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Post Taggati ‘david’

Urban Hymns – La dimensione urbana nei videoclip di Demme, Gondry, Lynch e Stern

12 Ottobre 2007 1 commento

Storie di uomini (e donne) da marciapiede. Quattro clip accomunati da due elementi basilari: la strada e le persone che la calpestano. Gente comune ritratta nella più comune esplorazione dell’ambiente urbano. Come sfondo, case, cose, esseri umani; al centro dell’attenzione, la più elementare delle nostre pulsioni, uscire da un ambiente chiuso e darsi/scoprire il mondo, declinata in quattro differenti forme da quattro differenti artisti – del cinema prestato al video (Demme, Lynch), del video prestato al cinema (Gondry), del video vero e proprio (Stern).

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Il fascino indiscreto del rapimento (estatico) lynchano

2 Ottobre 2007 Commenti chiusi

"Dobbiamo tutti essere coscienti del potenziale disastro che ci attende in ogni momento del giorno". Francis Bacon

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Quest BLOG è MORTO? Forse NO

17 Giugno 2007 8 commenti


"Questo blog è morto". A distanza di mesi, come un comatoso che ogni tanto offre un accenno, un segno appena tangibile del suo legame con questo mondo, ecco che torna a comparire su questa pagina un post. Poche righe in realtà, sufficenti comunque per attestarne lo stato di salute, per nulla foriere di una possibile ripresa (perlomeno in pianta stabile) delle trasmissioni. In Lost Highway di David Lynch, film unico nel suo genere – l’aggettivo che mi viene in mente è ectoplasmatico – mai doverosamente apprezzato, il protagonista Fred Madison, sassofonista e uxoricida (?), riceve una chiamata al citofono. La frase pronunciata, dal significato oscuro, oscuro quanto il film stesso, è "Dick Laurent è morto". Il latore del messaggio è sconosciuto, tanto a Madison quanto a noi, spettatori ridimensionati del cinema lynchano, ignari del significato di quella voce priva di qualsiasi referente sullo schermo – o forse no? Chi meglio di David Lynch ha compiuto uno studio sul ruolo del sonoro al cinema? Chi meglio di Michel Chion ne ha indagato i percorsi? – al pari dello stesso Madison. Alla fine della film, dalla struttura perfettamente circolare – che Riccardo Caccia, nel "suo" Castoro, paragona al cosiddetto Nastro (o anello) di Möbius – Madison e noi ci ritroviamo esattamente al punto di partenza, dotati però entrambi di una nuova consapevolezza. Lampante esempio di significato/verità sintomatica. Chi ha visto il film sa di cosa parlo, agli altri riservo la sorpresa. Tutto questo per spiegarvi come anche a me sia successa la stessa cosa con questo blog. La sua morte me l’ha comunicata qualcuno. E forse ero sempre io. P.s Questo non vuole essere un epitaffio, bensì una comunicazione come minimo doverosa per color che questo blog lo hanno letto o lo leggeranno.

Abracadabra -The Prestige, Christopher Nolan

18 Marzo 2007 5 commenti

Nella Londra di fine Ottocento, due illusionisti si contendono la palma del migliore in un serrato confronto sui palcoscenici cittadini,, proponendo numeri sempre più complessi. A dividerli, oltre l’ambizione, anche l’estrazione sociale e gli affetti, che ne condizioneranno azioni e scelte, fino all’incontro con la nascente ricerca scientifica che perentoriamente s’inserirà fra loro e la sfera dell’impossibile.

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Nei labirinti della mente: INLAND EMPIRE

11 Febbraio 2007 4 commenti

"Ogni essere umano ha un dono speciale, l’intuito. Viene dall’insieme di ragione ed emotività, quando pensiero e cuore s’incontrano. Ciascuno lo ha, basta sentirlo. Si usa nella vita di ogni giorno, perché non davanti ad un film?". Queste frase, pronunciata da David Lynch, dovrebbe campeggiare all’ingresso di ogni cinema, a mo’ di verso dantesco, consiglio e ammonimento per gli spettatori invitati ad accantonare la propria renitenza di fronte ad un film certamente di difficile, quasi impossibile, comprensione e a non inseguire inutilmente il filo della logica ma di abbandonarsi e perdersi nel dedalo sapientemente costruito da Lynch.

