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Archivio Dicembre 2006

"Il Mercante di Pietre" di Renzo Martinelli

13 Dicembre 2006 6 commenti


Ludovico Vicedomini (Harvey Keitel) è un cristiano convertitosi all’Islam che sotto le mentite spoglie di mercante di pietre cela l’appartenenza ad una cellula di Al Quaeda operativa nel nostro paese. Il suo compito è quello di rintracciare potenziali "colombe", donne da plagiare e trasformare in involontari kamikaze. La sua attenzione ricade su Leda (Jane March), responsabile di una compagnia aerea, sposata con Alceo (Jordi Mollà), professore universitario vittima dell’attentato all’ambasciata americana di Nairobi nella quale perse entrambe le gambe. Sfruttando a suo favore la crisi della coppia, il Mercante fa sua Leda credendo di poter portare a compimento la missione, ma stavolta deve fare i conti con un imprevisto: si è innamorato. Fin dalla sua uscita in sala la pellicola diretta da Renzo Martinelli è finito al centro di un vortice di polemiche che ne hanno condizionato tanto, la resa al botteghino quanto il giudizio della critica che quasi all’unisono e senza troppi preamboli, lo ha stroncato. Non sarò certo io a riabilitarlo (duole ammetterlo ma "Il mercante" è proprio brutto) ma proverò a giudicarlo scindendolo, compito di non facile resa visto che il film è intriso di ideologia sino al midollo, dal suo contenuto politico per concentrarmi su quello puramente cinematografico. Basterebbe prendere in prestito una frase del sempre puntuale Kekkoz ("Il regista di Vajont e di Piazza delle cinque lune, insomma, quello che io faccio i film internazionali, i kolossal, gli specialeffex, donalsàterland") per capire con chi abbiamo a che fare, ma io voglio andare oltre. La prima cosa che salta agli occhi è appunto il grande uso che Martinelli fa di effetti digitali, quasi sempre grezzi, di bassissima fattura (due esempi su tutti: la ricostruzione aerea di Torino e l’esplosione del traghetto) inseriti perlopiù non per necessità ma per velleità stilistiche al pari delle continue inquadrature sghembe, delle panoramiche aeree, dei rallenty e delle accelerazioni. A ciò si aggiungano le tronfie musiche di commento e la recitazione (usare il termine svogliata è un eufemismo) del cast, con un Harvey Keitel invecchiato, spompato nel fisico (e le scene di sesso non sono per nulla indulgenti in questo) e dagli occhi bistrati, Jane March che si spoglia con voluttà (ormai la sua professione ufficiale condotta fieramente sin dai tempi de "L’amante") e il povero Jordì Mollà (forse l’unico a credere nel film) che deve rendere credibile l’incredibile professore monco. Martinelli non si/ci, risparmia nulla scadendo nel banale e nella volgarità gratuita delle immagini (perché insistere così tanto sulla menomazione di Alceo?) toccando il vertice del ridicolo nella fuga del professore dai suoi sicari, perdendo di vista quei pochi spunti che avrebbe potuto offrire, dalle insidie provenienti da chi ti è più vicino e appare insospettabile (come in "Arlinghton Road", pellicola di tutt’ altro livello con protagonista sempre un docente di dottrine terroristiche) oppure sviluppando il rapporto tra ossessione amorosa e terroristica (quella vissuta da Alceo). E invece niente di tutto questo, solo un gridare al lupo al lupo nei confronti non del terrorismo ma dell’intera comunità musulmana arrivando a dire che "non tutti i musulmani sono terrorista ma che la maggior parte dei terroristi è musulmana", offrendo un’immagine distorta del fenomeno visto in maniera faziosa senza riuscire a raggiungere il cuore del dibattito sul confronto/scontro fra culture e religioni nè rimarcando la perdita della bussola da parte dell’Europa, la prima a non compiere distinzioni fra legalità e illegalità spalancando le sue porte a chiunque vi bussi, senza risparmiarsi un affondo alla categoria dei critici cinematografici definiti come una schiera di "frustrati". Produce la Martinelli Productions (un nome che fa tanto società d’imbroglioni stile "L’uomo delle stelle" di Tornatore) che nel suo tentativo di millantare il cinema USA, nei titoli di coda ringrazia tutti, ma proprio tutti, comprese le Poste Italiane per le buche delle lettere (!)

