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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

Scomode verità: Black Book

11 Febbraio 2007 1 commento


Paesi Bassi, settembre 1944. Rachel Stein (Carice Van Houten, un vera rivelazione per talento e fascino), giovane cantante di varietà, fugge dalla Germania per ricongiungersi con la sua famiglia. La gioia di riabbracciare i suoi cari è però breve: insieme ad altri rifugiati cade in un’imboscata tedesca alla quale solo lei scampa. Intenzionata a vendicarsi, Rachel decide di mettere la propria bellezza al servizio della Resistenza, cambiando identità (assumerà il nome di Ellis De Vries) per infiltrarsi tra gli ufficiali nazisti finendo con innamorarsi di uno di loro, il capitano Müntze (Sebastian Koch) ma i tedeschi,scoperta la sua vera identità, la faranno passare agli occhi dei suoi stessi compagni come responsabile della morte di alcuni partigiani e quindi traditrice. Pur stretta tra due fuochi Rachel non rinuncia a perseguire il suo scopo. Paul Verhoeven è un regista decisamente criticato, sicuramente provocatorio, certamente sminuito. Per riassumere le tante voci che si sono stagliate contro la sua opera, tanto in patria quanto negli USA (in cui ha lavorato a partire dal 1984) riporto una citazione del critico Paul M.Sammon contenuta nel volume che la Taschen ha dedicato al regista di Amsterdam: "Il personaggio Paul Verhoeven è un esaltato che cerca di mostrare scene di fornicazione e decapitazione ogni volta che può. Questo è forse un aspetto della sua personalità, ma Paul è anche un uomo molto serio e molto intelligente". Se la prima parte del ragionamento di Sammon appare incontrovertibile (i sue due film più celebri, Robocop e Basic Instinct, parlano da soli), la seconda accenna giustamente alle due grandi qualità grazie alle quali, insieme alla personalissima idea di cinema e a una buona dose di autoironia (che contraddistingue le sue pellicole e che ne ha fatto il primo regista della storia a salire sul palco dei Razzie Awards, gli anti-Oscar del cinema statunitense), questo cineasta ha potuto sopportare con grande disinvoltura il marchio, una simbolica "emme", che sta per misogino, epiteto al quale si è poi aggiunto quello di reazionario (per via di uno dei più grandi fraintendimenti della storia del cinema, quello per Starship Troopers). Naturalmente la sua ultima fatica non si sottrae alla consueta mattanza, anzi. In concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Black Book (Zwartboek) sta a metà fra il Verhoeven che meglio conosciamo, quello hollywoodiano, e quello delle origini (che invece dovremmo riscoprire) olandesi: della prima anima del regista è propria la capacità di gestire le scene di massa, il ritmo tenendo salde le redini della macchina spettacolare; della seconda la fascinazione per la carne, il sangue e il corpo/i, ossessioni che talvolta l’hanno portato ad un accostamento a David Cronenberg (e lunga infatti è la lista di stessi progetti proposti ad entrambi). Qui Verhoeven affronta la storia del proprio Paese allargandosi all’intera Europa (che raccontò ai tempi della Prima Guerra Mondiale in Soldato d’Orange) per mostrare le incongruenze dei membri del movimento partigiano (per i quali la vita di un rispettabile olandese vale sempre più di quella di un figlio di Davide), l’opprimente senso di minaccia cui gli ebrei erano e sono vittima (difatti il film, sviluppato come un lungo flashback, ha un prologo ed un epilogo in un kibbutz circondato da filo spinato), la loro impossibilità di godere della felicità agli altri concessa (quella che Rachel trova nell’amore per un ufficiale tedesco non è infatti destinata a durare) ma anche la "perdita dell’innocenza" da parte dell’intera nazione israeliana attraverso le violente reazioni ai violenti attacchi subiti (la medesima dinamica/tematica animava il Munich di Spielberg) che poi corrisponde a quella della protagonista che da mite ragazza si trasforma in femme fatale disillusa e pronta a tutto. Sempre in bilico fra il kitsch e il patinato, per nulla manicheo, deciso semmai nell’assestare un duro colpo alla rigida contrapposizione fra buoni/cattivi, Black Book è un thriller eccessivo in grado di trascendere i suoi difetti grazie alla sicura mano di Verhoeven, ad una densa ricchezza visiva e tematica oltre ad una buona dose di coraggio, e non di revisionismo.