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"Scary Movie 4" di David Zucker

1 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Ancora una volta Cindy Campbell (Anna Farris) è l’unica speranza del genere umano in quanto solo lei può fronteggiare l’invasione aliena che minaccia la Terra. Ad aiutarla Tom Ryan (Graig Bierko), suo vicino di casa, del quale presto finisce per innamorarsi, mentre alle Nazioni Unite il presidente degli Stati Uniti è alla ricerca di un compromesso. Una risata vi seppellirà: questa la tagline che accompagna il quarto, stanco episodio della serie demenzial-irriverente di maggior successo degli ultimi anni ma che ormai dimostra di avere il fiato corto. Perciò, per evitare equivoci, meglio dirlo subito: ciò che ci seppellirà non saranno tanto le risate (ben poche, davvero) ma le volgarità che pericolosamente tornano al livello (basso) del secondo capitolo. La serie iniziata nel 2000 sotto il segno dei fratelli Wayans era riuscita a riportare in auge il genere parodistico che tanta fortuna (da "L’aereo più pazzo del mondo" a "Una pallottola spuntata", per non dimenticare "Hot Shots!") ottenne nei due decenni precedenti, del quale riprendeva massicciamente anche la componente citazionista, che poi tradizionalmente è il piatto forte di questo genere di prodotti. Dopo un fiacco seguito, nel 2003 la regia passava al goliarda David Zucker, che col fratello Jerry realizzò proprio "L’aereo più pazzo del mondo", prima che quest’ultimo passasse a cose più seriose tipo "Ghost" (salvo poi tornare con "Rat Race" alle origini), il quale riusciva a rinverdire i fasti della serie attraverso l’utilizzo di attori che ben si prestano al genere come Charlie Scheen e, sopratutto, Leslie Nielsen. Ciò che costituiva il punto di forza del terzo film è qui invece debolezza perché sia Scheen che Nielsen hanno davvero poco spazio a disposizione e, nelle poche scene che li vedono protagonisti, pessime battute. E’ così la brava Anna Farris a reggere il film mentre Graig Bierko (lo sfidante di Russel Crowe in "Cinderella Man") riesce bene nella parodia del Cruise liberatore di mondi spilberghiano. Ecco quindi il primo dei tanti film sbeffeggiati (non più tripodi bensì il temibile Tripod) cui seguono "The Village", "The Ring", il cinema di Michael Moore (la paperella di "Fahrenheit 9/11") e l’immancabile horror giapponese di "The Grudge", il tutto senza però convincere come in passato in quanto mera riproposizione di sequenze tratte dagli originali cui la fantasia dell’autore aggiunge ben poco salvo in un caso, la parodia dell’intervento di Tom Cruise al talk show di Oprah Winfrey. Messo in conto che gran parte del divertimento è perso per via del doppiaggio, questa scena è l’unica riuscita, anche se basterebbe l’originale che già di suo era una pagliacciata.

"Il Diavolo Veste Prada" di David Frankel

21 Ottobre 2006 2 commenti


New York. Andy (Anne Hathaway), neo laureata col sogno di scrivere per un grande quotidiano, accetta di lavorare per un anno come assistente del direttore della più importante rivista di moda statunitense, Runway, convinta che si tratti unicamente di una formalità. Per sua sfortuna alla guida del magazine c’è Miranda Priestly (Meryl Streep) vera e propria autorità del settore, una donna inflessibile e con un enorme senso dell’estetica che esige dai suoi collaboratori sempre e solo una cosa: l’assoluta perfezione sul lavoro pena l’immediato licenziamento.

Se il primo periodo si rivela disastroso oltre che insostenibile (sempre più pretese da parte di Miranda, alcune impossibili da soddisfare come quella di avere per le sue due figlie una copia del manoscritto dell’ultimo e ancora inedito Harry Potter) lentamente Andy entra a far parte di un mondo e dei suoi meccanismi dai quali era del tutto estranea aiutata in questo dal consulente artistico della rivista (Nigel, stilista gay interpretato da un magnifico Stanley Tucci) e dalla sua ferrea volontà, l’unica risorsa per resistere a Miranda che rimarrà affascinata dalla determinazione della ragazza. Ma si sa, nella vita tutto ha un prezzo e così per Andy col successo professionale coincide la crisi nel privato ,dal rapporto col fidanzato che cola a picco agli amici di una vita sempre più distanti. Andy ha stretto un patto che deve rispettare, un patto col diavolo. Un diavolo che veste Prada.