"La Terra" di Sergio Rubini

12 Dicembre 2006 1 commento


Costretto a tornare nella natia Puglia per la divisione della terra ereditata dai genitori, Luigi Di Santo (Fabrizio Bentivoglio), professore di filosofia scappato a Milano dopo aver ferito il padre in un litigio, deve raggiungere un accordo coi suoi tre fratelli, Mario (Paolo Briguglia) studente dedito al volontariato, Aldo (Massimo Venturiello), dei tre il figlio illegittimo, e Michele (Emilio Solfrizzi) proprietario di un mobilificio indebitato con l’usuraio Antonino (Sergio Rubini). Sarà proprio l’omicidio di quest’ultimo a rompere definitivamente il già precario equilibrio fra i quattro sino ad alimentare il sospetto che l’assassino possa essere uno di loro. Passato dietro la macchina da presa ormai da quindici anni, Sergio Rubini firma un thriller antropologico ambientato nella sua terra trovando ispirazione ne "I Fratelli Karamàzov " di Fëdor Dostoevskij (quest’anno assai presente al cinema, si veda "Match Point" di Allen, in forte debito con "Delitto e castigo") trasferendo la vicenda dalla tundra russa al tavoliere pugliese ma mantenendo intatto il tema centrale del romanzo, ovvero l’istituzione della famiglia, con le sue gerarchie, le sue dinamiche interne e le lacerazioni che possono nascervi. Se la prima parte del film è dominata dalla contrapposizione tra Luigi e i fratelli, con l’incontro/scontro fra la sua impostazione mentale e il mondo che si era lasciato alle spalle di cui ognuno dei tre fratelli (Mario la religiosità, Aldo la riottosità, Michele la furbizia) incarna una componente intrinseca, la seconda dalla trasformazione delle stesse e dalla rivelazione della propria natura, compreso Luigi che alla fine si dimostrerà per nulla estraneo al compromesso pur di risolvere una situazione apparentemente inesplicabile. Non tutti i nodi però vengono al pettine così come la verità che alla fine non ci verrà rivelata ma solo sussurrata, come fa Luigi alla sua compagna (Claudia Gerini, ma il suo personaggio è del tutto marginale così come gli altri femminili in una storia tutta declinata al maschile), coperta dallo sferragliare del treno sui binari che lo riportano a casa. Pur irrisolto, "La Terra" è sicuramente un film interessante che trae gran parte della sua credibilità dalla matrice letteraria cui fa riferimento (la lotta per la "terra" come quella per la "roba" del Mastro-don Gesualdo di verghiana memoria), dall’efficace descrizione di un paese ostile dalle atmosfere soffocanti, amplificate dalle musiche di Pino Donaggio, dal quartetto di attori protagonisti, con Bentivoglio che dopo "L’amore ritorna" continua a vestire i panni dell’alter ego del regista che si riserva (ma originariamente il ruolo era destinato ad un altro nome) la parte dell’usuraio più laido visto quest’anno sullo schermo, contendendo la palma del migliore al Giacomo Rizzo de "L’amico di famiglia".

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"La Guerra di Mario" di Antonio Capuano