Tutto in quella notte: Ombre e nebbia

5 Febbraio 2007 Commenti chiusi


In un’imprecisata cittadina dell’Europa centrale uno strangolatore a piede libero terrorizza la popolazione. Privati cittadini organizzano ronde notturne per catturare l’assassino coinvolgendo nelle ricerche il mite impiegatuncolo Kleinman (Woody Allen) che, scambiato per un’altra persona, rischierà la vita, perdendo il lavoro e l’amore, finendo col trovare la salvezza in un circo. Olte ad essere un dichiarato omaggio al cinema tedesco degli anni Venti, Ombre e nebbia del 1991 è uno dei film più grevi film di Woody Allen, certamente uno dei più disillusi. La scomparsa di una morale regolatrice dalla vita dell’uomo e, cosa ancora più grave, di una qualsiasi giustizia (quel "castigo", la cui assenza veniva già sottolineata in Crimini e misfatti e ribadita, in quella che è la sua naturale continuazione, con Match point), qui rappresentata dalla mancata cattura del maniaco, vengono lucidamente accettate, quasi con rassegnazione, da Allen per il quale l’unica via di fuga dal mondo impazzito da lui messo in scena (che è anche una metafora di quel nascente fanatismo che di lì a poco dilagherà) è rappresentato dalla magia e dall’illusione, quindi dal Cinema, alle quali bisogna credere (e che possono essere rivelatrici del male, come in Scoop) soprattutto se la solidarietà fra gli uomini incomincia a vacillare (la coppia di saltimbanchi ha una vaga reminiscenza bergmaniana ma è priva della totalizzante purezza di quella del Settimo sigillo che riusciva addirittura a sconfiggere la morte). Fotografia in bianco e nero contrastato di Carlo di Palma "funzionale alla rievocazione parodisica di climi espressionisti"e scenografie interamente ricostruite in studio. Fra le tante comparsate illustri (Jodie Foster, Kathy Bates, John Cusack) da ricordare quella di Madonna, la trapezista di cui s’innamora il personaggio di John Malkovich, che dice che tutto il suo fascino è in realtà pura apparenza, quasi una chiave di lettura al suo personaggio di cantante.