Dotata di tutti i crismi per piacere e per farsi piacere al pubblico più ampio, la commedia diretta da David Frankel (già regista di “Sex and the City”) tratta dall’omonimo best seller di Lauren Weisberger (ispirato alla sua esperienza di assistnte di Anne Wintour, diretrice di Vogue USA) risulta uno dei migliori prodotti recentemente offerti dal cinema statunitense oltre ad essere la riprova di come solo in quel paese si riescano a preparare ricette su celluloide tanto semplici quanto accativanti. Gli elementi giusti il film li ha per intero: dalla movimentata colonna sonora (con Madonna, Jamiroquai, U2 e Alanis Morissette) al montaggio tanto elementare quanto inappuntabile alle location più cinematografiche del mondo, ovvero New York e Parigi, capitale della moda nella quale il film si chiude.

Basandosi poi su un caso letterario è logico che il film ne tragga giovamento ma stavolta ad essere superiore è la trasposizione e non il contrario anche se, del brand presente nel titolo e tanto strombazzato non vi è il benché minimo accenno ma alla fine non è che ci si badi molto. A restare indelebilmente impressa nello spettatore invece è la prova monstre dell’impagabile Meryl Streep, perfida, inflessibile diavolessa su tacchi a spillo che con piglio ditattoriale dirige la sua rivista come se si trattasse di tenere le redini di un governo o di un industria, anzi dell’industria, quella della moda il cui giro d’affari è inimmaginabile e al quale Miranda contribuisce promuovendo o bocciando dalle sue pagine o personalmente il lavoro degli stilisti reputati comunque veri e propri maestri (come Valentino, suo un cammeo nel finale) di quella che a tutti gli effetti può essere considerata un’arte.

Entrambi gli aspetti sono sconosciuti ad Andy, sciatta ragazza di provincia priva di gusto nel vestire e molto alla mano che proprio non ci si ritrova in un mondo nel quale crede di essere solo di passaggio ma che alla fine la coinvolgerà trasformandola da brutto anatroccolo a donna dotata di eleganza e classe, cambiamento in linea con la più classica delle favole come Cenerentola (stessa cosa succedeva in “Pretty Princess”, il film che lanciò la Hathaway capace poi di offrire una prova ben più matura ne “I Segreti di “Brokeback Mountain”) del quale sembra tornare anche il personaggio della terribile matrigna, che naturalmente qui corrisponde a Miranda.

Di superiori e capi di lavoro luciferini al cinema ne abbiamo visto tanti, sia uomini (l’Al Pacino de “L’ Avvocato del Diavolo”) che donne (Glenn Close/ Crudelia De Mon della “Carica dei 101″ o la Sigourney Weaver di “Una Donna in Carriera” di Mike Nichols) e mai vorremmo essere alle loro dipendenze, ma Miranda Priestly batte tutti perché tratteggiata con gran maestria senza rischio di farne una caricatura dalla Streep dalle cui labbra finiamo per pendere poi tutti e che risulta grandiosa anche solo nel muoversi o cambiare espressione, donna impossibile da scrutare nell’animo ma che alla fine compare sfatta, struccata e distrutta (quasi come l’Elisabetta di Helen Mirren di “The Queen” ripresa nella sua intimità) o come nell’ultima sequenza quando rivede per strada Andy, ormai abbandonato il lavoro e assunta presso un quotidiano, e lascia trasalire un accenno di soddisfazione per la “creatura” da lei plasmata salvo poi ricacciare tutto dentro ed esclamare un indispettito “parti!” al suo autista.

Ma il messaggio forse più importante (e decisamente attuale, sopratutto per un Paese come il nostro) è legato al ruolo della donna al vertice del potere, aziendale ma non solo: se è un uomo a dimostrarsi inflessibile nei confronti dei suoi dipendenti si parla di etica professionale mentre se è qualcuno dell’altro sesso a farlo si considera questi cattivo, perfido e via dicendo a riprova dell’inguaribile maschilismo che ancora alberga nella diffusa mentalità appartenente alla nostra società.

