Archivio

Archivio Febbraio 2007

Nei labirinti della mente: INLAND EMPIRE

11 Febbraio 2007 4 commenti

"Ogni essere umano ha un dono speciale, l’intuito. Viene dall’insieme di ragione ed emotività, quando pensiero e cuore s’incontrano. Ciascuno lo ha, basta sentirlo. Si usa nella vita di ogni giorno, perché non davanti ad un film?". Queste frase, pronunciata da David Lynch, dovrebbe campeggiare all’ingresso di ogni cinema, a mo’ di verso dantesco, consiglio e ammonimento per gli spettatori invitati ad accantonare la propria renitenza di fronte ad un film certamente di difficile, quasi impossibile, comprensione e a non inseguire inutilmente il filo della logica ma di abbandonarsi e perdersi nel dedalo sapientemente costruito da Lynch.

Prosegui la lettura…

Scomode verità: Black Book

11 Febbraio 2007 1 commento


Paesi Bassi, settembre 1944. Rachel Stein (Carice Van Houten, un vera rivelazione per talento e fascino), giovane cantante di varietà, fugge dalla Germania per ricongiungersi con la sua famiglia. La gioia di riabbracciare i suoi cari è però breve: insieme ad altri rifugiati cade in un’imboscata tedesca alla quale solo lei scampa. Intenzionata a vendicarsi, Rachel decide di mettere la propria bellezza al servizio della Resistenza, cambiando identità (assumerà il nome di Ellis De Vries) per infiltrarsi tra gli ufficiali nazisti finendo con innamorarsi di uno di loro, il capitano Müntze (Sebastian Koch) ma i tedeschi,scoperta la sua vera identità, la faranno passare agli occhi dei suoi stessi compagni come responsabile della morte di alcuni partigiani e quindi traditrice. Pur stretta tra due fuochi Rachel non rinuncia a perseguire il suo scopo. Paul Verhoeven è un regista decisamente criticato, sicuramente provocatorio, certamente sminuito. Per riassumere le tante voci che si sono stagliate contro la sua opera, tanto in patria quanto negli USA (in cui ha lavorato a partire dal 1984) riporto una citazione del critico Paul M.Sammon contenuta nel volume che la Taschen ha dedicato al regista di Amsterdam: "Il personaggio Paul Verhoeven è un esaltato che cerca di mostrare scene di fornicazione e decapitazione ogni volta che può. Questo è forse un aspetto della sua personalità, ma Paul è anche un uomo molto serio e molto intelligente". Se la prima parte del ragionamento di Sammon appare incontrovertibile (i sue due film più celebri, Robocop e Basic Instinct, parlano da soli), la seconda accenna giustamente alle due grandi qualità grazie alle quali, insieme alla personalissima idea di cinema e a una buona dose di autoironia (che contraddistingue le sue pellicole e che ne ha fatto il primo regista della storia a salire sul palco dei Razzie Awards, gli anti-Oscar del cinema statunitense), questo cineasta ha potuto sopportare con grande disinvoltura il marchio, una simbolica "emme", che sta per misogino, epiteto al quale si è poi aggiunto quello di reazionario (per via di uno dei più grandi fraintendimenti della storia del cinema, quello per Starship Troopers). Naturalmente la sua ultima fatica non si sottrae alla consueta mattanza, anzi. In concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Black Book (Zwartboek) sta a metà fra il Verhoeven che meglio conosciamo, quello hollywoodiano, e quello delle origini (che invece dovremmo riscoprire) olandesi: della prima anima del regista è propria la capacità di gestire le scene di massa, il ritmo tenendo salde le redini della macchina spettacolare; della seconda la fascinazione per la carne, il sangue e il corpo/i, ossessioni che talvolta l’hanno portato ad un accostamento a David Cronenberg (e lunga infatti è la lista di stessi progetti proposti ad entrambi). Qui Verhoeven affronta la storia del proprio Paese allargandosi all’intera Europa (che raccontò ai tempi della Prima Guerra Mondiale in Soldato d’Orange) per mostrare le incongruenze dei membri del movimento partigiano (per i quali la vita di un rispettabile olandese vale sempre più di quella di un figlio di Davide), l’opprimente senso di minaccia cui gli ebrei erano e sono vittima (difatti il film, sviluppato come un lungo flashback, ha un prologo ed un epilogo in un kibbutz circondato da filo spinato), la loro impossibilità di godere della felicità agli altri concessa (quella che Rachel trova nell’amore per un ufficiale tedesco non è infatti destinata a durare) ma anche la "perdita dell’innocenza" da parte dell’intera nazione israeliana attraverso le violente reazioni ai violenti attacchi subiti (la medesima dinamica/tematica animava il Munich di Spielberg) che poi corrisponde a quella della protagonista che da mite ragazza si trasforma in femme fatale disillusa e pronta a tutto. Sempre in bilico fra il kitsch e il patinato, per nulla manicheo, deciso semmai nell’assestare un duro colpo alla rigida contrapposizione fra buoni/cattivi, Black Book è un thriller eccessivo in grado di trascendere i suoi difetti grazie alla sicura mano di Verhoeven, ad una densa ricchezza visiva e tematica oltre ad una buona dose di coraggio, e non di revisionismo.