Battiti uomo, battiti: Alì

4 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Dieci anni nella vita del grande pugile: dal 1964, in cui si laureò campione del mondo dei massimi, sino al 1974 quando, sconfiggendo George Foreman nel mitico Rumble in the jungle a Kinshasa, si riappropriò della corona ingiustamente sottrattagli per il rifiuto di combattere in Vietnam, il tutto intramezzato dagli amori, il rapporto con la stampa e quello con i leader della comunità afroamericana, in particolare con Malcom X suo iniziatore alla religione musulmana da cui adotterà il nome Muahammad Alì. Biopic anomalo (i primi dieci minuti, intrecciati con un medley di canzoni di Sam Cooke, quasi a sottolineare lo stretto legame fra boxe e musica, fungono da sintesi al ricordo di personaggi e avvenimenti del passato e del presente del protagonista), Alì è forse tra i più sottovalutati film di Michael Mann, ritenuto meno convincente e pregnante dei precedenti Heat e The Insider. Al contrario, Alì ne è l’ideale continuazione in qaunto riprende, amplia, esplicitandole sino all’inverosimile, le tematiche più care al regista. "Alì", come scrive Pier Maria Bocchi nel suo preziosissimo volume sull’opera del regista di Chicago, "è un’opera sull’imprenscindibilità dell’atto del guardare" in quanto lo spazio, metaforico e concreto, che Mann ha dedicato a questa dimensione sensoriale è incommensurabile, raggiungendo qui il suo acme. In questa direzione va la scelta di un soggetto difficile come quello della vita di Alì le cui vicende coincidono con i grandi rivolgimenti della società statunitense a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, abbracciando la stagione degli omicidi politici (quello di Malcom X), i fermenti del Vietnam (la condanna per renitenza alla leva inflitta allo stesso Alì), il ruolo strisciante dei servizi segreti (il suo possibile coinvolgimento nella morte di Martin Luther King) e la presa di coscienza da parte della popolazione nera e di quella africana (con l’acclamazione nello Zaire del pugile come liberatore). Di fronte a tutto ciò "l’uomo, nel cinema di Mann, ha bisogno di aprire gli occhi sul mondo per tentare, almeno, di comprenderlo" Non sempre per noi spettatori è facile stare dietro agli sviluppi della trama (la medesima sensazione è possibile provarla, ulteriormente amplificata, col recente Miami Vice) anche perché Mann ci offre ben poche spiegazioni, ma questo è un tratto distintivo del suo cinema, caratteristica che assume la funzione di stimolare un altro tipo di sguardo, il nostro, e se la cosa non risulta facile è perché la velocità dei fatti mostrati sullo schermo è speculare a quella della vita reale che ci appaiono quindi impossibili anche da sfiorare ("le mani non colpiscono quello che gli occhi non vedono" diceva Alì). Se molte sequenze sono pressoché identiche a quelle del precedente Insider, come certe carrellate laterali al rallenti, altre invece acquisiscono autonomia all’interno della sfera di significazione del film, come quella in cui Alì, in macchina, apprende la notizia della morte di Malcom X nella quale, attraverso una serie di stacchi, il volto del pugile arriva a sfocarsi mentre è lo sfondo ad essere perfettamente visibile (quasi a voler rappresentare l’incapacità di comprendere certe cose e quindi, più in generale, il mondo) oppure quella durante il primo incontro mostrato nel film con Alì che intuisce la vittoria dallo spostamento del piede del suo avversario seduto all’angolo (un’ulteriore conferma del gusto di Mann per il dettaglio). Se altri temi del regista restano sullo sfondo (la televisione e l’acqua, che pur compaiono) è l’uso dell’alta definizione che fa’ capolino, sapientemente alternata alla pellicola dal direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (I figli degli uomini). Colonna sonora di Lisa Gerrard e Pieter Bourke (confermati dopo Insider). Quasi all black il cast, con Jamie Foxx (il cornerman Bundini), Mario Van Peebles (Malcom X) mentre un irriconoscibile John Voight interpreta il giornalista Howard Cosell.

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Sogni americani : La ricerca della felicità