Se volete capire qualcosa in più sul mondo della moda non cercate da queste parti ma neppure aspettatevi grandi approfondimenti dai maestri Altman e Allen e dai rispettivi “Pret-a-Porter” e “Celebrity” mentre non rifuggite dalla commedia di Frankel che è certamente cinema commerciale ma di grandissima fattura.

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"Dune" di David Lynch

12 Maggio 2006 2 commenti


Nell?anno 10191 l?universo conosciuto è governato da un impero galattico retto da Shadam IV e basato su un sistema feudale comprendente vari casati nobiliari in perenne lotta tra loro per la spartizione del potere esattamente come le famiglie Atreides e Harkonnen.
L?occasione per entrambe di ampliare la propria influenza coincide con l?incarico governativo di amministrare il desertico pianeta Arrakis, l?unica riserva della più importante e pregiata sostanza conosciuta, la spezia, il cui utilizzo permette di viaggiare nello spazio superando le barriere del tempo in modo da raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili.
Gli interessi in gioco sono altissimi, è chiaro che il controllo della pregiata risorsa coincida con quello della suprema autorità su tutto e tutti e per questo l?imperatore invia i fidati Atreides a controllarne l?estrazione sostenendo al tempo stesso, e di nascosto, la fazione avversaria degli Harkonnen.
Alla guida degli Atreides vi è il duca Leto, accompagnato dalla moglie Jessica e dal giovane figlio Paul addestrato all?arte del combattimento e del comando e dotato di straordinarie facoltà mentali.
La madre, infatti, è un ex membro della setta Bene Gesserit da sempre alla ricerca del Kwisatz Haderach, l?essere supremo in grado di riportare l?unità e la forza nell?universo.
Sul pianeta gli Atreides subiranno il tradimento imperiale e l?attacco degli Harkonnen, Leto sarà ucciso mentre Paul e la madre riusciranno a fuggire e ad ottenere l?appoggio della popolazione locale dei Fremen, legati indissolubilmente alla spezia e dalle pupille di colore blu (conseguenza diretta del contatto con la stessa sostanza).
I Fremen attendono con ansia l?arrivo di un messia in grado di liberarli dalla schiavitù e di condurli alla vittoria e di trasformare Dune da immenso deserto a grande pianeta verde e proprio per questo conservano in caverne sotterranee l?Acqua della Vita in grado di rendere realtà il loro sogno e di rivelare le reali capacità di colui che la beve.
Paul supererà l?ardua prova e alla guida degli indigeni a cavallo dei colossali vermi della sabbia rovescerà la dittatura dei crudeli Harkonnen e del corrotto imperatore affrancando così Dune dal controllo esterno rendendolo finalmente indipendente grazie alla spezia.

