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Archivio Gennaio 2007

Radiografia del pianeta: Una scomoda verità

30 Gennaio 2007 3 commenti


Siamo realmente a conoscenza della salute del nostro pianeta? Voi sì? Beh, allora sono io che dovrei informarmi. Se invece qualcuno di voi non è un attento osservatore di eventi climatici e fenomeni quali il riscaldamento globale e vuole rimediare un’ ottima occasione, questa la fornisce il documentario di Davis Guggenheim Una scomoda verità candidato agli Oscar 2007 nella sua categoria. Il film sintetizza le tante lezioni e conferenze tenute da Al Gore, vicepresidente degli USA nell’era Clinton e candidato democratico alle elezioni del 2000, nel corso degli ultimi anni anni in giro per il mondo (dal Giappone al nostro paese fino alla Cina) con lo scopo di sensibilizzare ed informare l’opinione pubblica circa la più concreta minaccia (per una volta il terrorismo internazionale, ci perdoni Mr. Bush, lo possiamo benissimo mettere da parte) corsa dal nostro pianeta, ovvero quella del surriscaldamento del globo con le sue belle, nefaste conseguenze. Mediante l’ausilio di diapositive in slide show, Gore illustra alla sua platea e a noi, i dati raccolti dagli scienziati che mostrano il progressivo, inarrestabile avanzamento del fenomeno e le più dirette, tutt’oggi palpabili, conseguenze (dal discioglimento dei ghiacciai al prosciugamento di fiumi e laghi) fino ad ipotizzare il possibile nuovo volto della Terra se le cose non dovessero cambiare in fretta. Lo spettatore più refrattario a questo genere di richiami (che molte volte, purtroppo, assumono la forma di allarmi fornendo un pretesto a qualcuno, compagnie petrolifere?, per smentirli) avrà poco da obiettare di fronte alla veridicità di certi dati (prendendo in considerazione il 10% degli articoli sull’argomento scritti a partire dal 1990 ad oggi, circa 900, affermanti la diretta responsabilità dell’uomo, nessuna voce si è levata contro questa tesi). Il documentario, che apparentemente potrebbe risultare noioso perché erroneamente considerato didascalico, si dimostra appassionato e stimolante, e questo grazie a Gore che ha voluto dimostrare il suo totale interessamento (anche se l’ombra del dubbio di un qualche ritorno in termini d’immagine è plausibile) includendo inserti della sua vita privata, di come la realtà e il mondo che conosciamo possano rapidamente ribaltarsi (in merito a ciò racconta il gravissimo incidente stradale accorso al figlio, poi salvatosi) e di come, nonostante si conoscano certi rischi e i modi per contrastarli si vada invece incontro a loro (la morte per tumore della sorella tabagista). Allo stesso modo Gore evita la demagogia spicciola e il sentimento di rivalsa per la sua sconfitta tramite le immagini, per quanto qualche frecciatina all’attuale amministrazione USA la lanci più che volentieri, senza perciò soffermarsi sulla sua dolorosa (e dubbia) sconfitta elettorale (con cui si apriva invece Farhenheit 9/11 di Michael Moore). La scomoda verità è dunque quella di conoscere le cause dei nostri mali e le proprie responsabilità ma di non fare nulla per rimediare, nascondendoci invece dietro pretestuose giustificazioni e falsi miti (crolla ad esempio quello della spaccatura della comunità scientifica di fronte al problema, quello che in Cina si producano auto inquinanti mentre invece gli standard di quel paese sono così rigidi che impedirebbero la circolazione di quelle statunitensi etc.) ricordando come minacce apparentemente insormontabili quali il buco dell’ozono (e lo scucco di Gore aggiungerei) possano essere sconfitte. “Dobbiamo ricordarci che la classe politica è una fonte rinnovabile” e che ognuno di noi può fare la sua parte. Ad Al Gore e Davis Davis Guggenheim il merito di avercelo ricordato. Tra i produttori figura Lawrence Bender, storico ex socio di Quentin Tarantino. Musiche di Michael Brook (Heat).