12 Dicembre 2006 1 commento


Napoli. Docente di storia dell’arte appartenente alla buona borghesia, Giulia (Valeria Golino) ottiene in affidamento Mario (l’esordiente Marco Grieco, un vero portento) ragazzino problematico, diffidente e schivo quanto i quartieri in cui è nato e cresciuto dotato però di grande sensibilità e acume. Spinta da un fortissimo istinto materno, Giulia tenta di assecondare in tutti i modi il bambino rischiando di compromettere il rapporto con il compagno Sandro (Andrea Renzi) venendo ostacolata dall’ottusità delle istituzioni. "La guerra di Mario" è certamente uno dei più bei film italiani dell’anno, certamente uno dei più penalizzati dalla distribuzione (presentato a Venezia ’05, la Medusa lo ha tenuto in cassetto per troppo tempo) ma che è riuscito ad ottenere una certa visibilità grazie al passaparola del pubblico e a importanti riconoscimenti come il David di Donatello per Valeria Golino e il Ciak d’oro dedicato al "Bello e invisibile " della stagione. Un aggettivo calza a pennello col film di Capuano, ed è "prezioso" ma lo si potrebbe definire anche "necessario" in quanto la straordinaria capacità d’indagine sociale del regista si sposa alla perfezione con l’esigenza, sempre più forte, di portare sullo schermo le contraddizioni e le pulsioni che animano la città partenopea rese attraverso la situazione che più le si avvicina, ovvero quella del rapporto tra una madre ed un figlio, fatto di intensi momenti di tenerezza ma anche di forti contrasti ed incomprensioni, le stesse ravvisabili in quello tra i napoletani e la stessa Napoli ovvero di amore ed odio. Sempre lungi dal rischio di facile sentimentalismo, Capuano riesce ad allargare lo sguardo dalla sfera privata a quella pubblica definendo con grande abilità, ma senza fornirci eccessive informazioni, i suoi personaggi risultando mai schematico ma anzi rafforzandone la credibilità. Così Valeria Golino, al massimo della bravura e della bellezza (e dai capelli finalmente lisci, un consiglio: li tenga sempre così), carica il suo personaggio di vigorosa passione amorosa, non civile, mentre Andrea Renzi con toni dimessi riesce a rendere visibile la difficoltà di essere accettato/di accettare Mario e di assumere il ruolo di padre per un figlio che non riesce a sentire suo. Ma il vero protagonista è Mario, bambino solo nell’aspetto che dentro di se cova sanguinarie fantasie, consapevole che "la vita è una guerra e che i bambini sono in prima linea", insofferente nell’animo e alla disciplina, per nulla estraneo al richiamo della strada ("la scuola è un brutto carcere e il carcere è una bella scuola") ma dalla straordinaria intelligenza che alla fine rimane la nostra unica libertà anche se comprenderne limiti e ragioni è quantomai arduo. Evitando il rischio del facile sentimentalismo e dell’ossessiva ricerca del tocco poetico, Capuano entra con merito nel novero dei moderni cineasti che hanno raccontato Napoli, come Mario Martone e i fratelli Frazzi, in grado sviscerare sullo schermo la natura ambigua e inintelligibile della città del Golfo senza offrirne comunque un’immagine stereotipata, aiutato in questo dalla fotografia anti-naturalistica di Luca Bigazzi.

"Angel-A" di Luc Besson

9 Dicembre 2006 1 commento


La figura di Luc Besson mi ha sempre incuriosito. Regista immaginifico (ogni anno partorisce sceneggiature a fiotti), esponente di un cinema totalmente mainstream ma in lotta con l’estetica hollywoodiana, Besson in realtà non ha mai fatto altro che millantare il modello da lui tanto deprecato mentre produttivamente è riuscito ad essere totalmente indipendente dopo aver fondato la Europa Corp., la sua factory. In attesa del già chiaccherato "Arthur e il popolo dei Minimei" (pellicola di animazione e live graphic con volti, Mia Farrow, e voci, David Bowie e Madonna, illustri) che sarà, come dichiarato dal regista, il suo ultimo film, ecco "Angel A", che sembrerebbe un divertissement ma che, nell’ordine di idee bessoniane, è invece un film da prendere seriamente. Purtroppo. La trama è presto detta: André (il magrebino Debbouze, premiato all’ultimo festival di Cannes per "Indigènes"), ventottenne basso, brutto e di origine magrebina (il peggio che si possa essere nell’odierna Francia) è indebitato fino al collo con mezza Parigi. Insolvente, decide di farla finita buttandosi da un ponte sulla Senna. Peccato che la stessa idea l’abbia avuta una ragazza che Andé prontamente salva. Bellissima e misteriosa, Angel-A (la modella Rie Rasmussen) dimostra subito di non essere lì per caso (solo il protagonista non mangia la foglia) e finisce per diventare l’angelo custode di Andrè aiutandolo a racimolare la grana e a cambiare vita credendo di più in se stesso. All’interno del cinema fortemente maschilista di Besson, "Angel-A" sembrerebbe un’eccezione: se in film come "Léon" o il "Quinto elemento" avevamo personaggi femminili in fuga che trovavano la protezione di super uomini invincibili (Jean Reno e Bruce Willis), stavolta la situazione viene ribaltata, è la donna "quella con le palle" che risolve le situazione apparentemente senza via d’uscita, mena e fa la grana (prostituendosi? così sembrerebbe ma il moralista Besson ci spiegherà che si trattava di un abbaglio permettendo ad Andrè di innamorarsi del suo angelo) mantenendo (per chi non se lo ricordi la Rasmussen era protagonista di un’appassionato scena lesbica con Rebecca Romijn in "Femme Fatale" di De Palma) una forte connotazione androgina (come una Nikità o Giovanna D’Arco, sempre per rimanere a Besson). Peccato, si sarebbe potuto dimostrare che anche ai tempi delle banlieu in fiamme gli angeli non si dimenticano di noi, e invece ecco un’altra, scontatissima e inflazionata lezioncina sulla bellezza interiore (quella che André deve riuscire a scorgere in se) che punta alto ("La vita è meravigliosa" di Capra) tra richiami alle inquadrature aeree del "Cielo sopra Berlino" di Wenders (altra storia di angeli) e subacquee tipo "L’Atalante" di Jean Vigo (un altro amore lngo la Senna) attraverso il bianco e nero estetizzante del fedele Thierry Arbogast senza avvicinarsi per un solo istante agli illustri predecessori e le idee latitano (i dialoghi ripresi pari pari da "Léon", con André che chiede ad Angel-A di non ripetere più la parola ok). Besson ha dichiarato di voler abbandonare la macchina da presa dopo "Arthur" (con cui si gioca tutto, sarà o un grandissimo successo o un pesante tonfo). Sinceramente, dopo film come questo, non si sente la voglia di chiedergli di ripensarci.

