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Only When I Lose Myself – Brian Griffin (Director), Depeche Mode (Artist)

10 Novembre 2007 Commenti chiusi

David Cronenberg e i Depeche Mode, chi l’avrebbe mai detto. Nel 1996 esce Crash, diretto dal regista canadese; poco dopo il gruppo incide Only When I Lose Myself, portata sui piccoli schermi da Brian Griffin come video-clip.

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"Black Dahlia" di Brian De Palma

1 Ottobre 2006 8 commenti


A Los Angeles nel 1947 fu rinvenuto il corpo di Elizabeth Short, giovane aspirante attrice ed interprete di film pornografici barbaramente uccisa e ritrovata col corpo diviso in due e la bocca squarciata in un terrificante ghigno.

Del caso si occupa la coppia di poliziotti ? pugili composta da Dwight Bleichert (Josh Hartnett) e Leland Blanchard (Aaron Eckhart), amici nemici inseparabili innamorati della stessa donna, l?ex prostituta Kay Lake (Scarlett Johansson) e ossessionati da un caso di cui entrambi sanno che non si tratta di un semplice maniaco ma che in realtà sotto si celi una ben più sconvolgente verità.

Tratto dall?omonimo romanzo di James Ellroy (già trasposto al cinema col fortunato ?L.A. Confidential?) e primo capitolo della sua Quadrilogia della Los Angeles nera, ?Black Dalia? prende spunto da uno dei più efferati crimini mai commessi nella città degli angeli, un caso che ancora oggi a distanza di anni rimane privo di soluzione.

Sia il film che il romanzo raccontano una storia e dei personaggi contenenti gli stilemi tipici del noir e degli hard boiled chandleriani, uomini di dubbia integrità morale, non certo privi di scheletri nell?armadio e dalle profonde ferite dell?animo che solo l?ardente passione per una donna, dalla psicologia altrettanto contorta, può lenire.

Ciò che si perde nel passaggio dalla pagina allo schermo è il parallelo tra il fatto di cronaca e l?esperienza personale dell?autore: la madre di Ellroy infatti venne assassinata misteriosamente e inoltre la stessa Dalia Nera fu uccise nei pressi della sua abitazione, due episodi che legano indissolubilmente vita privata e pubblici avvenimenti rendendo le indagini dei due agenti l?esasperata ricerca dell?autore della verità.

Ci si aspettava qualcosa in più da un maestro di cotanta fama, da quel ?genio a corrente alternata? come ama definirlo qualcuno, forse l?unico, legittimo erede del grande Hitch (per quanto ciò possa risultare una bestemmia per chi reputa il maestro inglese inimitabile e insostituibile) del quale riprende tecniche di ripresa, soggetti, movimenti di macchina e ossessioni, in particolar modo incarnate dalla donna, la vera vertigine per un cattolico come lui.

E costruita come una vertigine è la scena della morte di Leland, eccezionale al pari di quella che mostra il ritrovamento del corpo della Dalia, un piano sequenza che ruota di 360 gradi intorno all?edificio di fronte al quale iniziava con la soggettiva dei due protagonisti, (ben poco comunque rispetto a quello d?apertura de ?Il Falò delle Vanità? o alla sequenza della stazione ne ?Gli Intoccabili?).

Il ruolo di Scarlett Johansson è marginale, il premio Oscar Hilary Swank non incide nei panni della mangiauomini mentre tra Josh Hartnett e Aaron Eckhart la sfida, è proprio il caso di dirlo, la vince quest?ultimo. Alla fine, pur nella ristrettezza delle sue apparizioni, la più convincente è la Dalia Mia Kirschner che con due occhi felini e una profonda amarezza per un destino d?insuccessi buca letteralmente lo schermo.

Le scenografie di Dante Ferretti ispirate all?architettura razionalista tedesca e la fotografia di Vilmos Zsigmond mascherano abilmente la vera location in cui il film è stato girato ovvero la Sofia dei giorni nostri.

Incomprensibile resta la partecipazione al Festival di Venezia (all?interno del concorso ufficiale, giustificata esclusivamente da motivazioni puramente commerciali) dal quale poi è tornato a mani vuote mentre si avvia negli States ad assumere la pesante etichetta di ?flop?.

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