30 Gennaio 2007 1 commento


San Francisco, 1981. Volenteroso piazzista di apparecchiature mediche, Chris Gardner (Will Smith) deve lottare con la precarietà del suo lavoro e cercare di tenere in piedi la sua famiglia. Di fronte alle sempre più insostenibili spese da affrontare, sua moglie (Thandie Newton, in un ruolo antipatico accentuato dalla pessima voce italiana che la doppia) lo lascia obbligandolo ad occuparsi del loro bambino, Christopher (Jaden Smith, una vera rivelazione). Nonostante le difficoltà da affrontare Chris non si perde d’animo e grazie alla sua determinazione riuscirà a conquistare, dopo un’affannosa ricerca, la tanto agognata felicità La ricerca della felicità (the pursuit of happiness, con la “i” al posto della”y”, un volontario errore ortografico nella scritta che campeggia sulla facciata dell’asilo del piccolo Christopher quasi a rappresentare una sorta di discrepanza), come apprendiamo dal protagonista, ("anche se più di ricerca si sarebbe dovuto parlare d’inseguimento") era un diritto contemplato dalla Costituzione degli Stati Uniti, in particolare dalle parole di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori e futuro presidente degli Stati Uniti, che la indicava come condizione cui ogni buon americano poteva aspirare, deve fare i conti con la recessione del paese all’inizio degli anni Ottanta, lontani anni luce dall’ormai proverbiale "edonismo reaganiano" che poi si respirerà alla fine del decennio il cui apice sarà segnato dallo yuppismo più sfrenato, quello mostrato in Wall Street prima e, nelle sue più cruente efferatezze, da America Psyco. Nel film di Gabriele Muccino (di cui parlerò più tardi), al suo esordio oltreoceano, invece la carriera di broker che si profila davanti a Chris Gardner acquista tutt’altra valenza ponendosi come primo passo di un’inarrestabile ascesa (il vero Gardner è oggi un rispettatissimo e facoltoso businessman) compiuta sotto l’egida dei più basilari principi e configurazione della società americana, con una caduta dalla quale ci si può rialzare grazie al proprio impegno e alla possibilità che viene offerta per il proprio riscatto, secondo le parole proferite proprio da Jefferson, in un saliscendi ripreso dall’andatura tortuosa delle strade di San Francisco. Nel suo percorso, che lo porterà a vivere ai margini della società, Chris sembra davvero meritarsi quel piccolo pezzo di sogno, lo spettatore ne è cosciente da subito in quanto si tratta di un personaggio totalmente positivo, dalla solida integrità morale ma non per questo monodimensionale (vicino semmai alla tradizione degli eroi positivi dei film di Frank Capra): "Se hai un sogno proteggilo e se qualcuno ti dice che non puoi fare qualcosa impedisciglielo perché è lui incapace di riuscirci" dice Chris al figlio che goffamente compie dei rimbalzi in un campo da basket, in qualche modo disilludendolo (l’esatto contrario dell’atteggiamento del genitore interpretato da Denzel Washington in He got game si Spike Lee). Ma arriviamo al “nostro” Gabriele: se i suoi film precedenti, quelli più apprezzati e di maggior successo come L’ultimo bacio e Ricordati di me, non mi sono mai piaciuti (salvo Come te nessuno mai, uno dei migliori ritratti dell’adolescenza offerti dal cinema italiano), troppo urlati e con una recitazione così eccessiva da trascendere le esigenze drammaturgiche, devo ammettere che per quanto ruffiano e studiato, il suo esordio d’oltreoceano è sinceramente convincente. Naturalmente, il suo ruolo, in virtù della rigida struttura del ,meccanismo hollywoodiano, è decisamente circoscritto ma quello che gli è stato chiesto (ovvero di strare dietro la macchina da presa) lo ha fatto benissimo, d’altronde il vero talento di Muccino sta proprio in quello di avere una buona padronanza del mezzo in grado di conferire fluidità alle immagini, cosa che faceva anche in Italia distaccandosi dalla logica del primo piano attraverso campi medi e lunghi (cose davvero impensabili dalle nostre parti, uno dei tanti motivi dell’odio da parte della critica). Aiutato certamente dalla presenza di Will Smith (uno che non toppa al box office dai tempi di Wild wild west), portandosi dietro il compositore Andrea Guerra e mettendo a frutto il bagaglio di italianità (ravvisabile in particolare, nella scena coda per il dormitorio, un eco di Ladri di biciclette mentre un lampo che illumina gli occhi di Smith ricorda quelli di Chaplin e la fantasia con cui trasforma la notte da passare in una toilette della metropolitana in una magica esperienza è memore della lezione di Benigni) Muccino ha ora dalla sua i favori delle majors. Che poi si limiti a dirigere su commissione o a esplorare i propri interessi questo è tutto da vedere.

