne fa’ una vera e propria eroina.

Innapuntabile la scelta del cast con Kirtsen Dunst alla prima prova da protagonista assoluta, Jason Schwartzman (ex batterista dei Phantom Planet, apparso in “I Heart Huckabees”, nonché cugino della regista), Rip Torn (come Luigi XV) e Asia Argento nei panni di Madame du Barry, la sua sboccata amante.
La Sceneggiatura, come di consueto, è della stessa regista, i costumi del premio OScar Milena Canonero e gli accessori firmati da Manohlo Blahnik (citatissimo in “Sex and the City”). Il film è stato girato interamente nella splendida cornice di Versailles, eccezionalmente concessa per le riprese.

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"Il Vento che Accarezza l’Erba" DI Ken Loach

17 Novembre 2006 7 commenti


Irlanda, primi anni ’20. Il paese vive un momento difficile: l’indipendenza proclamata nel 1916 non viene riconosciuta dal governo di Londra che rifiuta la richiesta di maggiore autonomia da parte della sua colonia storica. Per sedare i malumori della gente vengono inviati vari distaccamenti dell’esercito. Da subito i soldati della Corona (i Black and Tans come venivano chiamate per il colore delle divise) perpetrano innumerevoli violenze nei confronti dell’inerme popolazione locale, comportandosi difatti come truppe d’occupazione. In procinto di partire per la capitale inglese, il laureando in medicina Damien O’Donovan vede i suoi amici scherniti e maltrattati senza però intervenire, interessato più a cambiare aria che altro al contrario di suo fratello Teddy che invece milita tra le file dei ribelli. La presa di coscienza di Damien coinciderà con l’ingresso nella resistenza e Damien vivrà sulla pelle, sua e dei suoi cari, il peso di una scelta radicale, quella della militanza. Vincitore lo scorso maggio della Palma d’oro al Festival di Cannes (ma avrebbe meritato il riconoscimento lo straordinario "Volver") "Il Vento che Accarezza l’Erba" (traduzione italiana del ben più poetico "The Wind that Shakes the Barney", verso di una tipica ballata irlandese) è un dramma robusto, con una forte aderenza alla realtà (difficile non scorgere un chiaro riferimento all’Iraq) e con quella forza derivante dalla passione civile che da sempre contraddistingue il cinema di Loach. Ken "il rosso", come viene definito e ama definirsi, da sempre dalla parte dei più deboli (sia che si tratti dei lavoratori clandestini di "Bread and Roses" o dei partigiani spagnoli di "Terra e Libertà", il film più vicino a quest’ultimo) racconta una delle pagine più sofferte del tortuoso cammino che la Repubblica d’Irlanda compì per affermarsi come tale, raccontata al cinema nel corso degli anni attraverso il medesimo meccanismo narrativo adottato dal regista ovvero la commistione di eventi collettivi e vicende private. Se in "Michael Collins" di Neil Jordan il confronto tra due amici coincideva con la scelta di quale strada dovesse imboccare la neo nata Irlanda, in "Nel Nome del Padre" di Jim Sheridam era il rapporto padre – figlio ad incarnare quello di un paese diviso tra tradizione e nuove forme di emancipazione (il terrorismo dell’IRA). Loach invece sceglie la separazione dei fratelli O’Donovan che altro non è che quella di una nazione spaccata in due con chi, come Teddy, si mostrò acquiescente nei confronti di un trattato che traduceva in un nulla di fatto le comuni battaglie (l’Irlanda rimaneva formalmente sotto la Corona) e chi invece continuò a combattere per la piena indipendenza come Damien. Ciò in cui il film calca la mano è la rappresentazione dei soldati inglesi in una feroce caratterizzazione che sembra trascendere le divise indossate finendo per essere marchio di un popolo (al quale comunque Loach appartiene) che sicuramente si sarà macchiato nel corso dei secoli di nefandezze ma che di certo non merita simili e insindacabili giudizi. Come altre volte nel corso della storia del cinema (prima i pellerossa, poi i nazisti ora i medio orientali) il "nemico" da combattere viene dipinto nel peggiore dei modi e, al contrario, coloro che sono dalla parte del "bene" avvolti quasi da un’aurea d’immacolata innocenza. Il film è insopportabile nella sua manichea divisione degli inglesi e degli irlandesi, coi primi "cattivissimi" e i secondi "buonissimi" (come ha giustamente affermato il critico del Mattino Valerio Caprara) correndo il rischio d’incappare in una pericolosa (soprattutto per i nostri giorni) apologia del terrorismo, l’ultima cosa di cui abbiamo certamente bisogno. (in Inghilterra si ragiona parecchio al cinema sul significato della parola, e non si tratta di sottigliezze linguistiche, basti pensare a "V per Vendetta"). Buona la prova dei due attori protagonisti, entrambi irlandesi d’origine, Cillian Murphy (inteprete di ruoli allucinati in "28 Giorni Dopo" e "Batman Begins" ma anche en travesti nel da noi inedito "Breakfast on Pluto") e Padric Delaney, splendida la bellezza del paesaggio (la contea di York) in stridente contrasto con la durezza della trama.