Sogni americani : La ricerca della felicità

30 Gennaio 2007 1 commento


San Francisco, 1981. Volenteroso piazzista di apparecchiature mediche, Chris Gardner (Will Smith) deve lottare con la precarietà del suo lavoro e cercare di tenere in piedi la sua famiglia. Di fronte alle sempre più insostenibili spese da affrontare, sua moglie (Thandie Newton, in un ruolo antipatico accentuato dalla pessima voce italiana che la doppia) lo lascia obbligandolo ad occuparsi del loro bambino, Christopher (Jaden Smith, una vera rivelazione). Nonostante le difficoltà da affrontare Chris non si perde d’animo e grazie alla sua determinazione riuscirà a conquistare, dopo un’affannosa ricerca, la tanto agognata felicità La ricerca della felicità (the pursuit of happiness, con la “i” al posto della”y”, un volontario errore ortografico nella scritta che campeggia sulla facciata dell’asilo del piccolo Christopher quasi a rappresentare una sorta di discrepanza), come apprendiamo dal protagonista, ("anche se più di ricerca si sarebbe dovuto parlare d’inseguimento") era un diritto contemplato dalla Costituzione degli Stati Uniti, in particolare dalle parole di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori e futuro presidente degli Stati Uniti, che la indicava come condizione cui ogni buon americano poteva aspirare, deve fare i conti con la recessione del paese all’inizio degli anni Ottanta, lontani anni luce dall’ormai proverbiale "edonismo reaganiano" che poi si respirerà alla fine del decennio il cui apice sarà segnato dallo yuppismo più sfrenato, quello mostrato in Wall Street prima e, nelle sue più cruente efferatezze, da America Psyco. Nel film di Gabriele Muccino (di cui parlerò più tardi), al suo esordio oltreoceano, invece la carriera di broker che si profila davanti a Chris Gardner acquista tutt’altra valenza ponendosi come primo passo di un’inarrestabile ascesa (il vero Gardner è oggi un rispettatissimo e facoltoso businessman) compiuta sotto l’egida dei più basilari principi e configurazione della società americana, con una caduta dalla quale ci si può rialzare grazie al proprio impegno e alla possibilità che viene offerta per il proprio riscatto, secondo le parole proferite proprio da Jefferson, in un saliscendi ripreso dall’andatura tortuosa delle strade di San Francisco. Nel suo percorso, che lo porterà a vivere ai margini della società, Chris sembra davvero meritarsi quel piccolo pezzo di sogno, lo spettatore ne è cosciente da subito in quanto si tratta di un personaggio totalmente positivo, dalla solida integrità morale ma non per questo monodimensionale (vicino semmai alla tradizione degli eroi positivi dei film di Frank Capra): "Se hai un sogno proteggilo e se qualcuno ti dice che non puoi fare qualcosa impedisciglielo perché è lui incapace di riuscirci" dice Chris al figlio che goffamente compie dei rimbalzi in un campo da basket, in qualche modo disilludendolo (l’esatto contrario dell’atteggiamento del genitore interpretato da Denzel Washington in He got game si Spike Lee). Ma arriviamo al “nostro” Gabriele: se i suoi film precedenti, quelli più apprezzati e di maggior successo come L’ultimo bacio e Ricordati di me, non mi sono mai piaciuti (salvo Come te nessuno mai, uno dei migliori ritratti dell’adolescenza offerti dal cinema italiano), troppo urlati e con una recitazione così eccessiva da trascendere le esigenze drammaturgiche, devo ammettere che per quanto ruffiano e studiato, il suo esordio d’oltreoceano è sinceramente convincente. Naturalmente, il suo ruolo, in virtù della rigida struttura del ,meccanismo hollywoodiano, è decisamente circoscritto ma quello che gli è stato chiesto (ovvero di strare dietro la macchina da presa) lo ha fatto benissimo, d’altronde il vero talento di Muccino sta proprio in quello di avere una buona padronanza del mezzo in grado di conferire fluidità alle immagini, cosa che faceva anche in Italia distaccandosi dalla logica del primo piano attraverso campi medi e lunghi (cose davvero impensabili dalle nostre parti, uno dei tanti motivi dell’odio da parte della critica). Aiutato certamente dalla presenza di Will Smith (uno che non toppa al box office dai tempi di Wild wild west), portandosi dietro il compositore Andrea Guerra e mettendo a frutto il bagaglio di italianità (ravvisabile in particolare, nella scena coda per il dormitorio, un eco di Ladri di biciclette mentre un lampo che illumina gli occhi di Smith ricorda quelli di Chaplin e la fantasia con cui trasforma la notte da passare in una toilette della metropolitana in una magica esperienza è memore della lezione di Benigni) Muccino ha ora dalla sua i favori delle majors. Che poi si limiti a dirigere su commissione o a esplorare i propri interessi questo è tutto da vedere.