"Il Vento che Accarezza l’Erba" DI Ken Loach

17 Novembre 2006 7 commenti


Irlanda, primi anni ’20. Il paese vive un momento difficile: l’indipendenza proclamata nel 1916 non viene riconosciuta dal governo di Londra che rifiuta la richiesta di maggiore autonomia da parte della sua colonia storica. Per sedare i malumori della gente vengono inviati vari distaccamenti dell’esercito. Da subito i soldati della Corona (i Black and Tans come venivano chiamate per il colore delle divise) perpetrano innumerevoli violenze nei confronti dell’inerme popolazione locale, comportandosi difatti come truppe d’occupazione. In procinto di partire per la capitale inglese, il laureando in medicina Damien O’Donovan vede i suoi amici scherniti e maltrattati senza però intervenire, interessato più a cambiare aria che altro al contrario di suo fratello Teddy che invece milita tra le file dei ribelli. La presa di coscienza di Damien coinciderà con l’ingresso nella resistenza e Damien vivrà sulla pelle, sua e dei suoi cari, il peso di una scelta radicale, quella della militanza. Vincitore lo scorso maggio della Palma d’oro al Festival di Cannes (ma avrebbe meritato il riconoscimento lo straordinario "Volver") "Il Vento che Accarezza l’Erba" (traduzione italiana del ben più poetico "The Wind that Shakes the Barney", verso di una tipica ballata irlandese) è un dramma robusto, con una forte aderenza alla realtà (difficile non scorgere un chiaro riferimento all’Iraq) e con quella forza derivante dalla passione civile che da sempre contraddistingue il cinema di Loach. Ken "il rosso", come viene definito e ama definirsi, da sempre dalla parte dei più deboli (sia che si tratti dei lavoratori clandestini di "Bread and Roses" o dei partigiani spagnoli di "Terra e Libertà", il film più vicino a quest’ultimo) racconta una delle pagine più sofferte del tortuoso cammino che la Repubblica d’Irlanda compì per affermarsi come tale, raccontata al cinema nel corso degli anni attraverso il medesimo meccanismo narrativo adottato dal regista ovvero la commistione di eventi collettivi e vicende private. Se in "Michael Collins" di Neil Jordan il confronto tra due amici coincideva con la scelta di quale strada dovesse imboccare la neo nata Irlanda, in "Nel Nome del Padre" di Jim Sheridam era il rapporto padre – figlio ad incarnare quello di un paese diviso tra tradizione e nuove forme di emancipazione (il terrorismo dell’IRA). Loach invece sceglie la separazione dei fratelli O’Donovan che altro non è che quella di una nazione spaccata in due con chi, come Teddy, si mostrò acquiescente nei confronti di un trattato che traduceva in un nulla di fatto le comuni battaglie (l’Irlanda rimaneva formalmente sotto la Corona) e chi invece continuò a combattere per la piena indipendenza come Damien. Ciò in cui il film calca la mano è la rappresentazione dei soldati inglesi in una feroce caratterizzazione che sembra trascendere le divise indossate finendo per essere marchio di un popolo (al quale comunque Loach appartiene) che sicuramente si sarà macchiato nel corso dei secoli di nefandezze ma che di certo non merita simili e insindacabili giudizi. Come altre volte nel corso della storia del cinema (prima i pellerossa, poi i nazisti ora i medio orientali) il "nemico" da combattere viene dipinto nel peggiore dei modi e, al contrario, coloro che sono dalla parte del "bene" avvolti quasi da un’aurea d’immacolata innocenza. Il film è insopportabile nella sua manichea divisione degli inglesi e degli irlandesi, coi primi "cattivissimi" e i secondi "buonissimi" (come ha giustamente affermato il critico del Mattino Valerio Caprara) correndo il rischio d’incappare in una pericolosa (soprattutto per i nostri giorni) apologia del terrorismo, l’ultima cosa di cui abbiamo certamente bisogno. (in Inghilterra si ragiona parecchio al cinema sul significato della parola, e non si tratta di sottigliezze linguistiche, basti pensare a "V per Vendetta"). Buona la prova dei due attori protagonisti, entrambi irlandesi d’origine, Cillian Murphy (inteprete di ruoli allucinati in "28 Giorni Dopo" e "Batman Begins" ma anche en travesti nel da noi inedito "Breakfast on Pluto") e Padric Delaney, splendida la bellezza del paesaggio (la contea di York) in stridente contrasto con la durezza della trama.

"Se Mi Lasci Ti Cancello" di Michael Gondry

19 Novembre 2005 Commenti chiusi


Cerebrale (è proprio il caso di dirlo) ma al tempo stesso delizioso, oltre che profetico, “Eternal Sunshine Of The Spotless Mind” è il secondo film di Michael Gondry dopo il bizzarro, e ben meno riuscito, “Human Nature”.
Difficile, davvero difficile poter riassumerne la storia che procede sì in ordine cronologico ma che non rispetta i rapporti causa-effetto.