Il film fu prodotto da Dino De Laurentiis all?inizio degli anni ?80 quando il genere fantascientifico, rinvigorito dai successi di ?Guerre Stellari?, ?Alien? e ?Blade Runner?, appariva uno dei più sicuri in termini di successo di pubblico e ritorno economico.
Lo storico produttore italiano emigrato negli USA e reduce dai flop dei remake di ?King Kong? e ?Flash Gordon? individuò in ?Dune? di Frank Herbert il progetto su cui puntare essendo un romanzo molto popolare (vincitore del prestigioso premio Hugo) affascinante, voluminoso, dalle marcate reminescenze bibliche ma sostanzialmente difficile da trasferire sul grande schermo in quanto basato su ricorrenti monologhi interiori, e per via del gran numero di personaggi.
Ci aveva già provato il regista sudamericano Alexander Jodorowsky (che pensò a Salvador Dalì come imperatore, un?idea confermata da Amanda Lear all?epoca compagna dell?artista) ma senza successo, il primo cui venne offerto l?incarico fu Ridley Scott che rifiutò mentre George Lucas era ben lungi dal mettersi alle dipendenze di qualcun?altro.
L?uomo adatto fu individuato in David Lynch, geniale autore statunitense che aveva esordito col complesso ?Eraserhead? ed era giunto alla ribalta internazionale grazie al capolavoro ?The Elephant Man?.
Furono contattati alcuni dei migliori esperti degli effetti speciali come Anthony Masters (che curò ?2001: Odissea Nello Spazio? di Kubrick), Kit West e il fresco vincitore dell?Oscar (per ?E.T.?) Carlo Rambaldi, per le musiche i Toto e Brian Eno le cui atmosfere create al sintetizzatore si accompagnavano a brani classici di Beethoven e Cherubini.
Lynch sperimentava gradualmente su cast ed apparato scenico (la fase di riprese e la post ? produzione durarono sei mesi ciascuna) senza l?ausilio di storyboard rendendo così la lavorazione interminabile: era evidente che il suo gigantismo avrebbe finito per scontrarsi con la disponibilità economica di De Laurentiis.
Gli attori scelti erano nomi più o meno conosciuti tra i quali José Ferrer, Max Von Sydow, Sean Young, la rock star Sting, Silvana Mangano, Linda Hunt, Freddie Jones, Brad Dourif, Dean Stockwell e l?esordiente Kyle MacLachlan (futuro attore feticcio di Lynch) per il ruolo del protagonista Paul Atreides.
Le riprese furono realizzate nel deserto messicano, in studio quelle su blue screen (tecnica allora agli albori) e quelle dei modellini in scala e meccanici per circa un anno di lavoro.
Completato per il 1984, ?Dune? sarebbe dovuto essere il film evento della stagione oltre che diventare un campione d?incassi ma le cose non andarono esattamente così: il pubblico si trovò disorientato di fronte ad un film effettivamente poco comprensibile sul piano narrativo, troppo lungo e, soprattutto, privo di colpi di scena e sufficiente azione.
Visivamente non era neanche un grande spettacolo data la resa di gran lunga inferiore rispetto ad un più moderno ?Guerre Stellari? e questo sia per la concezione ?poco fantascientifica? del futuro presente nello stesso romanzo sia per le tecnologie utilizzate in fase produttiva.
Un flop al botteghino, una nomination agli Oscar per il sonoro e, come succede in casi di grandi produzioni penalizzate dagli incassi, più versioni tra cui una apocrifa firmata Alan Smithee (pseudonimo usato da quei registi che disconoscono l?opera) ovvero lo stesso Lynch che rifiutò il montaggio di tre ore fatto per la Tv mentre rimane avvolta nel mistero la presunta edizione integrale di 5/6 ore.
Ad ogni modo è possibile cogliere echi della poetica del regista grazie a situazioni legate all?inconscio e alla dimensione onirica (presenti in tutta la filmografia di Lynch, da ?Velluto Blu? a ?Twin Piks? fino a ?Mulholland Drive?) così come i riferimenti ai Testi Sacri (l?attesa del messia, il rito dell?Acqua della vita simile alla comunione, la traversata del deserto degli oppressi Fremen etc.) mentre oggi la trama appare quantomai attuale per via di certi aspetti ?politici? (la spezia come il petrolio) che potrebbero suggerire l?idea di un remake.

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"I Heart Huckabees" di David O. Russell