Sogni americani : Bobby

26 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Los Angeles, 4 giugno 1968. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, Robert F. Kennedy è dato sicuro vincente: il suo consenso, sopratutto fra gli strati più poveri e deboli della società, è notevole e i suoi programmi basati sull’equità e l’integrazione razziale gli garantiscono l’appoggio della comunità nera e latina. La tappa all’Hotel Ambassador ne segna l’apice della popolarità: per i dipendenti e gli ospiti dell’albergo, Bobby, come era universalmente noto, rappresenta la speranza, l’incarnazione del sogno americano, un sogno infranto dai colpi esplosi dal giovane di origine palestinese Sirhan B. Sirhan che porterà il paese ad un brusco risveglio. Presentato come work in progress all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Bobby è certamente la pellicola più riuscita della pur esigua filmografia di Emilio Estevez, da tutti conosciuto come figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie, che dopo opere disimpegnate come Il giallo del bidone giallo, interpretato insieme a Charlie, compie un notevole passo avanti spinto da tutto il suo orgoglio democratico, sostenuto e coadiuvato da un cast all star d’indiscussa valore (da William H. Macy a Laurence Fishburne, da Lindsay Lohan a Elijah Wood). Si accennava allo spirito democratico di Estevez, ereditato dal padre Martin (calatosi alla perfezione nei panni di presidente degli USA nella serie tv West Wing), che alimenta il film che è assolutamente politically correct, idealista, civile ed impegnato come la miglior tradizione hollywoodiana vorrebbe e che trasuda dalle parole di Bobby Kennedy (che compare esclusivamente attraverso materiale d’archivio) che risuonano dai tanti televisori accesi sino al suo ultimo discorso pronunciato poco prima dell’assassinio, che costituisce il trait d’union per le varie vicende dei personaggi che s’incrociano nella sala dell’Ambassador. Estevez, infatti, non adotta un piglio documentaristico stile JFK di Stone bensì il rigore altmaniano attraverso la coralità del racconto e il rispetto delle unità di luogo e tempo, con una serie di quadri (non sempre riusciti) che rappresentano trasversalmente l’America dell’epoca, lacerata dai conflitti razziali, dalle proteste universitarie, dalla guerra del Vietnam e dagli omicidi di JFK, Malcom X e Martin Luther King, che il film cerca di mettere in scena con forse eccessiva puntigliosità e conseguenti cadute di stile (la sequenza del trip indotto dall’LSD da parte dei due giovani sostenitori kennediani). Al contrario, quelle dell’attentato che portano il caos nell’albergo e nel paese (perchè ormai l’Ambassador e i suoi occupanti sono una metafora dell’America), sono pregne di quel senso di "perdita dell’innocenza" che molti hanno fatto coincidere con la morte di Bobby e che finisce col pesare sulle generazioni future, quelle coinvolte nella sparatoria e macchiate di un sangue difficile da lavarsi di dosso. Il film però non cattura, lascia troppo distaccato lo spettatore, sopratutto quello più estraneo ai fatti che forse a stento può capire cosa quella morte abbia rappresentato. Certamente Bobby è un’opera encomiabile nel suo tentativo di rafforzare, sopratutto fra le giovani schiere, il pensiero di Kennedy facendolo non mediante l’abusata forma del biopic concentrandosi invece sulla gente comune. Fra i tanti volti noti William H. Macy, Helen Hunt, Anthony Hopkins (che figura tra i produttori), il redivivo Harry Belafonte, lo stesso Estevez che veste con tono dimesso i panni di marito dell’alcolizzata cantante interpretata da Demi Moore, di cui è stato compagno nella realtà, che insieme a Sharon Stone è la migliore sullo schermo.