Un giorno come un altro, Joel (Jim Carrey) conosce in treno una ragazza, Clementine (Kate Winslet), con la quale inizia a conversare entrando abbastanza in sintonia, tanto che lei gli chiede di poter passare la notte a casa sua.
La ragazza si allontana un attimo per prendere il suo spazzolino lasciando Joel da solo in macchina. Ad un certo punto compare un ragazzo qualsiasi che gli chiede se vada tutto bene, una domanda, ed una presenza, senza apparente spiegazione (i due sembrerebbero non conoscersi).
A questo punto assistiamo ad uno stacco improvviso: vediamo Joel sconvolto per l’abbandono di Clementine la quale si è addirittura rivolta ad uno studio per la cancellazione della memoria, la Lacuna Inc. (della quale esiste anche un sito creato ad hoc, visitare per credere), per non avere più nessun ricordo della relazione con Joel.
A questo punto anche lui decide di fare lo stesso, si sottopone alla procedura, ma… le cose non filano per il filo giusto e così Joel si troverà a combattere, all’interno della sua mente, per cercare di salvare alcuni ricordi che non vuole perdere e creare le condizioni perchè la storia con Clem possa rincominciare.
Il finale è del tutto imprevisto e in parte sconvolgente: Io non ve lo racconto, vi consiglio solo di vedere questo gioiellino, una bella ventata d’aria fresca che offre tra l?altro parecchi spunti di riflessione anche se non sarà facile per tutti stare dietro allo svolgimento della vicenda dato che si salta avanti e indietro nella storia, attraverso continui flashback e flashforward, richiedendo quindi molta concentrazione.
Ci sono molti punti in comune con “Essere John Malkovich” di Spike Jonze (anche lì sì “entrava” nella testa e nei pensieri di un uomo, per giunta attore di fama,) soprattutto c’è lo stesso sceneggiatore: Charlie Kaufman il quale, dopo lo script de “Il Ladro Di Orchidee”, si conferma come uno dei migliori autori sulla piazza, giustamente premiato con l’Oscar per questo film.
Ottimo il cast (che vanta anche Kirsten Dunst, Mark Ruffalo, Elijah Wood e Tom Wilkinson) con Kate Winslet (nomination) dalla chioma multicolore e Jim Carrey al top.
Ma se gia “The Truman Show” anticipò i reality show, “Eternal Sunshine” torna sul tema, gia affrontato, ma in tono differente, da “Atto Di Forza (titolo originale, guarda caso, “Total Recall”, cancellazione totale), della possibilità di privarsi dei ricordi più dolorosi, delle esperienze che ognuno di noi vorrebbe dimenticare, archiviare per sempre.
Una pratica che nel film viene compiuta non in una struttura avveniristica ma in un comune ambulatorio (quasi a volerne sottolinearne la diffusione di massa) un qualcosa non privo di rischi e di possibili violazioni, aspetto che il film mostra, con appropriamenti illeciti di ricordi e personalità.
Notevole anche lo stile di ripresa (il regista viene dal mondo dei videoclip), la fotografia e il montaggio (con persone e cose che scompaiono magicamente dai ricordi di Joel, vedi la scena nella stazione di New York) e le ambientazioni invernali e sulla spiaggia.
Chiudo il post riportando uno dei tanti, fantastici dialoghi tra Clementine e Joel.

Clementine: “Io mi chiamo Clementine…”
Joel: “E’ un bel nome, veramente, è carino…significa “misericordiosa”, giusto? Sai, da clemenza…”
Clementine: “Non è un nome adatto a me, perché sono la classica stronzetta vendicativa.”
Clementine:”Comunque tu non sei un maniaco, vero?”
Joel: “No, non sono un maniaco. Sei tu che hai cominciato a parlare con me”.
Clementine: “Questo è il trucco più vecchio del manuale dei maniaci.”
Joel: “Davvero? C’è un manuale dei maniaci? Fantastico. Lo devo leggere per forza.”