"Flags of Our Fathers" di Clint Eastwood

15 Novembre 2006 6 commenti


Primi mesi del 1945. La Seconda Guerra Mondiale è prossima alla sua conclusione e gli Stati Uniti sono sull’orlo della crisi: con l’opinione pubblica sfiduciata e l’industria bellica a corso di risorse, gli USA il conflitto lo stanno perdendo in casa.
Di fronte ad un così sconfortante quadro il presidente Rosvelt si rende conto della necessità di un evento, di un gesto simbolico in grado di risvegliare la coscienza della nazione, di rinvigorirne l’orgoglio spingendola a contribuire economicamente all’impresa. Nel frattempo, l’isola di Iwo Jima è teatro di uno dei più cruenti scontri della guerra. Proprio sul campo di battaglia l’occhio di un fotografo immortalerà sei soldati impegnati nell’atto d’issare la bandiera a stelle e strisce. E’ ciò che il governo cercava ed è quello di cui il paese aveva bisogno: è la nascita degli eroi di Iwo Jima.

Assurto definitivamente allo status di maestro confermando, con Mystic River e Million Dollar Baby, la natura classica del suo cinema, Clint Eastwood si confronta per la prima volta con la materia e il genere bellico attraverso un progetto ambizioso: raccontare la più sanguinosa battaglia della Seconda Guerra Mondiale (che registrò più morti degli sbarchi ad Anzio e in Normandia) attraverso la prospettiva dei vincitori e degli sconfitti con due differenti film. Flags of Our Fathers, infatti, è il primo capitolo di un ideale dittico che si completerà con Letters From Iwo Jima che racconterà la medesima storia analizzata dal punto di vista giapponese.
Oltre ad ammirare il lodevole progetto, occorre soffermarsi sul film in questione che non smentisce la totale maturazione (iniziata nel 1988 con Bird) di Eastwood dietro la macchina da presa.

Flags of Our Fathers segue varie piste sviluppandosi su tre diversi piani narrativi (le ricerche condotte ai giorni nostri dal figlio di uno dei reduci; lo sbarco e la successiva battaglia sull’isola; la campagna propagandistica lungo il paese di tre dei soldati della foto) che hanno come punto di contatto il celeberrimo scatto del fotografo Joe Rosenthal (in seguito premiato col Pulitzer), in realtà un falso storico. Su Iwo Jima infatti era già stata piantata un’altra bandiera di cui nessuno, perlomeno negli Stati Uniti, era a conoscenza mentre i soldati sapevano benissimo come stessero realmente le cose. Si trattò insomma di una pura casualità. Inoltre, e qui sta’ il retrogusto amaro della vicenda, dei sei soldati ritratti solo tre tornarono a casa, gli altri persero la vita pochi giorni dopo lo scatto e questo perché la foto venne scattata poco dopo lo sbarco e con parecchie settimane di combattimenti ancora da affrontare.

I tre protagonisti sono ben consci di questa realtà, sanno benissimo di essere solo uno strumento in mano a biechi politicanti (a più riprese Eastwood ribadisce tutta la sua avversione per l’intera categoria) ma ognuno di loro reagisce in maniera differente: c’è chi osserva gli avvenimenti in silenzio come John “Doc” Bradley, chi come l’indiano Ira Hayes soffre per i compagni caduti e per un ruolo, quello dell’eroe, che non ha scelto e chi cerca di trarre giovamento dal momemnto di gloria come Rene Gagnon.

Insieme ai tre soldati Flags è anche il film di tre uomini di cinema, il frutto della loro sinergia: se dietro alla macchina da presa siede appunto il vecchio Clint, la sceneggiatura è firmata da premio Oscar Paul Haggis (vincitore per Crash, nominato per Million Dollar Baby) mentre è la presenza di Steven Spielberg nelle vesti di produttore a destare maggior interesse (o perplessità), ragione dovuta all’ inevitabile confronto con Salvate il Soldato Ryan dal quale Eastwood prende ampiamente le distanze.