Amarsi in Italia. Oggi: Manuale d’amore 2 – Capitoli successivi

5 Febbraio 2007 1 commento


Quattro episodi concatenati affrontano il tema dell’amore in altrettante delle sue, innumerevoli, declinazioni: in “L’eros”, Nicola, un giovane paraplegico (Riccardo Scamarcio), è letteralmente ossessionato da sogni erotici che vedono protagonista Lucia (Monica Bellucci), la sua fisioterapista; in “La maternità” Franco e Manuela (Fabio Volo e Barbora Bobulova), impossibilitati dall’avere figli naturalmente, sono disposti a tutto pur di riuscirci, anche a costo di andare in Spagna; ne “Il matrimonio”, Fosco e Filippo (Antonio Albanese e Sergio Rubini) sono due omosessuali decisi a sposarsi pur tra l’ostilità della gente; in “L’amore estremo”, Ernesto (Carlo Verdone), ultracinquantenne maître di un ristorante perde la testa per Cecilia (Elsa Pataky), una ragazza spagnola che gli farà riscoprire i piaceri della vita.

Fortunatissimo seguito del già fortunato film di Giovanni Veronesi (che ha preso spunto da un’idea di Vincenzo Cerami e che promette un terzo, un quarto e forse addirittura un quinto capitolo) dedicata alle traversie
amorose nel nostro Paese, dove alle difficoltà di vivere il sentimento si aggiungono quelle per farlo accettare.
Se il primo Manuale era abbastanza convenzionale, affrontando temi triti e ritriti come il tradimento, il nuovo punta decisamente alto dedicando la sua attenzione a tematiche scottanti e attualissime come la sterilità della coppia e i diritti degli omosessuali, senza però riuscire ad offrire una visione lucida di queste realtà, priva soprattutto di quella buona dose di coraggio che avrebbe potuto trasformare il film nello strumento, in quell’ariete che avrebbe scardinato, o perlomeno aiutato a farlo, certe convenzioni sociali, ponendo l’accento su situazioni del nostro Paese che qualcuno si ostina a non voler vedere.
Tutto questo in Manuale d’amore 2 non avviene, perché al suo regista e ai suoi sceneggiatori (ma una carenza diffusa a tutto il nostro cinema) manca quell’acume, quello spirito corrosivo e sprezzante che caratterizzava i nostri grandi maestri della Commedia, quella cosiddetta “all’italiana”, che sì faceva ridere ma al tempo stesso battagliava coraggiosamente contro il bigottismo delle società d’allora contribuendo alla fine di tendenze inveterate ed apparentemente inestirpabili (come il delitto d’onore, con ad esempio Divorzio all’italiana si Pietro Germi) coadiuvando la conquista di nuovi dirittti (il divorzio ad esempio).

Ma se allora Manuale d’amore, che comunque parte dal presupposto di divertire e far ridere, non incide sul versante sociale, riesce invece ne l suo scopo? Raramente, perché più che strappare risate il film suscita sorrisi senza peraltro, quando dovrebbe, scandalizzare. Abbandonato il meccanismo delle voci che dialogano con la macchina da presa, in compenso viene aggiunta quella narrante di Claudio Bisio nei panni di un dj radiofonico che apre il film con un monologo sulla potenza dell’eros, che sembrerebbe il fulcro del film ma che alla fine è circosritto solo al primo episodio nel quale la tanto chiacchierata scena di sesso fra la Bellucci e Scamarcio non è poi così bollente, anzi decisamente convenzionale (e sinceramente un po squallida). Le peripezie della coppia Bobulova-Volo si scordano velocemente, quelle di Rubini ed Albanese sfiorano troppe volte il macchiettistico che finisce con l’affossare l’episodio (che finisce con l’essere una sorta di brutto Vizietto) più importante del film mentre quello che ha per protagonista Verdone non riserva alcuna novità, con l’attore romano che appare sempre più intrappolato nella solita caratterizzazione, o originalità (lo schiatto in discoteca è pressochè identico a quello di Boldi in un film natalizio di qualche anno fa, dopotutto siamo sempre in casa De Laurentiis).

