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Urban Hymns – La dimensione urbana nei videoclip di Demme, Gondry, Lynch e Stern

12 Ottobre 2007 1 commento

Storie di uomini (e donne) da marciapiede. Quattro clip accomunati da due elementi basilari: la strada e le persone che la calpestano. Gente comune ritratta nella più comune esplorazione dell’ambiente urbano. Come sfondo, case, cose, esseri umani; al centro dell’attenzione, la più elementare delle nostre pulsioni, uscire da un ambiente chiuso e darsi/scoprire il mondo, declinata in quattro differenti forme da quattro differenti artisti – del cinema prestato al video (Demme, Lynch), del video prestato al cinema (Gondry), del video vero e proprio (Stern).

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The Universal – Jonathan Glazer (Director), Blur (Artist)

2 Ottobre 2007 1 commento

Frammenti di un’arancia ad orologeria.

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"Little Miss Sunshine" di Jonathan Dayton e Valerie Faris

28 Settembre 2006 1 commento


Gli Hoover sembrerebbero la tipica rappresentazione della middle class statunitense: coppia sposata, due figli, casa in una di quelle interminabili strade con villette a schiera? Insomma una famiglia in cui fila tutto liscio e si discute amabilmente: sbagliato.
Se Richard (Greg Kinnear) è insoddisfatto del proprio lavoro e non riesce a trovare un editore che pubblichi il suo libro, Sheryl (Toni Colette) deve fare i conti col volontario mutismo del figlio maggiore Dwayne mentre suo fratello Frank (Steve Carrel), professore gay reduce da un tentativo di suicidio, finisce per trasferirsi da loro, secondo ospite insieme al nonno (Alan Arkin) col vizio dell?eroina.
L?unica eccezione sembra rappresentata dalla piccola di casa, Olive (Abigail Breslin) che pare non accorgersi dei problemi degli adulti, forse perché presa da cose ben più importanti quali ad esempio la partecipazione a ?Piccola miss California?, un concorso per aspiranti reginette.

A questo punto la famiglia, cui tutto sommato non dispiacerebbe i soldi del premio, si mette in moto (anzi in pulmino, peraltro senza freni) e, tra mille inconvenienti, alcuni più o meno grossi e tristi (la morte del patriarca), riuscirà nell?impresa di percorrere mezza America per un viaggio che sarà di maturazione e confronto per tutti quanti loro.

L?opera prima della coppia Dayton-Faris, provenienti dal mondo dei videoclip (video per i R.E.M. e Red Hot Chili Peppers tra i tanti), è quanto di meglio si potrebbe volere al proprio esordio cinematografico: con un cast in parte e pimpante, una sceneggiatura ricca di battute e situazioni divertenti e la scelta di raccontare un mondo (quello dei baby concorsi) per noi sconosciuto ma istituzionale negli USA, ?Little Miss Sunshine? riesce a divertire e lo fa velenosamente.

Non mancano infatti riferimenti e frecciate alla politica di casa (in un motel durante un litigio tra i genitori, Dwayne accende la tv per non sentirli ma, trovandosi di fronte Bush, preferisce spegnere) e al sistema sanitario nazionale e ai suoi eccessi.
A proposito di esagerazioni la principale naturalmente è quella del mondo dei concorsi per bambini, vere e proprie sfide generazionali per trovare la più rapida e facile via al successo che registrano tantissime adesioni e un grande seguito (qualche cifra? Quasi cinquemila l?anno, un milione le bambine partecipanti e quote d?iscrizione dai 20 ai 150 dollari per un giro d?affari per cinque miliardi).

Il riaccendersi improvviso della misteriosa scomparsa della piccola JonBenet Ramsey, piccola miss uccisa nel ?96, dimostra poi come la pellicola tocchi un tasto dolente della nostra società che non è solo razzismo o obesità ma anche insana voglia di competere e sfruttamento (e la tv in questo caso ha grosse responsabilità) non solo di se stessi ma anche, appunto, dei propri figli.

A questo mondo d?alienati (impressionanti certe partecipanti alla finale, agghindate come delle bambole, esseri di plastica senz?anima) i registi contrappongono gli Hoover che se all?inizio appaiono abbastanza squinternati alla fine sembrano risultare le uniche persone vere dell?intera pellicola, tali perché coerenti a se stesse nel bene e nel male.

Tante le scene indimenticabili (il trasporto del corpo del nonno fuori dall?ospedale; la perquisizione del pulmino da parte della polizia; il numero di Olive per la sua esibizione) così come le battute contenute nei dialoghi di una sceneggiatura davvero ben scritta.

Successo anche al botteghino: costato 8 milioni di dollari, il film ne ha portato a casa più di 50 e, dopo nove settimane, continua a figurare nella top ten USA.

"Il Segno Degli Hannan" di Jonathan Demme

8 Settembre 2005 Commenti chiusi


Negli anni ’70 uno dei volti più popolari del cinema era quello di Roy Scheider.
Chiunque di noi abbia visto film come ?Lo Squalo?, ?Il Maratoneta? o ?All That Jazz? non può non ricordarlo: recitazione decisa, grande presenza fisica e un gran talento.
Proprio a quegli anni di grande successo e notorietà risale il film di cui vi voglio parlare e che lo vede protagonista: ?Il Segno degli Hannan?.
La storia è quella di un agente dei servizi segreti statunitensi il quale, dopo la morte della moglie, incomincia ad accorgersi che qualcosa, sia sul lavoro che nella vita privata, non funziona per il meglio. In particolare una serie di biglietti scritti in aramaico che continuano ad arrivargli non preannunciano niente di buono. Che l?uccisione di parecchi uomini di origine ebrea legati ai messaggi possa significare qualcosa? Si, soprattutto se anche il protagonista è della stessa loro origine.
Un thriller davvero ben fatto che deve comunque molto al cinema di Alfred Hitchcock e che è una delle prime regie di Jonathan Demme, autore de ?Il Silenzio degli Innocenti?, ?Philadelphia? e del recente ?The Manchurian Candidate?.
E? triste che un attore come Scheider sia stato dimenticato così facilmente da Hollywood e dal grande pubblico ma in ogni caso a testimoniare la sua bravura ci saranno film come questo.

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