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Æon Flux di Karyn Kusama

9 Dicembre 2006 Commenti chiusi


In un imprecisato futuro. Il 99% della popolazione mondiale è stato ucciso da un virus e i pochi superstiti vivono entro le mura della città-stato di Bregna retta, da ormai 500 anni, dalla dittatura dei Goodchild contro i quali si battono i ribelli Monican. Aeon Flux (Charlize Theron), bellissima e letale combattente, è una di loro, e ricevuto dalla sua guida Handler l’ordine di uccidere Trevor Goodchild, ultimo erede della dinastia. Ma, trovatasi di fronte a lui dentro Aeon scatta qualcosa, un ricordo recondito ed indistinto le impedisce di uccidere quello che dovrebbe essere un estraneo ma che invece crede di aver conosciuto in un qualche passato. E’ solo uno dei tanti, continui Déjà Vu che ormai tutti a Bregna hanno, ricordi come di un’altra vita. Creata nel 1995 da Peter Chung (partecipe tra le altre cose del progetto "Animatrix") per Mtv (che co produce il film), Aeon Flux constava dapprima di brevissimi episodi (nell’ordine di due, tre minuti) poi sempre più ampliati fino a diventare una vera e propria serie televisiva. Dieci anni dopo è la regista Karyn Kusama (suo un altro film al femminile, "Girlfight") a riprenderne l’idea realizzando un film fantascientifico che affronta gran parte dei temi cari al genere, dalla clonazione all’indistinguibilità fra realtà e sogno, senza dire nulla di nuovo in materia attingendo dall’ampio repertorio a disposizione. Perciò non aspettatevi nulla da questa pellicola che si trascina lentamente per la sua pur esigua durata (il flusso d’idee si esaurisce appena dopo un quarto d’ora) con grandissima fatica senza riuscire ad affascinare lo spettatore neppure a livello visivo. Raschiando il fondo del barile si potrebbero salvare la Theron (che non appare molto convinta di quello che sta facendo e che pare, ma probabilmente si tratta delle solite voci per alimentare il tram tram, abbia rischiato gravi danni fisici durante le riprese) in tutina nera aderente, alcune scenografie e la minacciose siepi (vi rimando alla foto che accompagna il post) del giardino antistante il palazzo Goodchild. Particina per Frances McDormand (premio Oscar per "fargo") quest’anno con la Theron già in "North Country". Uno dei più brutti film della stagione.