Riuscite comunque alcune caratterizzazioni, soprattutto Albanese, la Bobulova (a dispetto del ruolo sconnesso) e la spagnola Elsa Pataky. Camei di Fiorello (un infermiere), Valeria Solarino (nella vita compagna di Veronesi) e della cantante Syria.

Tutto in quella notte: Ombre e nebbia

5 Febbraio 2007 Commenti chiusi


In un’imprecisata cittadina dell’Europa centrale uno strangolatore a piede libero terrorizza la popolazione. Privati cittadini organizzano ronde notturne per catturare l’assassino coinvolgendo nelle ricerche il mite impiegatuncolo Kleinman (Woody Allen) che, scambiato per un’altra persona, rischierà la vita, perdendo il lavoro e l’amore, finendo col trovare la salvezza in un circo. Olte ad essere un dichiarato omaggio al cinema tedesco degli anni Venti, Ombre e nebbia del 1991 è uno dei film più grevi film di Woody Allen, certamente uno dei più disillusi. La scomparsa di una morale regolatrice dalla vita dell’uomo e, cosa ancora più grave, di una qualsiasi giustizia (quel "castigo", la cui assenza veniva già sottolineata in Crimini e misfatti e ribadita, in quella che è la sua naturale continuazione, con Match point), qui rappresentata dalla mancata cattura del maniaco, vengono lucidamente accettate, quasi con rassegnazione, da Allen per il quale l’unica via di fuga dal mondo impazzito da lui messo in scena (che è anche una metafora di quel nascente fanatismo che di lì a poco dilagherà) è rappresentato dalla magia e dall’illusione, quindi dal Cinema, alle quali bisogna credere (e che possono essere rivelatrici del male, come in Scoop) soprattutto se la solidarietà fra gli uomini incomincia a vacillare (la coppia di saltimbanchi ha una vaga reminiscenza bergmaniana ma è priva della totalizzante purezza di quella del Settimo sigillo che riusciva addirittura a sconfiggere la morte). Fotografia in bianco e nero contrastato di Carlo di Palma "funzionale alla rievocazione parodisica di climi espressionisti"e scenografie interamente ricostruite in studio. Fra le tante comparsate illustri (Jodie Foster, Kathy Bates, John Cusack) da ricordare quella di Madonna, la trapezista di cui s’innamora il personaggio di John Malkovich, che dice che tutto il suo fascino è in realtà pura apparenza, quasi una chiave di lettura al suo personaggio di cantante.