Se visivamente delle analogie sono comunque rintracciabili (le scene dello sbarco sulla spiaggia, girate con la camera a mano e la fotografate con colori desaturati, sono praticamente identiche così come l’ampio ricorso agli effetti digitali) è sull’approccio alla materia che i due film differiscono: a Eastwood la retorica non interessa (tantomeno il patriottismo spinto che grondava dal prologo e l’epilogo spilberghiano): è porsi nel solco della tradizione del cinema americano per proseguirne lo studio sociale sui valori della nazione come già fecero Frank Capra prima e John Ford poi.

Nel 1941 (lo stesso anno di Quarto Potere) Capra con Arriva John Doe realizzò un interessante saggio sulla manipolazione e alterazione dell’effettiva realtà delle cose e quasi contemporaneamente, da “buon americano”, offrì il proprio contributo all’impegno attraverso la serie di documentari Why We Fight, forse il più significativo esempio dell’efficacia del sistema propagandistico delle forze armate, modello per “attribuire un senso politico ben preciso a una gran quantità di “immagini brutte” senza perdere nulla del loro potere di certificazione”. (Giacomo Manzoli nel suo Trenta passi nella storia del Cinema)

Se nel suo film, seguendo i dettami della propria poetica, Capra riusciva a trovare la forza per offrire al pubblico un happy end, John Ford nel western dai toni crepuscolari L’Uomo che Uccise Liberty Valance poneva al centro della sua analisi la dicotomia tra la conoscenza della realtà dei fatti e la loro interpretazione mitica che finivano per coincidere con i personaggi di John Wayne (colui che uccise realmente il Valance del titolo) e James Stewart, ingiustamente considerato l’”eroe”, e con le due anime di un paese allora agli albori. Nel 1949 invece i tre marine protagonisti di “Flag” furono ingaggiati, erano gli strascichi della loro tournée promozionale, per Iwo Jima deserto di fuoco in cui la fiction si mischiava a materiale documentario tra cui proprio l’alazabandiera sul monte Suribachi.

Molte le sequenze che colpiscono: dal bellissimo interludio che precede la battaglia, con i soldati avvolti e ritratti in una silenziosa, sacra intimità, al bagno finale e collettivo, ripreso in maniera così discreta e dal color seppia, con cui il film si chiude e che racchiude in sé il ricordo di un’innocenza ormai lontana, forse definitivamente perduta.

Cast ordinato: Ryan Philipp (“Crash”), Adam Beach (già indiano Navajo in Windtalkers), Barry Pepper (“arruolato”, come cecchino, proprio da Spielberg per il suo film) e Jamie Bell (dall’isola di King Kong a questa). Colonna sonora firmata come sempre dal regista. Girato in Islanda.

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Un’iniziativa congiunta: migliorare i blog!!!

11 Novembre 2006 11 commenti

Ciao! Mi capita spesso, come avrai notato dai commenti che ti lascio ogni tanto, di passare sul tuo blog che apprezzo molto per gli argomenti che tratti e per la cura dell?impaginazione e delle foto.
Volevo chiederti se sei soddisfatto delle possibilità che Tiscaliblog ti offre o se ogni tanto pensi che si potrebbe avere di più (e dare di più) dai nostri blog.
Se la risposta è ?si?, allora potresti fare un salto dalle nostre parti (http://darjus.blog.tiscali.it/, http://mikydeppspaces.blog.tiscali.it/)? Insieme ad altri blogger, stiamo discutendo infatti sulla possibilità di chiedere alla Tiscali di migliorare i nostri blog avvicinandoli alle più moderne community quali Splinder e Blogger.
Noi, e penso anche tu, siamo affezionati al nostro blog che ormai è diventato qualcosa di più che un semplice strumento con cui interagire o un modo per farci sentire e comunicare con gli altri ma anche per esprimere noi stessi. Per questo vorremmo renderlo più manegevole, funzionale ed esteticamente attraente. Che ne pensi? La tua risposta è importante e se puoi gira a più persone questa mail. Darjus e MikyDEPP.