Le Rose del Deserto di Mario Monicelli

8 Dicembre 2006 3 commenti


Libia, estate 1940. L’esercito italiano è impegnato nella campagna d’Africa e il battaglione agli ordini del maggiore Strucchi (Alessandro Haber) è stanziato presso Sorman. Non si tratta certo di un gruppo d’indomiti e fieri rappresentanti degli italici valori lì inviati per "spezzare le reni " all’Inghilterra bensì una sezione sanitaria fatta sì di soldati, ma medici, quasi dei turisti, come il tenente Salvi (Giorgio Pasotti) che per passatempo fotografa il paesaggio. A scuotere la passività della truppa è padre Simeone (Michele Placido, un’altra straordinaria performance dopo quella de "La Sconosciuta"), un sacerdote che insegna ai bambini del posto la nostra lingua e che ben presto diverrà la guida morale di un gruppo di giovani che finirà col ritrovarsi letteralmente allo sbaraglio quando la vera guerra, e con questa l’orrore e la morte, arriverà. Decano dei registi italiani, Mario Monicelli (alla veneranda età di 92 anni) torna a far risuonare la sua autorevole voce dopo una serie di pellicole non troppo convincenti realizzando un film che è quasi la summa dei suoi ormai celebri capolavori. Adattando "Il deserto della Libia" di Mario Tobino e sviluppando un racconto tratto da "Guerra d’Albania" di Giancarlo Fusco, Monicelli ritrova l’eterogenea accozzaglia di dialetti de "I soliti ignoti", i pavidi soldati de "La grande guerra" e la sgarrupatissima "Armata Brancaleone" dalla cui unione partorisce i suoi soldatini che muove, quasi da demiurgo, nell’ immenso scatolone di sabbia (citazione di salveminiana memoria fatta da padre Simeone) che era/è la Libia ritraendo il regio esercito nella sua totale disorganizzazione (i tempi biblici per l’arrivo nuove forniture che poi si rivelano essere gli equipaggiamenti per le truppe del fronte balcanico) e disaffezione per i combattimenti ma non certo estraneo alla retorica fascista (incarnata dal generale Pederzoli, il critico Tatti Sanguinetti ancora più bravo che nel "Caimano" di Moretti) che finisce per credere di essere lì esclusivamente per una "causa umanitaria" ("per portare la democrazia e la nostra cultura ai colonizzati" come dice Strucchi). Le cose cambieranno con l’arrivo dei sempre più numerosi feriti da curare e con quello degli Africa Korps di Rommel, loro sì efficienti, verso i quali gli italiani piegano presto la testa confermando l’acquiescenza all’alleato nazista assunta già prima della guerra, con la perdita degli amici vicini (il soldato Sanna) e lontani (la moglie di Strucchi, che finirà col perdere la trebisonda) e l’impossibilità di stabilire un rapporto coi coloni libici (l’invito del signore della zona viene ricambiato col tentativo di Salvi di contattarne la bellissima figlia con un biglietto il che ne causerà il ripudio dalla famiglia) e in quest’ottica Monicelli inserisce ampi riferimenti all’attualità, non solo politica ma sociale (la condizione di sudditanza della donna nei paesi musulmani e le mutilazioni femminili). La regia è lineare, i pochi effetti digitali utilizzati vengono sapientemente dosati, e gli interpreti sono straordinari. Ancora una nota di merito per Sanguinetti che nel suo generale condensa retorica bellica e gonfia tracotanza e che obbliga (una mentalità che ricorda quella del suo parigrado di "Orizonti di Gloria") i suoi uomini a costruire un cimitero per soldati ancora vivi e che, dopo la sua realizzazione, esclama "ora non resta che riempirlo", il nevrotico Strucchi di Alessandro Haber dall’intercalare che a fine proiezione abbiamo fatto nostro (conclude ogni frase ripetendo "per il bene che vi voglio") e il padre Simeone di Placido, dai modi spicci e dall’animo laico.