Battiti uomo, battiti: Alì

4 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Dieci anni nella vita del grande pugile: dal 1964, in cui si laureò campione del mondo dei massimi, sino al 1974 quando, sconfiggendo George Foreman nel mitico Rumble in the jungle a Kinshasa, si riappropriò della corona ingiustamente sottrattagli per il rifiuto di combattere in Vietnam, il tutto intramezzato dagli amori, il rapporto con la stampa e quello con i leader della comunità afroamericana, in particolare con Malcom X suo iniziatore alla religione musulmana da cui adotterà il nome Muahammad Alì. Biopic anomalo (i primi dieci minuti, intrecciati con un medley di canzoni di Sam Cooke, quasi a sottolineare lo stretto legame fra boxe e musica, fungono da sintesi al ricordo di personaggi e avvenimenti del passato e del presente del protagonista), Alì è forse tra i più sottovalutati film di Michael Mann, ritenuto meno convincente e pregnante dei precedenti Heat e The Insider. Al contrario, Alì ne è l’ideale continuazione in qaunto riprende, amplia, esplicitandole sino all’inverosimile, le tematiche più care al regista. "Alì", come scrive Pier Maria Bocchi nel suo preziosissimo volume sull’opera del regista di Chicago, "è un’opera sull’imprenscindibilità dell’atto del guardare" in quanto lo spazio, metaforico e concreto, che Mann ha dedicato a questa dimensione sensoriale è incommensurabile, raggiungendo qui il suo acme. In questa direzione va la scelta di un soggetto difficile come quello della vita di Alì le cui vicende coincidono con i grandi rivolgimenti della società statunitense a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, abbracciando la stagione degli omicidi politici (quello di Malcom X), i fermenti del Vietnam (la condanna per renitenza alla leva inflitta allo stesso Alì), il ruolo strisciante dei servizi segreti (il suo possibile coinvolgimento nella morte di Martin Luther King) e la presa di coscienza da parte della popolazione nera e di quella africana (con l’acclamazione nello Zaire del pugile come liberatore). Di fronte a tutto ciò "l’uomo, nel cinema di Mann, ha bisogno di aprire gli occhi sul mondo per tentare, almeno, di comprenderlo" Non sempre per noi spettatori è facile stare dietro agli sviluppi della trama (la medesima sensazione è possibile provarla, ulteriormente amplificata, col recente Miami Vice) anche perché Mann ci offre ben poche spiegazioni, ma questo è un tratto distintivo del suo cinema, caratteristica che assume la funzione di stimolare un altro tipo di sguardo, il nostro, e se la cosa non risulta facile è perché la velocità dei fatti mostrati sullo schermo è speculare a quella della vita reale che ci appaiono quindi impossibili anche da sfiorare ("le mani non colpiscono quello che gli occhi non vedono" diceva Alì). Se molte sequenze sono pressoché identiche a quelle del precedente Insider, come certe carrellate laterali al rallenti, altre invece acquisiscono autonomia all’interno della sfera di significazione del film, come quella in cui Alì, in macchina, apprende la notizia della morte di Malcom X nella quale, attraverso una serie di stacchi, il volto del pugile arriva a sfocarsi mentre è lo sfondo ad essere perfettamente visibile (quasi a voler rappresentare l’incapacità di comprendere certe cose e quindi, più in generale, il mondo) oppure quella durante il primo incontro mostrato nel film con Alì che intuisce la vittoria dallo spostamento del piede del suo avversario seduto all’angolo (un’ulteriore conferma del gusto di Mann per il dettaglio). Se altri temi del regista restano sullo sfondo (la televisione e l’acqua, che pur compaiono) è l’uso dell’alta definizione che fa’ capolino, sapientemente alternata alla pellicola dal direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (I figli degli uomini). Colonna sonora di Lisa Gerrard e Pieter Bourke (confermati dopo Insider). Quasi all black il cast, con Jamie Foxx (il cornerman Bundini), Mario Van Peebles (Malcom X) mentre un irriconoscibile John Voight interpreta il giornalista Howard Cosell.

Categorie:Argomenti vari Tag: , , ,

Ipocrisia (ieri come oggi): Lontano dal paradiso

4 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Connecticut, 1957. Madre e moglie modello, Cathy Whitaker (Julianne Moore) è il vanto della sua comunità, oltre che motivo d’orgoglio per il marito Frank (Dennis Quaid), dirigente in rapida ascesa. Ma quando quest’ultimo scopre la sua latente omosessualità e inizia a non disdegnare l’alcol, la donna cade nello sconforto alleviato dalla gentilezza e dal calore umano di Raymond (Dennis Haysbert), il suo giardiniere di colore. Mentre il marito chiede ed ottiene il divorzio andando a vivere col suo compagno, Cathy, osteggiata dalla gente del posto, deve dire addio alla sua amicizia.

Melodramma (aggettivo qui usato nella più positiva accezione) di Todd Haynes (Velvet Goldmine) che aggiorna un maestro del genere quale Douglas Sirk (notevoli sono i rimandi, nella struttura e nello stile, a più di un suo film) con la possibilità di mostrare e descrivere ciò che ai suoi tempi poteva essere solo abbozzato o comunque velato. Le tematiche affrontate, l’omosessualità e il razzismo, sono sviluppate in maniera assai trattenuta e controllata (in linea con la tradizione che il mélo vuole) riuscendo nel contempo ad avanzare una critica sociale dimostrandosi in questo ben poco hollywoodiano.

In questo modo l’ipocrisia dell’America perbenista degli anni Cinquanta viene messa perfettamente a fuoco finendo col diventare lo specchio di quella di oggi.
Visivamente sontuoso, perché nei film di Sirk la forma vale quanto il contenuto, il film corrisponde ad una stagione della vita, l’autunno, e difatti la fotografia ne riprende i colori caratteristici (il giallo e il rosso in particolare).

Eccellente la prova del cast: notevole Dennis Quaid, misurato Haysbert (protagonista di un altro ritratto dell’intolleranza dell’epoca, Due sconosciuti, un destino con Michelle Pfeiffer), semplicemente straordinaria Julianne Moore (Coppa Volpi a Venezia e nomination all’Oscar).