Ecco le attuali proposte. Diteci che ne pensate, avanzatene di nuove, collaborate!

a) aumentare le tipologie di template ed i tools della piattaforma (emoticons, colori, strumenti per la scrittura, etc.)

b) introdurre una struttura per la finestra che comprenda due colonnine laterali per i nostri “post permanenti”

c)aumentare la capacità delle foto da postare

d)Aggiornare i feed dei blog

e) aggiornare il sondaggio della home page ed anche le categorie

f) semplificare l?ingresso alla pagina personale in modo da renderlo conoscibile dal PC di casa.

"La Sconosciuta" di Giuseppe Tornatore

10 Novembre 2006 1 commento


In una città del Nord – Est italiano, Irena, ragazza straniera con alle spalle un passato intriso di violenza, è alla ricerca di qualcosa, di qualcuno. Irena porta dentro di se il peso di tante umiliazioni subite ma anche il conforto offertole da un amore assaporato fugacemente e poi strappatole del quale è ora sulle tracce. Con una serie di ponderate manovre, la ragazza riesce ad ingraziarsi prima il portiere di un condominio dove vive una ricca coppia, gli Adacher, e poi la loro governante. E’ a loro che Irena punta e quando, non senza che dell’altro sangue sia stato versato, riesce a farsi assumere può finalmente avvicinarsi all’oggetto delle sue ricerche, Tea, la bambina adottata dagli Adacher, forse quella figlia che sembrava perduta. Ma prima di poter conoscere la verità Irena deve uccidere il suo passato, materializzatosi sotto le spoglie del suo antico aguzzino, Muffa.

A sei anni dal suo ultimo film (“Malena”), Giuseppe Tornatore ritorna prepotentemente al cinema e lo fa con un modernissimo (per la nostra convenzionale cinematografia) thriller/noir che stupisce lo spettatore che non si aspetterebbe la durezza, l’inquietudine e soprattutto la violenza di cui il film è permeato.
Regista dotato di grande maestria e capacità narrative (forse il migliore della sua generazione), Tornatore abbandona la Sicilia e il cinema-prodotto da esportazione (al quale sembrava ormai abbonato) incentrando la pellicola su una delle più dolorose piaghe della nostra società (la tratta delle donne-schiave obbligate alla prostituzione) ambientandola in una plumbea e minacciosa Trieste, “la più straniera delle città italiane, la più italiana di quelle straniere” (secondo lo stesso Tornatore) riavvicinandosi ad uno dei suoi migliori lavori, quella “Pura Formalità” in cui la narrazione arrivava a sfociare nel metafisico proprio come ne”La Sconosciuta”.

Non è un caso che nel film citato prima uno dei due protagonisti (insieme a Gerard Depardieu) fosse Roman Polanski del quale Tornatore riprende quelle atmosfere ossessive che campeggiavano nelle prime opere del regista polacco, come “Repulsion”, ma guardando, per la morbosità del rapporto tra padroni e sottomessi, al “Servo” di Joseph Losey (che cita attraverso la riproposizione simbolica della scala) condendo il tutto con un’ulteriore senso di minaccia reso attraverso le musiche di Ennio Morricone (che non vengono meno neppure per un secondo) le cui stridenti sviolinate ne costituiscono l’apice.

Per aspetti tematici (la figlia mai conosciuta strappatale dal suo padrone/uomo) e per l’efferatezza di alcune sequenze (il tentativo di Irena di uccidere Muffa) è possibile cogliere reminescenze tarantiniane alla “Kill Bill”, che ha al suo centro una madre che cerca la propria bambina, e il meglio del film è costituito dalle scene in cui compaiono entrambe, in particolare quella dolorosa, difficile ma per questo bellissima nella quale Irena insegna a Tea (affetta da un raro disturbo che le impedisce di reagire ad una caduta o ad un colpo ricevuto) a rialzarsi, a non arrendersi al prossimo o alla vita, a combattere proprio come ha sempre fatto lei.

Dalla sua il regista ha un’interprete straordinaria, l’esordiente Ksenia Rappaport (russa e proveniente dal teatro checoviano) che si dedica anima e corpo al suo personaggio, offrendo una prova da applausi ma anche lo sgradevole Muffa di Michele Placido, rasato e completamente glabro, è memorabile. Con la consueta bravura si comporta il resto del cast composto da Claudia Gerini, Piera Degli Espositi, Pierfrancesco Favino, Alessandro Haber e Angela Molina oltre alla giovanissima Clara Dossena nel ruolo di Tea, alla sua prima esperienza sul grande schermo.