Cuori di Alain Resnais

8 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Parigi. Sei personaggi, tre donne e tre uomini, vedono le proprie vite incrociarsi sotto il fioccare della neve: Nicole (Laura Morante) e il compagno Dan (Lambert Wilson), radiato dall’esercito e dedito al bere presso il bar di Lionel (Pierre Arditi), cercano un appartamento in centro aiutati da Thierry (André Dussollier) agente immobiliare segretamente invaghito della collega Charlotte (Sabine Azéma), fervente cattolica che per arrotondare fa da badante all’intrattabile padre (Claude Rich, di cui sentiamo solo la voce off) di Lionel al cui bancone Gaelle (Isabelle Carré), sorella di Thierry, incontrerà per un appuntamento al buio Dan. Maestro delle ricerca sul significato del tempo ("L’anno scorso a Marienbad") e della memoria ("Hiroshima, mon amour") e regista dal difficile inquadramento (di norma lo si accosta alla Nouvelle Vague mentre risulta più vicino agli autori politicizzati della Rive Gauche), Alain Resnais ha sempre rischiato nel rapportarsi alle altre altri, in particolare con la letteratura (tra le collaborazioni eccellenti quelli di Marguerite Duras) e il teatro, tendenza confermata da "Cuori", il suo ultimo film tratto dalla pièce (bellissimo il titolo originale) "Private Fears in Pubblic Places" di Alain Ayckbourn. Al testo originale Resnais apporta delle piccole ma sostanziali modifiche, in particolare la trasposizione della vicenda da Londa a Parigi e la conseguente francesizzazione dei personaggi, mantenendosi comunque fedele, soprattutto nell’impostazione teatrale, all’opera. Il punto di forza ma al tempo stesso di debolezza del film (il meccanismo impiega un po’ per ingranare ma appena lo fa non si ferma più) deriva proprio dalla sua dimensione, con la successione ininterrotta di una serie di quadri ad ambientazione fissa all’interno dei quali si muovono gli attori che interagiscono, appaiono e scompaiono dalla scena come se fossero su un palcoscenico sul quale alternano dialoghi e soliloqui. La lentezza viene però smussata da Resnais che non opta per una regia (premiata col Leone d’argento a Venezia) statica bensì, con grande sfoggio virtuosistico, per la mobilità più totale della macchina da presa (riprendendo i personaggi dall’alto, in plongée) attraverso piani sequenza e avvolgenti carrellate e puntando tutto su un sestetto di attori straordinari (impagabili l’Azéma, Arditi e Dussollier) suppuortati da un’eccellente copione e da dialoghi pregni di sofferenza amorosa ma non per questo privi da un certo brio, soprattutto grazie ai personaggi di Charlotte, fervente cattolica (diciamo pure bigotta) che presta a Thierry le registrazioni di una trasmissione di canzoni sacre al termine della quale seguono filmini hard girati dalla stessa donna lche di fronte al tentativo d’approccio di Thierry non si scomporrà. Il significato del film è ravvisabile nelle parole dello stesso regista che afferma: "Le nostre vite sono legate molto più di come crediamo; e le azioni individuali, sia pure involontarie, spesso creano increspature che diventano onde e finalmente scuotono costruzioni lontane miglia su qualche sponda distante", pensieri che, associati ad un’assiomatica visione dell’uomo destinato alla solitudine, rappresentano il cuore di questa commedia umana scandita dalla neve (quasi emula di quella di "Crash") che fa da trait d’union tra le "finestre sul mondo" aperte dal regista accompagnando le dissolvenze insieme al commento musicale di (curiosa coincidenza) Mark Snow.