Movie score 2006 – La classifica di MikyDEPP

1 Gennaio 2007 10 commenti

Il 2006 è stato un anno ricco di ottime pellicole, gradite sorprese, cocenti delusioni, autorevoli conferme, che ho cercato di vivere il più possibile in sala riuscendo a vederne gran parte poi recensite nel corso dei mesi. Col tempo l’ approccio al film è più volte cambiato, bilanciandosi fra un giudizio personale ed un’opinione critica in grado di invogliare o meno chi legge ad andare a vedere di persona il titolo preso in considerazione. Chiedo scusa se talvolta ho calcato la mano risultando eccessivamente prolisso (tanto che un post come quello di "The Departed” al primo tentativo superava i limiti di lunghezza consentiti) o, al contrario, scarno, ma credo quasi sempre di aver potuto offrire un compendio alle vostre visioni, spunti sui quali riflettere e, perché no, dissentire favorendo dibattiti e confronti tra la propria lettura del film e, in generale, visione di cinema. In questo senso decisamente proficue sono state le chiacchierate con amici quali Darjus, Salvatore del Cineclub Ran, Andrea di Cinetica e i nuovi arrivati nella sezione Cinema (come Neville, Aquilant, Deer Hunter e Federico) che hanno ulteriormente allargato i confini della nostra community. Ecco quindi la mia personalissima classifica sulla stagione appena conclusasi. Partendo dai dieci migliori titoli seguono via via tutti gli altri. Qualcuno potrà storcere il naso di fronte a certi miei giudizi (l’ultimo Scorsese lontano dalla vetta, il film di Verdone sul fondo, l’assenza di alcune pellicole), sinceramente spero che la cosa accada e che spinga a manifestarmi apertamente le ragioni del dissenso proponendo magari la propria graduatoria. Devo ammettere che certe scelte si sono rivelate assai sofferte ma già da settembre avevo in mente una ristretta rosa di film che sarebbero di sicuro finiti tra i primi dieci e, salvo qualche ripensamento, è stato poi così. Un paio di recensioni devono essere ancora pubblicate (“Il regista di matrimoni” e “Orgoglio e pregiudizio” per esempio), altri film (“Un ottima annata”, per rispetto verso Ridley Scott; “The prestige”, se è davvero il capolavoro di cui tanto si parla) ancora visti. A tutti voi auguro un ottimo 2007 e una ricca stagione di splendidi film. A presto! Miky DEPP 1) VOLVER (di Pedro Almodóvar, Spagna) 2) LE TRE SEPOLTURE (di Tommy Lee Jones, USA) 3) ANCHE LIBERO VA BENE (di Kim Rossi Stuart, Italia) 4) NUOVOMONDO (di Emanuele Criaelese, Italia) 5) MATCH POINT (di Woody Allen, Inghilterra/USA) 6) RADIO AMERICA (di Robert Altman, USA) 7) THE QUEEN (di Stephen Frears, Inghilterra) 8) C.R.A.Z.Y. (di Jean-Marc Vallée, Canada) 9) LA STELLA CHE NON C’E’ (di Gianni Amelio, Italia) 10) IL CAIMANO (di Nanni Moretti, Italia) 11) I Figli degli Uomini 12) Little Miss Sunshine 13) La Guerra di Mario 14) Miami Vice 15) Water 16) Truman Capote – A Sangue Freddo 17) Thank You For Smoking 18) The Hoax – L’Imbroglio 19) Transamerica 20) United 93 21) Inside Man 22) Born into the Brothels 23) Marie Antoinette 24) I Segreti di Brokeback Mountain 25) L’Amico di Famiglia – Il Diavolo Veste Prada – La Sconosciuta – Bubble – Cars – Motori Ruggenti – Flags of Our Fathers – La Vita Segreta delle Parole – The New World – Il Nuovo Mondo – Le Rose del Deserto – Munich – Cuori – A Scanner Darkly – Bon Bon El Perro – Syriana – Scoop – Babel – The Departed – Il Regista di Matrimoni – The Weather Man – Quando l’amore brucia l’anima – Walk The Line – La Terra – Il Vento che Accarezza l’Erba – American Dreamz – Jarhead – V for Vendetta – Romance And Cigarettes – Viaggio Segreto – Profumo – Storia di un Assassino – A Casa Nostra – Orgoglio e Pregiudizio – The Constant Gardener – Slevin – Patto Criminale – North Country – The Black Dahlia – Prime – Pirati dei Caraibi – La Maledizione del Forziere Fantasma – Superman Returns – The Libertine – N – Io e Napoleone – False Verità – M:I – III – Fur – Un Ritratto Immaginario di Diane Arbus – Il Codice Da Vinci – X Men 3 – Domino – World Trade Center – Natale a New York – Scary Movie 4 – Poseidon – La Pantera Rosa – Il Mercante di Pietre – Angel-A – Aeon Flux – Il Mio Miglior Nemico