10 Febbraio 2006 Commenti chiusi


Chi ci ha capito qualcosa? Non vedevo un film così inesplicabile da chissà quanti anni ma “I Heart Huckabees”(o “Love Huckabees” che dir si voglia) di David O. Russell aveva tutte le carte in regola per? nn piacere.
Sapete quelle persone che si esprimono con interminabili giri di parole, utilizzando un linguaggio forbito ma che in realtà hanno davvero poco (e nuovo) da dire? Bene, il film in questione può benissimo essere ascritto a questa categoria.
Oddio, gli elementi per rendersi interessante li avrebbe pure ma ognuno di questi viene relegato ad un ruolo secondario per lasciar spazio a discorsi in puro stile New Ange che cercano in tutti i modi di rendersi divertenti e, soprattutto, alternativi.
Vi sembra che anch?io faccia lo stesso gioco del regista? Allora andrò subito al punto: Albert Markovski (Jason Schwartzman), impiegato dei supermercati Huckabees e ambientalista convinto, incuriosito da alcune strane coincidenze recentemente capitategli, decide di rivolgersi ad una coppia di stravaganti investigatori esistenziali, gli Jaffe (Dustin Hoffman e Lily Tomlin), per fare un po? di luce sul suo caso.
Durante le sedute di analisi emergono tutti i suoi problemi, sul lavoro, coi genitori fino alla rivalità con Brad Stand (Jude Law), carrierista spietato che gli ha sottratto popolarità all?interno della sua associazione e alla Huckabees.
Seguendo i consigli dei suoi analisti, Albert impara a controllare la sua rabbia e cercare il filo logico che unisce tutto e tutti, nella vita quanto nell?intero universo.
I problemi per il protagonista iniziano con l?incontro di Caterine Vauban (Isabelle Huppert), rivale degli Jaffe ed esponente di una diversa scuola di pensiero con tanto d?inclinazioni nichiliste, convinta che ogni azione sia slegata dalle altre e con Tommy Corn (Mark Wahlberg), ex paziente rinnegato dei due esistenzialisti, in lotta con l?inquinamento dovuto al petrolio.
Albert riuscirà a spuntarla quando anche Brad, rivoltosi agli Jaffe solo per ostacolare il rivale, dimostrerà che dietro la sorridente facciata del suo mondo si cela davvero poco e che il suo amore per la testimonial del grande magazzino (Naomi Watts) non è per niente sincero.
Vi giuro che per riassumere 90 minuti di film ho dovuto fare i salti mortali: ci si trova davanti ad una storia che inizia senza sapere come e che si conclude in maniera forse troppo sbrigativa (anche se inevitabilmente si gode pensando alla fine della propria sofferenze!).
Qualcosa d?innovativo, dal punto di vista del linguaggio, è cosa sempre ben accetta ma qui si nn si ha l?impressione di una grossa presa in giro, manco si trattasse di un divertissement, ma di delusione dato che le pretese (e le potenzialità) per compiere un discorso non banale c?erano tutte: l?uso intelligente degli effetti speciali, O. Russel si era gia dimostrato abile in questo senso, i tanti riferimenti ai problemi della contemporaneità (l?inquinamento, il capitalismo e la cementificazione selvaggia, i rapporti tra Nord e Sud del mondo, le rivalità tra Francia e USA incarnate dai diversi specialisti e gli immancabili discorsi su senso della vita, felicità etc.) e un cast che bene o male fa la sua parte.

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"A History Of Violence" di David Cronenberg

18 Dicembre 2005 2 commenti


Splendido apologo sulla violenza, il film di David Cronenberg stupisce per l?asciuttezza (circa 90 minuti) con la quale riesce ad esplicare questo tema in tutte le sue pulsioni e manifestazioni.
Tom Stall è un padre modello, proprietario di un dinner in un paesino della provincia statunitense, con una bella moglie e due figli. L?unione coniugale e quella familiare sono salde e fondate su principi morali solidi, in particolare proprio sul rifiuto della violenza, e sul dialogo come principale via per risolvere le questioni che quotidianamente c?impegnano.
Il suo mondo è però destinato a crollare per via di due balordi che irrompono nel suo locale e minacciano di compiere una strage ma prima che accada l?inevitabile in Tom scatta qualcosa che lo porta a risolvere a suo favore la situazione uccidendo i delinquenti.
Da questo momento in poi le cose non saranno più le stesse, con la stampa che tende a farne un eroe e dall?altro la comparsa di strani individui che sostengono di conoscerne la vera identità e il passato.
La loro insistente presenza in città e a ridosso della moglie e dei figli spinge Tom a un lento processo di rielaborazione della propria persona che lo riavvicinerà minacciosamente alla sua vera natura.
Il film riesce ad appassionare attraverso una vera e propria escalation di brutalità e ferocia che punta a smontare pezzo per pezzo la facciata di perfezione dietro la quale il protagonista sembra esser riuscito a celarsi per catapultarlo/ci nei suoi trascorsi da macchina per uccidere con delle vere e proprie esplosioni di furia omicida e di violenza che contamina anche gli altri personaggi, come il figlio maggiore che si ribella al bullo di cui è vittima e la moglie con la quale da vita ad una (bellissima) scena di sesso-lotta sulle scale di casa (mentre precedentemente ci era stato mostrato quanto tenero fosse il loro rapporto).
Cronenberg ripropone le sue ossessioni, dall?impossibilità di essere qualcun altro alla trasformazione radicale in qualcosa di mostruoso fino alla schizofrenia, all?intreccio di più realtà e allo scontro fisico, tutti temi di film quali ?La Mosca?, ?eXistenZ?, ?Inseparabili?, ?Crash? etc.
Menzione particolare per il davvero convincente Viggo Mortensen che, smessi i panni di Aragorn, si dimostra interprete profondo e multiforme mentre gli altri attori non sono da meno con Maria Bello, Ed Harris e William Hurt che offrono una buona prova.