Mission: Impossible III di J.J. Abrams

5 Dicembre 2006 2 commenti


Abbandonati ormai i pericolosi panni della spia, l’agente Ethan Hunt (Tom Cruise) si dedica ormai all’addestramento di nuove reclute e cerca di mettere su famiglia con la compagna Julia (Michelle Monaghan). A richiamarlo in servizio è il rapimento della sua migliore allieva, scomparsa in quel di Berlino. Dietro il rapimento si cela l’organizzazione del potentissimo Owen Davian (Philip Seymour Hoffman) sulle cui tracce si mette Hunt, coadiuvato dalla vecchia squadra guidata dal veterano Luther (Ving Rhames). Owen riesce a sfuggire alla cattura promettendo ad Ethan di vendicarsi su di lui e sui suoi cari obbligando così Hunt ad una corsa contro il tempo per salvare Julia. Dopo le atmosfere dense di dubbio di De Palma e le acrobazie al rallenti di John Woo, la serie di Mission Impossible aveva ben poco da dire e quest’ultimo episodio conferma la mancanza di idee nuove e l’esaurimento di quelle riginali ormai ampiamente spremute. Il film sembrava non dover mai vedere la luce, la produttrice Paramount era (giustamente) molto scettica e i copioni avanzati non soddisfavano ne lei ne Cruise (che tra le tante idee ne bocciò una che vedeva tra gli attori scelti Carrie-Anne Moss, Kenneth Branagh e, cosi si mormorava, Scarlett Johansson), finendo così per sindacare qualsiasi proposta in quanto co-produttore (insieme alla storica socia Paula Wagner) del progetto arrivando persino a scegliere un regista lui congeniale che ne seguisse alla lettera le indicazioni, un ruolo che Joe Carnahan ("Narc") rifiutò finendo con l’essere licenziato. Così dietro la macchina da presa ha finito per sedersi J.J. Abrams, creatore di serial di successo quali Lost e Alias, alla prima esperienza cinematografica. Difatti il film assomiglia ad uno dei tanti episodi interpretati da Jennifer Garner, con travestimenti, colpi di scena abbastanza telefonati ma in compenso una superiore dose d’azione ed effetti speciali. Nulla suona nuovo, dai sofisticatissimi gadget all’ambientazione in giro per il mondo (Berlino, Roma, Shanghai) a Cruise che dimostra (a 43 anni) di essere ancora un ragazzino, perlomeno fisicamente, correndo su qualsiasi superficie umanamente calpestabile e con una certa predilezione per i tetti, affiancato dal già citato Rhames e dalle new entry Jonathan Rhys Meyers e Maggie Q (un nome alquanto bondiano), con Laurence Fishburne e Billy Crudup in ruoli ambigui e Seymour Hoffman in quelli del cattivissimo Davian. Tra citazioni colte (l’uomo invisibile di Wells, sarà mica per l’interpretazione di Cruise de "La guerra dei mondi"?) e il celeberrimo tema di Lalo Schifrin che risuona sin di titoli di testa, da dove potrebbe derivare l’attenzione da riservare a questo film? Forse dal costituire un nuovo capitolo all’interno della storia e dello sviluppo delle dinamiche produttive nel cinema statunitense e l’industria hollywoodiana. Cruise costituisce infatti il più significativo caso di attore-produttore che, dall’inizio degli anni ’90, insieme alla socia Paula Wagner, ha sempre fatto valere le sue ragioni. Era dai tempi della United Artist (fondata nel 1919 da Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e dal mitico regista David Wark Griffith) che un attore non arrivava ai vertici del sistema produttivo hollywoodiano riuscendo a strappare ad una major come la Paramount una sostanziosa percentuale degli incassi dei film interpretati, un rapporto ridimensionato dalla stessa casa di produzione proprio dopo il fiasco di M:I 3. Ma nella sua movimentata storia, col passaggio del potere, creativo ed economico, ai registi negli anni Settanta, ecco aprirsi un nuovo capitolo: la Paramount ha affidato a Cruise il compito di risollevare la United (fallita più di vent’anni fa dopo il flop de "I cancelli del cielo" di Michael Cimino) attraverso una serie di pellicole ad alto budget in grado di ottenere incassi considerevoli. Fondata da attori la United torna ad un attore. Il cerchio finalmente si chiude.

Tiscali, se ci sei batti un colpo: FATTO

5 Dicembre 2006 3 commenti

Aprendo la pagina del mio blog e scrutando tra i vari commenti, stuzzicanti e mai banali, che tutti voi mi lasciate, ne ho trovato uno a firma del caro Darjus.
Non si trattava altro che visitare il suo blog e leggere l’ultimo post scritto che già dal titolo preannunciava qualcosa di davvero, davvero sorprendente: la TISCALI HA RISPOSTO.

Non vorrei incappare in falsi entusiasmi, ne di replicare figure come quelle del centro sinistra alle ultime elezioni, ma non riesco, proprio non riesco a non manifestare la mia contentezza per questo piccolo risultato.

Quando un mese fa l’idea di migliorare i nostri blog si rimise in moto da subito affrontai la cosa con spirito propositivo ed ottimismo anche se dentro di me covavo una certa perplessità: davvero la Tiscali ci avrebbe dato ascolto? Davvero avrebbe ottemperato alle nostre richieste?

Dubbi questi che rapidamente passavano in secondo piano vedendo in qaunti aderivano alla causa comune, in chi dava vita ad animate assemblee e forum che
ci hanno permesso di capire quanto vasta sia la galassia TiscaliBlog e quanta voglia di cambiamento ci fosse. Non serviva altro che un gesto e noi l’abbiamo fatto. Ora la Tiscali ci ha risposto, aspettiamo di vedere quanto e in cosa si tradurrà il loro intervento. Di una cosa però sono certo, che avere un blog e far parte di una community è davvero una grande avventura. Grazie a tutti!

Ecco il testo dell’ email inviata a Darjus dalla redazione Tiscali

“Ciao Dario,

ti ringraziamo tantissimo per le tue segnalazioni, pertanto, in anteprima
siamo felici di comunicarti che molto presto non solo saranno effettuate le
modifiche che voi avete richiesto, in quanto tali e importanti stiamo
lavorando affinché possano essere realizzate nel brevissimo tempo possibile,
ma ne saranno implementate delle altre e molto interessanti come i video e
gli mms proprio sulla nostra nuova piattaforma.

Pertanto, la redazione Blog vi ringrazia ancora vivamente per il supporto e
l’affidabilità che ogni giorno ci dimostrate :)

A presto e sempre a vostra disposizione per ulteriori chiarimenti e dubbi in
merito.

La redazione Blog”

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Notte prima degli esami di Fausto Brizzi

5 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Roma, estate 1989. Alla vigilia dei fatidici esami di stato, Luca (Nicolas Vaporidis) e i suoi amici attendono con ansia la prima prova della loro vita tra feste, poca voglia di studiare e bilanci esistenziali. A complicare il rapporto coi libri ci pensa il colpo di fulmine per Claudia (Cristiana Capotondi) e la dichiarazione di guerra al temibile Professor Martinelli (Giorgio Faletti) col quale Luca deve ricucire al più presto i rapporti. Rivelazione assoluta dell’ultima stagione cinematografica, il film dell’esordiente Fausto Brizzi è una pellicola garbata, senza troppe pretese (nonostante punti ad un ritratto generazionale), con un grande pregio: la freschezza. "Notte prima degli esami" si avvale infatti di un gruppo di giovani attori, a partire dalla Capotondi e Vaporidis, spontanei e naturalmente simpatici nei quali i trentacinquenni di oggi, ma non solo, si sono potuti identificare e questo grazie all’apparato fatto di poster, t-shirt, citazioni di programmi e telefilm dell’epoca e soprattutto alla colonna sonora (con Europe, Duran Duran, Donatella Rettore, Claudio Cecchetto, Raf e Antonello Venditti, dalla cui canzone omonima il film prende il titolo). Eppure non si tratta di un’operazione nostalgia, di certo non vorremmo tornare ad un Italia prossima al rovesciamento di una classe politica, ad un mondo (seppur ancora per poco) diviso, ad un Paese che aspetta impaziente una nuova vittoria ai Mondiali (eppure dall’82 era passato anche meno tempo rispetto ad oggi) ma con l’Inter che allori sì che vinceva lo scudetto. Eppure gli adolescenti di Brizzi sono avvolti da un candore che oggi sembra svanito anche se alla fine i sogni e le aspirazioni sono comunque gli stessi. Nulla di trascendentale comunque, qualche smagliatura qua e là è ravvisabile (come l’inutile comparsata di Enzo Salvi), la cornice a volte adatta sembrerebbe più quella del piccolo che del grande schermo ma degna di nota è la rivalutazione di attori come Valeria Fabrizi e Ric (qui senza il compagno d’avventure Gian) ma soprattutto il personaggio del professore canaglia interpretato da Giorgio Faletti (dopo la tv e i libri un nuovo successo, ormai tutto quel che tocca diventa oro), ex hippy a Woodstock ormai disilluso del quale non ti puoi mai fidare ma che dispensa perle di saggezza ("l’importante" dice a Luca prima degli esami "non è quello che trovi alla fine di una corsa, importante è quello che provi mentre corri"). I titoli di coda, che ci informano sulle vicende dei vari personaggi, sono ripresi direttamente da "American Graffiti" di Lucas. Già in lavorazione l’immancabile seguito, che pregiudizialmente mi pare inutile. Forse.